“Senza un'eternità, senza uno specchio delicato e segreto di ciò che accadde nelle anime, la storia universale è tempo perso, e con essa la nostra storia personale – il che ci rende fastidiosamente spettrali” (pagina 31).
“Nella passione, il ricordo tende alla atemporalità. Noi racchiudiamo la felicità di un passato in una sola immagine; i tramonti variamente rossi che ammiro ogni sera saranno il ricordo di un unico tramonto. Lo stesso accade con la previsione: le speranze più incompatibili possono convivere indisturbate. In altre parole: lo stile del desiderio è l'eternità” (pagina 32).
“Ripete Marco Aurelio: chi ha visto il presente ha visto tutte le cose, quelle che avvennero nell'insondabile passato, quelle che accadranno nel futuro. In tempi di splendore, l'idea che l'esistenza umana sia una quantità costante, invariabile, può intristire o irritare; in tempi di declino (come questi), è la promessa che nessuna infamia, nessuna calamità, nessun dittatore potrà mai impoverirci” (pagina 79).
“Storia dell'eternità” è una raccolta di saggi di Borges, apparsa per la prima volta nel 1936, un anno dopo la pubblicazione di “Storia universale dell'infamia”. A questo periodo risalgono molti scritti che l'autore stesso, successivamente, a distanza di anni, nel dare ordine alla propria bibliografia, ripudiò; ma questa raccolta venne mantenuta nella propria opera omnia, con una giustificazione che sembra una dichiarazione di modestia: “è un libro interessante per gli argomenti trattati più che per quanto io dico a proposito di essi”.
E se è pur vero che ci troviamo davanti ad un'opera “a posteriori”, che raccoglie scritti precedentemente apparsi su riviste letterarie (poi riveduti e ampliati nelle successive pubblicazioni in raccolta), se è vero che la piena maturità letteraria non è stata ancora raggiunta, il modo con cui questo autore scrive è sempre incantevole, il fascino che il lettore subisce è magnetico. Dunque, in quest'opera non sono pregevoli soltanto gli argomenti trattati, ma anche lo stile con cui questi argomenti vengono trattati, che è già caratteristico dell'autore argentino: anche quando non si dedica alla finzione, Borges scrive con l'inclinazione a considerare qualsiasi cosa come materiale letterario.
Il primo saggio, “Storia dell'eternità”, dà il nome all'intera raccolta ed è una sorta di biografia letteraria del concetto di eternità, concetto accostato e contrapposto a quello di tempo, divisa in quattro parti contenenti elucubrazioni che riprendono le teorie di diversi pensatori, da Parmenide a Platone, da Plotino a Sant'Agostino, fino alle personali considerazioni dell'autore, che erano già apparse con il titolo di “Sentirsi nella morte” all'interno dell'opera giovanile “L'idioma degli argentini”, risalente al 1928 e successivamente ripudiata.
I successivi due saggi, “Le kenningar” e “La metafora” (quest'ultimo inserito a partire dalla seconda edizione dell'opera, del 1953), analizzano più o meno brevemente le figure retoriche delle kenningar, appartenenti alla poesia epica islandese medievale, e delle metafore, invece presenti nella letteratura in versi di ogni luogo e di ogni tempo. Il primo di questi due saggi divenne poi la base di un capitolo di un'opera più ampia dello stesso Borges, “Letterature germaniche medioevali”, datata 1951.
Compaiono poi due saggi che possono essere accostati, “La dottrina dei cicli” e “Il tempo circolare” (anche in questo caso, il secondo scritto appare solo a partire dalla seconda edizione): in essi, Borges analizza e pare voler confutare la dottrina nietzscheana dell'eterno ritorno (pur non provando alcuna simpatia per Nietzsche, ed avendo anche analizzato in modo sarcastico la teoria del superuomo, Borges si schierò in altre occasioni a difesa del filosofo tedesco, tentando di riabilitarlo dalle accuse che gli venivano rivolte di essere stato ispiratore dei crimini nazisti).
L'ultimo saggio corposo, diviso in tre parti, è quello intitolato “I traduttori delle Mille e una notte”. In questo scritto, Borges ci racconta la storia delle numerose traduzioni occidentali (in lingua francese, inglese e tedesca) dei racconti orientali delle Mille e una notte, a partire dalle versioni di Galland, Lane e Burton (parte I), per arrivare a quelle di Mardrus (parte II) e di Enno Littmann (parte III). Davvero incantevole e seducente il modo con cui Borges ci narra le innumerevoli vicende legate alle traduzioni di queste novelle orientali, come se fossero appartenenti ad un romanzo d'avventura, o facenti parte esse stesse di una novella delle Mille e una notte. Molto preziose anche le considerazioni critiche riguardanti le specifiche traduzioni, che l'autore argentino sembra conoscere in ogni loro parte, in tutti i loro pregi e difetti. Più in generale, illuminante la sua lezione, in poche pagine, sugli aspetti generali della traduzione.
Infine, “Due note”, una sezione conclusiva che, già presente nella prima edizione di “Storia dell'eternità”, scomparve nelle successive ristampe, per essere inclusa in “Finzioni”. Nel riordino delle “Obras Completas” del 1974, tuttavia, Borges la ricollocò nell'originaria disposizione. Queste due note sono “La ricerca di Almotasim”, uno pseudosaggio che recensisce un libro inesistente di un autore fittizio (ma pubblicato da un editore reale), e “Arte dell'insulto”, una rapida e molto perspicace analisi dei diversi strumenti del linguaggio satirico e parodico, arricchita da numerosi esempi di battute di spirito e di più o meno eleganti insulti, scovati nelle opere letterarie e nelle tradizioni orali di diversi luoghi e tempi. Soffermandosi sulla prima nota, si può notare come il tema fondamentale dell'opera di Borges, quella di contaminazione tra realtà e finzione, di impossibilità di separare il vero dal falso, un concetto che viene infatti sottinteso dall'aggettivo “borgesiano”, sia già presente ancora prima di “Finzioni” (e in effetti, resta spiegato perché, successivamente, Borges raccolse queste “Due note” all'interno della celebre raccolta di racconti). In particolare, “La ricerca di Almotasim” è un assaggio di quelle che saranno le opere della maturità di Borges, un anticipo di quell'infinito gioco creativo in cui verità e finzione si intersecano creando un fitto ed inestricabile garbuglio, un irrisolvibile e labirintico enigma dove risulta impossibile distinguere il vero dal falso, dove tutto anzi è vero e contemporaneamente falso. Il Borges saggista, dunque, non è poi così diverso dal Borges narratore. Chi, come me, ha amato “Storia universale dell'infamia”, “Finzioni” e “L'Aleph”, non può non leggere rapito anche “Storia dell'eternità”.