"Immaginate un libro in cui l’abitante di una casa bombardata si adatta a vivere nella buca dell’esplosione. Una famiglia presso cui per 30 anni si installa un guappo e non se ne va più. Un giocatore di carte incallito che avendo perso tutto è costretto dalla moglie a giocare solo con il figlio del portinaio. La fenomenologia del "pernacchio". Una zona temporaneamente autonoma in cui impazza la maschera Totò, che infatti ha interpretato il capolavoro di Marotta."
“La possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta; una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza. Arrotoliamo i secoli, i millenni, e forse ne troveremo l’origine nelle convulsioni del suolo, negli sbuffi di mortifero vapore che erompevano improvvisi, nelle onde che scavalcavano le colline, in tutti i pericoli che qui insidiavano la vita umana; è l’oro di Napoli questa pazienza.”
Che grande narratore, Giuseppe Marotta! Penna estremamente prolifica e versatile, l’autore campano tardò inspiegabilmente a riscuotere credito nell’ambiente letterario e riconoscimento di pubblico, fino alla pubblicazione, nel 1947, della raccolta “L’oro di Napoli”, opera che se non è un capolavoro, poco ci manca. Capolavoro di contenuto e, ancor più, di stile. È la prosa, infatti, che cattura il lettore fin dalle primissime pagine, con il suo linguaggio così arguto, ricco di sorprendenti accostamenti semantici e guizzi vivaci, intriso non meno di una certa malinconica poesia. Napoli, la città dell’infanzia e della giovinezza di Marotta, è la protagonista indiscussa di queste pagine: come un grande e sconclusionato palcoscenico, essa mette in scena una assai folta e variegata umanità, quella che popola i caratteristici “bassi”, dove la vita spesso fatica a vivere e deve pertanto ricorrere alla sopraffina arte dell’arrangiarsi per sbarcare il lunario; dove il titolo di “don” non si nega nemmeno a un povero ciabattino; dove la fame si riempie la pancia coi lupini o, se si è fortunati, con il pane condito con olio e sale. Trentasei racconti, trentasei piccole storie per un’opera corale di impeccabile neorealismo. Uno straordinario affresco di Napoli, e della sua gente dal multiforme ingegno, che prende le mosse dalle non felici vicende familiari dello scrittore stesso per poi aprirsi, pian piano, ai vicoli, alle piazze, ai quartieri della palpitante città partenopea, tra guappi, jettatori, nobili caduti in rovina, vetturini, mariti irreparabilmente in odore di corna, venditori di sberleffi e di saggezza. Nel 1954 il grande Vittorio De Sica girò l’omonimo film a episodi tratto da questo libro: chi non ricorda il banchetto della pizzeria da asporto (“Mangiate oggi e pagate fra 8 giorni”) presso cui una giovane e ammaliante Sophia Loren era intenta a impastare pizze prima di accorgersi di non avere più al dito l’anello regalatole dal geloso marito? “Donna Sofia trasalì, ripensando fulmineamente al marmo azzurro del comodino su cui la sera innanzi aveva dimenticato il gioiello. «Mi sarà sfuggito mentre impastavo» disse a caso. «Ah Rosario, sarà in qualche pizza.»”
“Ma un bambino cresce anche per ricostruire i fatti ai quali ebbe tutta l’aria di non partecipare, finchè diventa uomo e se li scopre addosso come minuziose cicatrici”
Trentasei racconti pubblicati nel 1947 dove Marotta dà il via ai ricordi della propria famiglia, di singolari personaggi e ambienti della città natale. Se il quadro letterario di riferimento è quello del neorealismo la scrittura si colloca, a mio avviso, ad un livello più alto. E’, difatti, uno stile aulico e ricco d’immagini. Napoli è la protagonista presentata nella sua duplicità di nobiltà e miseria. La semplicità di pane con sale e olio che sprigiona un mare di ricordi famigliari. La storia di Sofia che è rimane nella memoria con l’interpretazione della Loren e l’anello scomparso nell’impasto delle pizze fritte. Guappi e vicoli dove il sole rifugge per accanirsi sull’uscio di un fondo….
”Giugno, mi dài Napoli su un piattino come la comunione. Sono qui in ginocchio, veramente contrito nel sole di Milano che mi arroventa; dico mea culpa e dico non son degno; tu, giugno, pigli Napoli dal tuo calice d’oro e me l’accosti alle labbra; un campanello d’altare squilla. Penso queste cose mentre cammino in via Dante e improvvisamente mi aggredisce la sensazione di percorrere invece il Chiatamone: nel largo Cairoli troverò le trafelate palme di piana Vittoria che negano o annuiscono; ci credete, ieri ho proprio visto il mare, tutto il mare di Napoli pieno di spume e di reti l’ho visto nella vasca presso il Castello Sforzesco, ci stava giusto giusto. In giugno Napoli si spalanca come una rosa nel bicchiere, non ha più muri o li ha solo per un altro minuto.”
«Sono io la Napoli di cui parlo e altre non ne conosco perché solo di me so qualcosa, se lo so...» [image error] Il libro, pubblicato nel ‘47, è una raccolta di 36 racconti, precedentemente usciti sul Corriere della Sera, in forma di “elzeviri” (1). La Napoli che descrive Marotta (1902-1963) è proprio quella appena uscita dalla guerra, e I singolari personaggi che lo scrittore descrive con uno stile ironico ed elegante, si muovono e agiscono avendo per sfondo la sintesi letteraria tra una “città sognata, ricreata nel tepore della memoria e la città reale”. Nel 1954 Vittorio De Sica diresse un film in sei episodi tratto dal libro (Il guappo, Pizze a credito, Il funeralino, I giocatori, Teresa, Il professore). E ogni episodio ebbe come interpreti principali Sophia Loren, Silvana Mangano, Paolo Stoppa, Totò, Eduardo De Filippo e lo stesso De Sica. E chi si dimentica Eduardo che fa lezione di “pernacchio”... Qualcuno ha scritto: «L'oro di Napoli è la pazienza, la speranza che hanno i napoletani, la pazienza nel sopportare la vita e ogni dolore che ogni uomo porta con sé. La loro speranza in una vita migliore, la speranza sempre del Lunedì, anzi del Sabato, la speranza nel lotto. La speranza nell'avvenire, nei figli, nel sole, la speranza di un miglioramento economico della loro vita.» Meglio credo non lo si possa dire...
(1) Elzeviro: Articolo di fondo di un giornale dedicato ad argomenti di carattere letterario, artistico, storico, erudito, spesso con taglio critico. Così chiamato dal carattere tipografico in cui un tempo era stampato, e, appunto, perché usato ad Amsterdam dai tipografi Elzevier. (Enciclopedia Treccani)
Una piacevole sorpresa. Non conoscevo nulla di Marotta, se non di nome e per aver in libreria un suo libro mai letto: “A Milano non fa freddo”. È uno spaccato di Napoli, della Napoli popolare del centro storico, dei quartieri da me conosciuti grazie a Totò ed Eduardo De Filippo, Sanità in primis; o altrimenti per la cronaca nera di circa quarant’anni. Non conosco Napoli se non mediata dalla lettura, cinema e teatro. Napoli mi ha sempre affascinato, per la sua parlata, per la sua cultura, per la sua storia, ma non solo. Ho conosciuto non molti napoletani in carne ed ossa (alcuni tremendi, alcuni squisiti) soprattutto durante il servizio militare; molti di più i campani. Leggere di Napoli e su Napoli è per me un richiamo irresistibile, un’attrazione magnetica fortissima; non so perché. Ho letto dunque Marotta con grandissima curiosità ed interesse. Ma la lettura si è trasformata in un vero e proprio diletto grazie al linguaggio e allo stile usato dal Marotta: barocco, fiorito, circostanziato, affabulatorio, ironico, sensuale, appassionato, lirico, tenerissimo, cinico. È la Napoli della prima metà del XX secolo (gli anni di Totò e De Filippo) a venir descritta: povera e laboriosa, misera e dignitosa, miserabile, accattona, onesta e delinquenziale, arruffona, espertissima nell’arte di arrangiarsi e di ritrovare espedienti di ogni genere, geniale, ricca e calda di affetti, tenerissima nei sentimenti, speranzosa e disperata, mutevole e adattabilissima. La sua ricchissima cultura e la nobilissima sua storia permeano di sé ogni vicolo, ogni palazzo, ogni salita e scala, ogni pietra. Cielo e mare che l’abbracciano ne fanno una città incantevole, che innamora. E dentro i vicoli e nei bassi vive e si aggira un’umanità che Marotta descrive con affetto, tenerezza, partecipazione, ironia allegra, a volte triste, a volte caustica. Vita e la morte si succedono con naturalezza e qualche volta colpiscono duramente quest’umanità con passioni fortissime e con disgrazie e tragedie, epidemie, malattie. La morte è qui di casa. “Sì, la morte è la più vera e la più antica cittadina di Napoli. Dice ogni momento “Pagatemi il piacere di essere esistiti qui e non altrove”. È una tassa di Dio, è presente nei sogni e nelle canzonette del popolo, può erroneamente sembrare che le si manchi di rispetto o che al contrario la si idolatrizzi, mentre i fondamentali rapporti dei napoletani con lei sono soltanto quelli di una sincera e civile parentela”. La religiosità (a volte un po’ pagana) permea tutto, sovrasta tutto e tutti, nei vicoli, nelle piazzette, nei bassi e negli scalcinati palazzi con il culto dei santi avvocati, patroni e padrini. Dio è dovunque, in ogni luogo, in ogni singola vicenda, e Marotta lo ricorda ad ogni piè sospinto, con ironia un po’ sarcastica e un po’ bonaria: “I Quartieri, a Napoli, son tutti i vicoli che da Toledo si dirigono sgroppando verso la città alta. Vi formicolano i gatti e la gente; incalcolabile è il loro contenuto di festini nuziali, di malattie ereditarie, di ladri, di strozzini, di avvocati, di monache, di onesti artigiani, di case equivoche, di coltellate, di botteghini del lotto: Dio creò insomma i “Quartieri” per sentirvisi lodato e offeso il maggior numero di volte nel minore spazio possibile, così facendo si legò le mani perché non di rado la sua collera, suscitata da qualche ignobile ruffiano, finiva per abbattersi erroneamente su un attiguo falegname o ciabattino, padre esemplare di cinque ragazze e organizzatore di pubbliche onoranze a San Vincenzo Ferreri”. Non so quanto il quadro descritto da Marotta, che pubblicò il libro nel 1947, sia ancora valido, o Napoli sia stata anche violentata e stravolta nella sua umanità come lo è stata nel suo ambiente naturale. Come poi del resto è accaduto a buona parte, o tutta, dell’Italia.
Although the cover has a lovely pseudo-Futurist illustration by, I believe, the author's son, I came to this book wondering exactly what it was, novel, short stories, sketches, vignettes, social history, autobiography? I was so pleased to discover that it's a little bit of all of those things, I guess, but I would primarily call it a memoir written as a series of vignettes. This technique, as well as the poetic and lovely style of the Italian prose, make it a smooth and entertaining read even if it perhaps lacks the drama or philosophical acumen of the best of the literary art.
I was partially thrilled and also a bit chagrined to have discovered the memoir to use this vignette technique as I used it myself when, stuck in Covid-19 lockdown between novel ideas, I, too, penned a childhood memoir. Since I read almost exclusively fiction, maybe a little theory or anthropology, but very little autobiography or memoir, perhaps this is a common technique but I can't be sure. It certainly worked for me as a reader (also as a writer as I could think of each chapter as a kind of thematic short story drawn from my infantile experiences) and I believe improves upon the straight chronological recitation of events.
Each chapter or vignette, therefore, has its own integrity, a story, a theme, and a point to make. The early ones set up the autobiographical aspect--the author's family, Naples, events, and the time period; then the book proceeds, sometimes following a topic, but more frequently lionizing a neighborhood character who's indicative of some Neapolitan quality worth noting. Thus the text is both diverse and cohesive: the episodes all come together to form a portrait of the city through the tales and depictions of its inhabitants, their personalities, trials, and tribulations for the most part.
Again, the prose style is really terrific, filled with lovely turns of phrase, clever similes, and vivid depictions of the pre-WWII Naples. Highly recommended along with the De Sica film of the same name, which extrapolates 5 or 6 of the vignettes into a kind of episodic portrait of the time and the city and which features so many of Naples' most famous actors: Sophia Lauren, Toto', and De Sica himself.
Vivere, ridere e piangere (soprattutto piangere, ma con dignità, coraggio e umanità) nella città di Napoli dei primi decenni del Novecento. Un bel leggere e, nel caso del bellissimo film tratto dal libro con la regia di De Sica (1954), un bel guardare. Si potrebbe obiettare a quanto ho scritto che piangere senza umanità è impossibile. Invece credo che non sia così: si può piangere di rabbia, di frustrazione, e senza dolore; qui al contrario si piange per legittimi desideri disattesi, per l'assenza del necessario, per la perdita di chi si ama o di sé stessi. Ma l'oro di Napoli è proprio la capacità di godere di ciò che si può, di sapersi arrangiare, di affrontare la malasorte. Ed è per questo che, accanto a miseria tragedia e desolazione, troviamo anche la spensieratezza: la preparazione del ragù la domenica nei bassi, il gusto degli spaghetti nelle occasioni più disparate (anche per celebrare un defunto), l'arte dello sberleffo o del pane con sale e olio. L'autore, cresciuto in povertà in un "basso" del rione Stella, nella prefazione viene descritto così: un grande ingegno sgorgato dalla strada come l'acqua del Serino da una delle tante fontanelle dei vicoli di Napoli.
L'essenza di Napoli e dei suoi meravigliosi abitanti narrata con grande amore e altrettanta nostalgia dall'autore emigrato al nord ma mai dimentico delle sue origini partenopee. E nei tanti racconti che compongono il volume, una folla di personaggi tipici di Napoli: dallo iettatore allo uappo, dal boss di quartiere, all'avvocatuccio di strada e tanti altre figure pronte a inventarsi un mestiere che non "esiste" per sbarcare il lunario e sopravvivere; e insieme a loro le donne di Napoli, a volte malandrine ma sempre dotate di un grande cuore, pronte a nascondere, dietro un sorriso orgoglioso, una vita di stenti, una difficile sopravvivenza quotidiana. Nell'insieme un piccolo grande libro x addentrarsi un po' nel cuore di questo irriducibile e umanissimo popolo meridionale
L'opera di Marotta è divertente, a tratti emozionante, a tratti tragica. I suoi elzeviri (così sono chiamati i racconti giornalistici che lo compongono) ritraggono perfettamente la Napoli che conosce e che ama ma di cui comprende gli immensi limiti e di cui ha sentito sulla pelle la miseria. Unica nota dolente di quest'opera è la durata: è veramente troppo lunga. I racconti di per sé sono molto brevi e, proprio per questo, dopo la metà ti sembra di rileggere la stessa storia, con gli stessi contenuti e la stessa sofferenza, ancora e ancora senza avere tregue. Alcuni elzeviri però meritano veramente una lettura, come "Cara mamma", "Cara sorella" e "Pane con sale e olio".
Divertenti, commoventi, nostalgici, arguti, illuminanti, coinvolgenti….bellissimi!!!!!!!! Peccato che ho letto un'edizione scolastiche, ci sono tanti altri racconti (o meglio elzeviri) che qui mancano, urge reperire un'altra edizione!!!
Affresco di una Napoli di inizio novecento con tutte i suoi splendori ma sopratutto miserie realizzata tramite mille personaggi e storie Commoventi le due parti dedicate alla madre Da leggere
This book, written in 1949, is a collection of short stories about random people and events in Naples, Italy. It was translated from Italian and I can't help but feel like something was lost in translation. The stories weren't particularly amusing and some of them ended abruptly with little conclusion.