«Sulla città aleggiava un'atmosfera irreale. La vita un sogno, un miraggio dai contorni indefiniti».
Più una cosa ci è piaciuta, più è difficile descriverla con lucidità. Ci lasciamo prendere dall'entusiasmo, i vocaboli si affastellano, le idee cominciano ad accorparsi come nuvole, da cui spremiamo solo getti d'acqua picchiettanti. Scrivere questa recensione è stato arduo; più di quanto mi aspettassi. come restituire, con la giusta intensità, lo stupore che Miraggio 1938 mi ha lasciato? Per anni è rimasto quatto quatto in libreria, in attesa del momento in cui sarebbe stato letto. La teoria della predestinazione delle letture, insomma, si riconferma. Allora, di Miraggio 1938 sfogliai appena qualche pagina, che abbandonai pigramente a se stessa: i tempi non erano ancora maturi perché quel piccolo plico colorato diventasse, a tutti gli effetti, la mia rivoluzione copernicana.
Forse pochi conoscono questo titolo e il suo autore. In effetti, Miraggio 1938 è uscito per Iperborea nell'ormai lontano (rip) 2017 - che a noi può sembrare ieri, ma non lo è -, segnando l’esordio di Kjell Westö nel nostro panorama editoriale. La vicenda prende avvio a Helsinki, città febbrile e disorientata, un miraggio sospeso tra passato e presente. La Finlandia del Novecento, un paese lacerato, fatto di contrasti, finisce per essere catalizzatore e modello di tutte le instabilità che, a breve, trionferanno, trainando un intero continente nel baratro. Della sua storia, solitamente, si sa poco, resistono ancora pochi sbrendoli sbiaditi di informazioni scolastiche (l'autore ovvia, comunque, graziandoci con una postfazione esaustiva). E quella Storia con la S maiuscola, un gradiente di guerre civili, di screpolature interne - minoranza svedesofona e maggioranza finnofona diffidano gli uni degli altri -, di colluttazioni politiche, forma la pellicola abrasiva in cui i personaggi cammineranno, raschiandosi le suole.
La struttura del romanzo ricorda il crescendo ipnotico e ossessivo di un Bolero - non a caso, la musica è un elemento cardine della narrazione, intrecciato a filo doppio con la creatività e la follia. Da un mercoledì di novembre, il nastro si riavvolge, trasportando indietro il lettore di otto mesi; da qui, in maniera graduale, si viene intrappolati nella tela viscosa degli avvenimenti, che coinvolgono personaggi auentici, dalle imperfezioni e dai timori palbabili. C'è Claes Thune, avvocato liberale, europeista, un uomo fragile, scottato da un doppio tradimento, unica voce moderata di un contesto dove, a farsi sentire, saranno unicamente i latrati degli estremisti. C'è la sua impiegata, Matilda Wiik, ombra engmatica, dal passato doloroso: è lei il cuore pulsante del romanzo, e solo nel finale svelerà la sua essenza. C'è, ancora, il Circolo del Mercoledì, un vecchio gruppo di amici di cui Thune fa parte, destinato a sgretolarsi sotto il peso degli avvenimenti.
Personalmente, Ho trovato Miraggio 1938 un libro di rara potenza evocativa. La prosa di Westö è elegante e incisiva, ma soprattutto autentica: il suo è sguardo liminale, capace di cogliere le contraddizioni di un paese in bilico tra due anime. Abilissima anche la traduttrice che, al suo primo approccio con lo svedese di Finlandia, ha saputo rendere magistralmente il testo di Miraggio 1938.
Leggetelo, il mio consiglio è questo. Se vi affascina la Finlandia e la sua complessità, se volete immergervi in un romanzo che esplora le fragilità umane con una lucidità spietata, questa è un’opera che merita di essere scoperta. Io, nel frattempo, attendo con impazienza altre traduzioni di questo straordinario autore.