Deludente, soprattutto se si considera la disparità tra l'ambizione del saggio e l'effettiva realizzazione.
Hillman è stato, a cavallo tra XX e XXI secolo, il padre fondatore di quel movimento che lui stesso ha definito psicologia archetipica, consistente nella de-terapizzazione della scienza psicologica e in una sua spiritualizzazione, attraverso, appunto, il concetto junghiano di archetipo (se qualcuno dovesse saperne di più rispetto a questa basilare e insufficiente nozione sarei ben felice di approfondire). Il codice dell'anima rappresenta l'opera attraverso la quale Hillman ha meglio divulgato la propria teoria, o meglio l'opera con la quale essa si è maggiormente divulgata. Tuttavia, mi è sembrato che se Hillman nella pars destruens del suo discorso appaia alquanto (ma nemmeno troppo) convincente, tentando di smontare le interpretazioni psicologiche e sociologiche tradizionali per quel che concerne la costruzione del destino individuale, nella pars costruens, al contrario, sia totalmente fazioso e approssimativo, semplicistico e banalizzante.
Il fulcro della tesi di Hillman consiste nel necessario ritorno alla nozione platonica di daimon, concepito in quella che viene definita teoria della ghianda, ossia la scelta da parte di un daimon, propriamente una vocazione, di un essere umano di cui impossessarsi all'atto della nascita di quest'ultimo. L'individuo (ed ogni essere umano è impossessato da un daimon), dunque, risulta condizionato dalla spinta del daimon alla realizzazione della vocazione che gli viene imposta durante il suo intero percorso esistenziale. Hillman costella poi l'opera di esempi biografici di personalità di spicco del XX secolo, nel tentativo di coadiuvare l'effettiva esistenza del daimon. La teoria della ghianda viene spiegata in apertura del libro, proprio a sancire la centralità assoluta dell'assioma: tuttavia la spiegazione è totalmente insufficiente, ridotta com'è ad una quasi mera esplicazione del mito platonico. Inoltre, è fin dall'inizio che si mostra la faziosità argomentativa di Hillman, esattamente quel che mi ha maggiormente infastidito in un saggio di tale complessità e di apparente scientificità. Tale faziosità si svela in due principali modi: il primo è attraverso una costante banalizzazione e semplificazione delle teorie antagoniste, soprattutto se di derivazione religiosa (al contrario, per quel che riguarda le teorie psicologiche Hillman si dimostra pienamente in possesso della materia); la seconda è attraverso la scelta di esempi biografici, forzatamente volti a confermare o smentire una tesi affrontata, non concependo nemmeno lontanamente di come questi possano essere solo costruzioni retrospettive.
Le biografie, come ho già detto, risultano centrali nell'intera economia dell'opera, configurandosi come la testimonianza diretta del condizionamento operato dal daimon. Se alcuni inserti biografici sono effettivamente interessanti (penso al torero Manolete), in generale la scelta di modelli risulta eccessivamente americocentrica, creando così un'opera effettivamente più volta ad un lettore statunitense piuttosto che mondiale. Altre scelte, e soprattutto la luce con cui Hillman illumina determinate figure, le ho trovate francamente imbarazzanti, come nel caso della celebrazione della viscidissima Golda Meir, o come, al contrario, nella assoluta demonizzazione di Hitler, erto a simbolo della possibilità di scelta di un uomo da parte di un daimon malefico. Concordiamo tutti ovviamente nella demonizzazione del Führer, ma le argomentazioni poste da Hillman sono così aprioristiche e banali da fare considerare la sua analisi un tema elementare.
Cosa ho trovato di positivo allora nel saggio? Oltre ad un citazionismo estremamente interessante, con aforismi, versi e frasi più che suggestivi, credo che in effetti l'opera ponga in rilievo la necessità, soprattutto nella cultura occidentale, di ritornare allo spiritualismo e all'invisibile, ma non nelle loro più superficiali manifestazioni, bensì in una luce scientifica e rigorosa, così come credo sia fondamentale il monito posto da Hillman sulla eccessiva facilità di prescrizione medica della psicologia contemporanea, così come ad un'eccessiva applicazione semplicistica dei suoi precetti.