Avevo già letto "Pietr il Lettone", ma così tanti anni fa che non ne ricordavo quasi nulla, e devo dire che mi ha stupita l'originalità della struttura dei suoi personaggi.
"Il cavallante della «Providence»" è un Maigret destrutturato. Fino all'ultimo non sappiamo quasi nulla dell'assassino, del suo movente, brancoliamo nel buio e, come spesso succede in Simenon, l'atmosfera ambigua e la perdita dell'orientamento sono tutto.
Ritratto di famiglia patologica,"Il defunto signor Gallet" è bellissimo quanto anomalo (e tre).
"L’impiccato di Saint-Pholien": altro romanzo che avevo già letto e che, a distanza di anni, si fa sempre apprezzare, benché un po' sforzato e con una vena eccessiva di maledettismo.
Uno dei pochi Simenon, fra l'altro, ambientati nella Sua Liegi. Deprimente e angosciante come è ancora adesso, garantito da chi ci è stata qualche anno fa.
Ma il capolavoro della quartina è "Una testa in gioco", da un lato romanzo sui facili modi della legge di chiudere partite non curandosi della giustizia, dall'altro scommessa vinta sulla totale irrazionalità e gratuità di un delitto, unica forma di connessione con il mondo di un soggetto vagamente sartriano.