«Mi soffermerò sui vaccini, sul commercio dei libri e della lana, sui collaboratori delle pubblicazioni periodiche, sulla metafora magnetica ovvero sul doppio sistema di Schelling, sui cippi di confine di recente introduzione, sulla scarsità degli spiccioli, sui topi campagnoli, sulla tigna degli abeti e sul Bonaparte: ma su quest’ultimo solo di sfuggita e poeticamente, beninteso.
Dirò la mia sul teatro di Weimar, ma anche su quello non meno modesto del mondo e della vita.
Vi figureranno degnamente l’autentica arguzia e l’autentica religione, benché questa sia attualmente rara come una bestemmia in convento o una barba a corte.
Vitupererò con energia, nei limiti in cui auspicabilmente l’eccellentissimo consiglio mi autorizzerà a espormi, la malvagità, ma senza scendere in dettagli personali o insinuazioni, tanto più che i cuori neri e gli occhi neri, a guardar meglio, sono per lo più soltanto bruni, e che ogni semidio e che ogni mezza bestia hanno dopo tutto in comune l’altra metà, l’umana. E chi dice poi che la frusta debba essere fatta di cuoio più spesso e più duro della pelle su cui s’abbatte?
I recensori più arcigni saranno inteneriti e si tenterà (con le dovute riserve) di commuoverli sino alle lacrime rammentando loro l’aurea gioventù e altre cose perdute, un po’ come si suole invocar la pioggia ricorrendo a certe consunte reliquie.
Del diciassettesimo secolo si parlerà con libertà, del diciottesimo con umanità, sul più recente si rifletterà, in silenzio ma molto liberamente. […]
Simile ai manuali e ai sussidiari, il libro offrirà consigli medici, suggerimenti vari, personaggi, dialoghi e storielle, ma in quantità tale da poter essere allegato come sussidiario a ogni manuale e viceversa, a titolo di ampio compendio e appendice, perché ogni opera espositiva deve potersi molare come uno specchio di cui si voglia fare un occhiale, alla stessa stregua con cui una scheggia di specchio veneziano può essere utilizzata per ricavarne un’autentica lente.
Agli svarioni tipografici non mancheranno dosi d’intelligenza, né briciole di verità agli errori di composizione.
E giorno dopo giorno l’operetta si arrampicherà più in alto, dai circoli di lettura alle biblioteche circolanti, e da queste alle biblioteche municipali, e poi su su fino alle più belle dimore onorarie e di rappresentanza delle vedove muse.»
Queste le intenzioni (in realtà non quelle dell’autore ma del personaggio incaricato di scrivere una cronaca che col romanzo finisce quasi per coincidere). Nei fatti Jean Paul si fa prendere la mano dalle arguzie, dai giochi di parole, dai riferimenti obliqui e ammiccanti ai fatti del tempo ecc. (Costringendo, tra l’altro, il traduttore-curatore a seminare un sacco di note in fondo al libro.) Si perdono per strada sia l’invenzione più brillante sia la storia (un giovane riceve un’eredità ma potrà ottenerla solo dopo aver superato le prove impostegli dal defunto; nel frattempo ritrova il fratello scappato anni prima di casa, si innamora ecc.).
Forse Jean Paul non regge la distanza?
(Perché di cosette interessanti ce ne sono, nel romanzo: riflessioni sulla scrittura e sull’editoria, sui rapporti fra creditori e debitori, il perpetuo contrasto fra i caratteri speculari dei fratelli, scenette umoristiche, personaggi bizzarri ecc.; solo che sono un po’ nascoste dentro una macchina fin troppo sferragliante.)