Negli anni Novanta era diventato di particolare moda il concetto di ipertesto. Erano stati fatti vari tentativi di applicare quello che sarebbe diventato il modello strutturale del web a vari altri campi. In sostanza, al lettore (o al fruitore in genere – si parlava anche di video, di fumetti, forse perfino di arte ipertestuale) sarebbe toccato il compito di scegliere un percorso suo, individuale e personalissimo. La cosa non ebbe particolare sviluppo, sia perché in qualche modo la grammatica della narrazione – quella lineare, con un prima, un durante e un dopo – è troppo connaturata con l’umano sentire per poter essere rottamata con tanta superficialità; sia perché le opzioni di siffatti ipertesti sono comunque limitate e predisposte a priori, quindi del tutto refrattarie a un ruolo “creativo” del lettore (ben altra cosa è la navigazione attraverso un ipertesto immenso, collettivo, vivo e mutevole come può essere, ad esempio, Wikipedia). A questa “moda” si può ascrivere anche il presente libro di Alina Reyes, un romanzo erotico. Esso è doppio, nel senso che ha due “entrate”: una per gli uomini e una, rovesciando il volume, per le donne. Entrambi i percorsi sono viaggi onirici in una serie di stanze fantastiche, in ciascuna delle quali l’io narrante, donna o uomo, incontra svariati personaggi venendo coinvolto in situazioni più o meno erotiche, sempre comunque di grande suggestione. Il libro non è male, la scrittura è bella e a tratti anche molto coinvolgente. Quello che non funziona, che è perfino del tutto pleonastico alla dinamica narrativa, è proprio la forma ipertestuale. In sostanza, alla fine di ogni “stanza” si aprono una o più “porte” che immettono in altre “stanze”, ma spesso non vi sono spiegazioni sul perché il lettore debba preferire una “porta” piuttosto che un’altra. E, alla fine della lettura di ciascuna delle due parti speculari (delle quali, devo dire, mi è piaciuta di più quella della donna, forse perché l’autrice ha saputo immedesimarcisi meglio) tutto quello che resta è l’impressione di essersi perso qualcosa per strada rispetto ad una lettura “lineare” perché, va da sé, saltellare da una “stanza” all’altra ti fa per forza saltare delle parti. Un interessante esperimento proveniente dal breve periodo in cui si pensò, forse perfino in buona fede, che l’ipertesto potesse veramente diventare il futuro della narrativa. Non molto di più.