Per i Romani, Lucio Giunio Bruto era il padre della patria per eccellenza, l'uomo cui si doveva la cacciata dell'ultimo re, Tarquinio il Superbo. La sua vita era stata aveva visto padre e fratello uccisi dal tiranno e aveva dovuto fingersi sciocco per sfuggire all'orgia di sangue scatenata dal re, poi aveva guidato la rivolta che avrebbe posto fine alla monarchia ed era diventato il primo console della neonata repubblica. Nei secoli successivi, venne ricordato come il fondatore della libertà un'icona rispettata ma tutto sommato inerte. Eppure, le cose stavano per quando al suo quasi omonimo Marco Giunio Bruto fu proposto di aderire alla congiura che stava maturando negli ambienti ostili a Cesare, proclamatosi nel frattempo dittatore a vita, fu proprio l'ombra del remoto antenato a rivelarsi decisiva per le scelte del futuro cesaricida. Per la seconda volta, Bruto imprimeva così alle vicende di Roma una svolta che ne avrebbe cambiato per sempre il corso. Questo libro racconta la storia in due tempi della lotta alla tirannide a Roma.
Un libro per forza di cose molto breve e stiracchiato che per raggiungere una lunghezza decente ogni tanto allunga il brodo, anche ripetendo qua e là concetti oppure dilungandosi inutilmente. Comunque molto interessante perché l'approccio è quello più proficuo possibile: non studio della figura storica di Bruto (anche perché non c'è niente di diretto) ma della "memoria culturale" di Bruto sui Romani delle generazioni successive.
Che Bruto sia esistito e abbia rovesciato la tirannia di Tarquinio il Superbo è meno interessante dello studio dell'effetto che la memoria di un simile personaggio ebbe sui Romani di età classica e storica. Da questo punto di vista l'analisi è molto approfondita e perspicace, anche perché c'è un interessante capitolo su Bruto il cesaricida e sui "simboli che parlano" che lo spinsero all'azione di assassinare Giulio Cesare.
Consigliato, anche perché la bibliografia finale poi è ricchissima.