Già nella biografia della Bronte scritta da Elizabeth Gaskell, emerge vivido “il fuoco del suo spirito che si indovinava sotto la sua calma apparente”. Questo nuovo libro, già dal titolo, è tutto su quel fuoco, e ci regala una chiave di lettura della Brontë che fa luce su quella parte tenuta in ombra - ignorata volutamente dalla Gaskell in quanto non consona ai dettami sociali di quei tempi - in cui in realtà risiede la singolarità dell’autrice di Jane Eyre.
La Gaskell è ripetutamente citata dalla Gordon, che, con qualche riserva, ne ammira il lavoro fatto, ma introduce delle valutazioni in ottica quasi femminista, impossibili a quei tempi. Di certo si intuisce che la Gaskell ben comprendeva molto, anche se non tutto, di quanto svelato dalla Gordon, ma sia per proteggere Charlotte dalle critiche, che già circolavano numerose, sia per un suo pudore vittoriano, sceglie di omettere quei particolari ritenuti scomodi. Anzi, prega i lettori di comprendere e perdonare quegli aspetti della scrittrice che rivelavano una nota di “volgarità” nell’esprimere troppo apertamente sentimenti che non è elegante esternare. Ne attribuisce la ragione alla difficile vita di Charlotte anziché alla sua naturale predisposizione alla verità (la verità è meglio dell’arte – scrisse) e alla sua congenita fierezza.
La storia della famiglia è oramai nota, le morti premature di madre e due delle figlie, l’egoismo del padre e del fratello, normale in tempi in cui la donna era proprietà dell’uomo e se non era il marito erano padre o fratelli, il luogo selvaggio e malsano in cui si trovarono a vivere, l’intelligenza vivacissima dei quattro figli sopravvissuti, Branwell e, in misura maggiore, Charlotte, Emily e Anne, che si palesa già da giovanissimi in una vena creativa la quale, partendo in forma oltremodo derivativa, si sviluppa pian piano in qualcosa di estremamente originale.
Branwell non riesce a trovare la sua strada, forse penalizzato dalle troppe aspettative, essendo l’unico maschio, e dal fatto di avere avuto vita più facile, le tre sorelle invece, con Emily che si stacca dalle altre con una voce dalla cupezza personalissima, iniziano un percorso, purtroppo breve, di raffinamento graduale dei loro scritti, che rappresenta l’unica luce nel buio di una vita faticosa e di scarsa soddisfazione. Senza Haworth, senza la morte che arriva troppo spesso a riscuotere, senza la mortificazione di impieghi spesso umilianti e mal pagati, Jane Eyre, Cime tempestose e Agnes Grey probabilmente non avrebbero mai visto la luce.
Tutto quello che succede nella vita di Charlotte, dal periodo passato in collegio da adolescente, dove nacquero delle amicizie che durarono tutta la vita (ho adorato la figura di Mary), alle sue esperienze come istitutrice, agli anni passati a perfezionare la sua educazione in Belgio - che condizioneranno tutto quel che segue - diverrà materiale per i suoi romanzi. Quello che, per riservatezza ma anche e soprattutto per sua scelta personale, restava in ombra nella sua vita reale, sarà raccontato distillando goccia a goccia le parole affinché avessero il suono della verità. Se si pensa al periodo in cui visse, al conformismo, agli orpelli, alle affettazioni richieste soprattutto al genere femminile, non è difficile immaginare quanto coraggio dovesse animare questa donna, piccola, non bella, di origini modeste, di pochissime parole, e con quale determinazione seguì il suo percorso fino al successo.
Quello che vuole è scrivere e non si lascia abbattere da nessuno. Nel 37, a 21 anni, invia alcune sue poesie al poeta laureato Southey per avere un suo parere. La corrispondenza tra i due, purtroppo incompleta, è quasi esilarante. Quando Southey dopo alcuni mesi le risponde che “la letteratura non può essere l’occupazione della vita di una donna, non deve esserlo” e che quando metterà su famiglia questi suoi ardori giovanili non avranno più motivo di esistere, Charlotte gli risponde accettando umilmente i suoi consigli, in una lettera che mostra in lei tratti del carattere assolutamente insospettati. La replica “Di sera, le confesso, penso, ma non infastidisco nessuno con i miei pensieri”, ha la forza lapidaria di un Manzoni oltre che il potere evocativo di un Proust. Una frase che è un capolavoro di sarcasmo, chiaramente non colto dal destinatario, che definisce la modernità di questa donna.
Seppur non metta mai in dubbio il suo dovere verso il padre, che scoraggerà sempre eventuali pretendenti, o del fratello, che accudì con amore fino alla morte, Charlotte comincia a capire come ricavarsi un suo spazio che la lasci respirare libera dai corsetti vittoriani, senza che il mondo se ne accorga.
E’ vero che sono anni in cui cominciano a circolare le prime istanze di emancipazione della donna, ma è anche vero che le stesse vengono ignorate o derise, anche dai più illuminati.
E comunque, anche mettendo da parte l’eventuale questione del suo ruolo nella società, non era tollerato che una donna potesse accennare anche in maniera velata, come solo poteva essere a quei tempi, a impulsi passioniali. Colei che nei suoi scritti facesse intravedere un lato “fisico” era ritenuta volgare, quindi socialmente inaccettabile.
Questo mal si sposa non solo con la sincerità narrativa di Charlotte, e delle Brontë in generale, ma anche con la volontà di trovare un modello nuovo di vita, che concili vita privata e scrittura, amore coniugale e rispetto reciproco, con la donna non più vista come presenza leggiadra, rassicurante e debitamente noiosa, ma una compagna che cammina a fianco dell’uomo.
Quando infine le sorelle nel 1947 decidono di pubblicare i loro romanzi, all’insaputa del padre, lo faranno insieme, in incognito, sotto nomi maschili, mantenendo le loro iniziali. Escono quindi a stretto giro Jane Eyre, Cime tempestose e Agnes Grey. L’eroina di Charlotte, che riflette perfettamente la sua visione sulla natura femminile, divide subito i lettori, tra chi si innamora di “questa sfacciata signorina” (tra cui Thackeray) e chi vi vede invece un “oltraggio al decoro”. Jane è troppo “fisica” per il palato dell’epoca, troppo indipendente, troppo individuale.
Una volta svelato il mistero dell’autore del romanzo, Charlotte, che, tra il 48 e il 49 sarà colpita dalla perdita di Branwell, Emily e infine Anne, inizia il suo intermittente percorso mondano. Poco o nulla amante della vita in società, mantiene la sua riservatezza, ma ne emerge un carattere estremamente forte, che non si fa piegare alle volontà di nessuno. Molto distintiva, anche nell’abbigliamento, resta fedele alla sua semplicità, anche se pian piano avrebbe ora anche i mezzi per permettersi qualche lusso, e ne esce una donna che, se anche bruttina per i canoni dell’estetica femminile, ha però in sé una luce di intelligenza e vivacità che conquista che la frequenta.
Molta della vita di Charlotte fu incentrata sulla ricerca dell’amore. L’incontro nel periodo belga con il suo insegnante Monsieur Heger, la segna profondamente. Seppur sposato e quindi al di là di un possibile rapporto, Charlotte vi trova la sua ispirazione poetica, oltre che un interlocutore alla pari, e se ne innamora, di un sentimento molto forte che non può essere consumato, ma si arroga i suoi diritti e non ha nulla di innocente.
Dopo il suo rientro in patria, sarà Mr. Heger che troncherà la corrispondenza probabilmente per intervento della moglie, ma il ricordo di quel che la storia ha risvegliato in Charlotte verrà rivissuto nel romanzo Villette. Non a caso La Gordon riporta una citazione di suo marito che definisce il romanzo “la più lunga lettera d’amore della letteratura inglese”.
Successivamente sembra esserci una possibilità, che resterà sempre tale, con il suo editore George Smith, il quale alla fine si sposerà, prevedibilmente, in maniera molto più convenzionale.
Seppur Charlotte dica che “una donna ha bisogno di stare da sola per essere fedele a se stessa” la solitudine e il morire senza aver vissuto l’esperienza di un sentimento coniugale la spaventavano.
Giunge infine a salvarla il Signor Nicholls, curato nella parrocchia di Mr. Brontë (che si oppose al matrimonio con tutte le forze), uomo possente, di indole mite, ma determinato a sposare Charlotte. Sicuramente non un intellettuale, ma Charlotte, che era dotata anche di molto senso pratico, guarda anche altri aspetti, come riportato in Shirley relativamente al personaggio che si richiama a Nicholls: “Molto meglio osservare se lui è gentile con gli animali, i bambini, i poveri”. Sicuramente la costanza di lui la fa sentire amata e tranquilla e “per la prima volta era il suo corrispondente ad aspettare le lettere, non lei”. Quando infine si sposano, vediamo una Charlotte che si abbandona alle gioie del matrimonio, contenta nel suo nuovo ruolo domestico. L’arte che lascia il posto alla vita, dice la Gordon. Condivide con il marito il suo nuovo manoscritto, anche se non trova in lui un degno interlocutore, in quanto non ha alcun istinto nelle cose letterarie. Accetta con tranquillità i limiti che egli le impone. Ma la gioia dura poco e la morte la coglie nella primavera del 1855 a soli 39 anni.
Purtroppo, come già raccontato dalla Gordon nella vita di Emily Dickinson (che non si perdeva un romanzo delle Brontë), alla morte degli scrittori quello che resta agli eredi non è puramente fisico e quindi più facilmente (oddio..) divisibile. Dopo la morte di Charlotte, il marito per proteggere l’immagine e la reputazione della moglie, blocca ogni lettera, ogni manoscritto, arrivando a distruggere anche del materiale. La biografia della Gaskell fu scritta su invito del Signor Brontë, che Nicholls prese molto male.
Ma, nonostante i suoi sforzi, la voce di sua moglie era destinata ad essere sentita per i secoli a venire e la sua storia conosciuta. Questa biografia, che ha potuto avvalersi di tutto il materiale raccolto negli anni, scandaglia ogni pagina di libro e ogni angolo di vita. Dopo una prima parte per me un po’ ostica, con la storia della famiglia, si entra nel vivo di questa storia affascinante, che è stato un piacere leggere.
Ho pensato molto a quanto di scontato c’è oggi che era impensabile ai tempi di Charlotte, a quanto fossero rivoluzionari il suo pensiero e il suo sentire, alla bellezza che è riuscita a creare. E anche al debito che noi donne di oggi abbiamo verso chi, come lei, quasi duecento anni fa ebbe il coraggio di esplorare strade mai provate prima.