Sven Hassel è così: sboccato, eccessivo, tragicomico. Si può ridere delle smargiassate dei suoi compagni, ma tra le righe si coglie una profonda disillusione, una rassegnazione quasi fatalista all'insensatezza del caos e della violenza. La narrazione è un'apoteosi del trash e del grottesco (certe scene fanno sbellicare da quanto sono assurde - e mi verrebbe da dire, volutamente esagerate, sia in crudezza che in volgarità) dove però prevale una visione che prende la retorica dei buoni e dei cattivi e la butta (finalmente) fuori dalla finestra: le differenze tra gli uomini vengono abbattute per far riemergere il loro lato crudele e animalesco, tutti hanno colpe più o meno gravi, tutti commettono atti disumani. Nessuno, dopo aver guardato l'orrore in faccia, dopo averci sguazzato ed essersi macchiato le mani di sangue, può dire di avere l'anima pulita. Anzi, abituarsi all'orrore comporta la perdita di ogni innocenza: il risultato è assuefazione all'eccesso e mancanza di rimorsi. Una volta toccato il fondo dell'abisso, non si torna più indietro.
Note addizionali: non è un libro per stomaci e cuoricini deboli. È un libro crudele, che più volte farà storcere il naso e fissare le righe con occhi strabuzzati. Non è da leggersi come un'opera di realismo (la parte tecnica militare è una miniera di dettagli che fanno il solluchero degli appassionati, ma molte situazioni sono esagerate per accentuare l'effetto scenico), ma a) se si ama la letteratura di questo genere, con sangue, esplosioni, Galgenhumour e volgarità a mani basse, perché effettivamente si ride, e tanto, b) per la "filosofia" che ci sta dietro.