Tutto l'amaro e il dolce della terra.
Come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? - si chiedeva Salvatore Quasimodo - ed io non posso fare a meno di pensare che in quegli stessi anni, in esilio in un piccolo paese del sud del Francia dove si era rifugiata con il marito e le due figlie piccole, Irène Némirovsky scriveva I doni della vita, nonostante le leggi razziali le impedissero oramai di pubblicare i suoi romanzi - I doni della vita sarà pubblicato in trenta puntate da Gringoire in forma anonima, una scelta ben diversa da quella dettata per il suo esordio con David Golder! - e i tedeschi avessero già invaso il territorio francese, lei, Irène Némirovsky, cantava dell'amore e della vita.
«La gente aspettava la guerra come l'uomo aspetta la morte: sa che non le sfuggirà, gli sia concessa soltanto una proroga. "D'accordo, verrai, ma aspetta un po', aspetta che abbia costruito questa casa, piantato quest'albero, fatto sposare mio figlio, aspetta che non abbia più voglia di vivere» scriveva, e cantava dell'amore di Pierre e Agnés, di quell'amore nato tra una guerra e l'altra, di quell'amore che aveva sfidato tutto e tutti, attraversato quarant'anni di storia, in quello che sembra un meraviglioso cartone preparatorio per quella Suite Francese che doveva essere il suo affresco più bello e che invece vedrà la luce solo dopo la sua morte: cantava piena di speranza e di dolcezza, ignara del fatto che a lei, quella proroga, non sarebbe stata concessa.
Piena di speranza, scriveva «La guerra finirà, finiremo anche noi, ma questi piaceri semplici e innocenti ci saranno sempre: la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso in inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno... Il fragore, il frastuono delle guerre si spegneranno. Il resto rimane... Per me o per qualcun altro?» descrivendo "in presa diretta" l'invasione tedesca e quell'esodo di massa delle popolazioni francesi dalle loro case, esodo che lei stessa aveva vissuto in prima persona, ma già parlando di ricostruzione e mai, mai una sola volta, di odio o di rancore; con uno stile più misurato, meno tagliente del solito, ma ugualmente diretto e avvolgente, forse necessario a creare una sorta di equilibrio interno con quanto stava vivendo, senza dimenticare di ricordare che, per la prima volta in un suo romanzo, forse anche in conseguenza della sua contingente conversione al cattolicesimo, non erano più solo l'autodeterminazione e il libero arbitrio a guidare - in questo caso - le azioni delle famiglie di Pierre Hardelot e di Agnés Florent in un romanzo corale che intreccerà le vite dei due protagonisti con quella di Simone Renaudin, attraversando tre generazioni e due guerre, ma anche l'intervento della Provvidenza, cui Irène sembra affidare non solo la vita dei suoi personaggi, ma anche se stessa e il destino della Francia.
Irène Némirovsky ha il dono e la capacità di sublimare con la sua prosa ogni singola frase, ogni pensiero, di far sentire chi legge al centro della storia, ma soprattutto di farlo entrare in sintonia con i suoi personaggi, ai quali attribuisce, senza filtri, anche quei pensieri che noi, talvolta, censuriamo in noi stessi.
Non riesco più a leggere Irène Némirovsky senza legare ai suoi romanzi gli eventi della sua vita, a provare una tristezza infinita per la sua fine, a pensare con quanta frenesia abbia cercato di sollecitare la concessione della cittadinanza francese per sé e per il marito, a come fremesse di rabbia per le limitazioni imposte alla propria attività di scrittrice, a come si sia ingegnata per aggirare le restrizioni e pubblicare ad ogni costo e "ovunque" quello che scriveva, a come non si sia rassegnata all'inerzia e abbia combattuto fino alla fine, animata da una forza interiore più simile al furore che alla paura.
Chissà, forse avrà pensato che anche per lei, come per Agnés, sarebbe arrivato infine, non quello che molti definiscono "il lieto fine" del romanzo, ma quella lieta fine che le avrebbe permesso finalmente, senza più dolore né fatica, di godere dei doni della vita.
«Ma Agnes non avvertiva più né dolore né fatica. Si sentiva come al termine di una mietitura, di una vendemmia: tutta la ricchezza, l'amore, il riso e il pianto che Dio le riservava lei li aveva raccolti e adesso che tutto era finito, non poteva far altro che mangiare il pane che aveva impastato, bere il vino che aveva pigiato; i doni della vita lei li aveva riposti nel granaio, e tutto l'amaro e il dolce della terra avevano dato i loro frutti. Lei e Pierre avrebbero concluso la loro vita insieme.»