«Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile… Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: “Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. È meglio che ti rassegni: d’ora in poi farai la puttana per cani e porci”». Così racconta l’anziana Frau Kiesel all’ambiziosa scrittrice Sveva, dando voce a un dramma lungamente taciuto: quello delle prigioniere dei lager nazisti selezionate per i bordelli costruiti all’interno stesso dei campi di concentramento, con l’ipocrita e falsa giustificazione di voler limitare l’omosessualità tra i deportati. Donne i cui corpi venivano esposti ai sadici abusi delle SS e dei prigionieri maschi – spesso veri e propri relitti umani – che malgrado tutto preferivano rinunciare a un pezzo di pane per scambiarlo con pochi minuti di sesso. Donne che alla fine della guerra, schiacciate dall’umiliazione e dalla solitudine, invece di denunciare quella tragedia fecero di tutto per nasconderla e seppellirla dentro di sé. In questo nuovo capitolo della memoria storica personale e collettiva, Helga Schneider continua, con lucidità e compassione, ma anche con implacabile giudizio, a dare testimonianza di ciò che è accaduto perché non si ripeta mai più, e a rendere un coraggioso omaggio alle donne che in tutti i tempi e in tutti i luoghi subiscono la violenza degli uomini, delle leggi, della Storia.
Nasce nel 1937 in Slesia (territorio tedesco che dopo la seconda guerra mondiale sarà assegnato alla Polonia). Nel 1941 Helga e suo fratello Peter, rispettivamente di 4 anni e 19 mesi, con il padre già al fronte, vengono abbandonati a Berlino dalla madre, che arruolatasi come ausiliaria nelle SS diverrà guardiana al campo femminile di Ravensbruck e successivamente di Auschwitz-Birkenau. Helga e Peter vengono accolti nella lussuosa villa della sorella del padre, zia Margarete (dopo la guerra morirà per suicidio), in attesa che la nonna paterna arrivi dalla Polonia per occuparsi dei nipoti. La donna accudisce i bambini per circa un anno nell'appartamento situato a Berlin-Niederschönhausen (Pankow), dove i piccoli avevano vissuto in precedenza con i genitori. Durante una licenza dal fronte, il padre conosce una giovane berlinese, Ursula, e nel 1942 decide di sposarla. Ma la matrigna accetta solo il piccolo Peter e fa internare Helga prima in un istituto di correzione per bambini difficili, e poi in un collegio per ragazzi indesiderati dalle famiglie, o provenienti da nuclei familiari falliti. Dal collegio, che si trova a Oranienburg-Eden, presso Berlino, nell'autunno del 1944 la zia acquisita Hilde (sorella della matrigna) riconduce Helga in una Berlino ormai ridotta a un cumulo di rovine e macerie. Dagli ultimi mesi del 1944 fino alla fine della guerra, Helga e la sua famiglia sono costretti a vivere in una cantina a causa dei continui bombardamenti effettuati dagli inglesi e dagli americani, patendo il freddo e la fame. Nel dicembre del 1944 Helga e suo fratello Peter, grazie alla zia Hilde collaboratrice nell'ufficio di propaganda del ministro Joseph Goebbels, vengono scelti, insieme a molti altri bambini berlinesi, per essere "i piccoli ospiti del Führer", null'altro che un'operazione propagandistica escogitata da Goebbels, che li porterà nel famoso bunker del Führer dove incontreranno Adolf Hitler in persona, descritto dalla scrittrice come un uomo vecchio, dal passo strascicato, con la faccia piena di rughe e la stretta di mano molle e sudaticcia. Nel 1948 Helga e famiglia rimpatriano in Austria stabilendosi in un primo momento ad Attersee, accolti dai nonni paterni. Dal 1963 Helga vive in Italia dove ha pubblicato molti libri. Nel 1971, venuta a sapere dell'esistenza ancora in vita della madre che l'aveva abbandonata, sente il desiderio di andarla a visitare a Vienna dove la donna vive. Scoprirà che la madre, dopo 30 anni, non ha rinnegato nulla del suo passato, di cui conserva orgogliosamente come caro ricordo la divisa di SS che vorrebbe che Helga indossasse e alla quale vuole regalare gioielli, di dubbia provenienza. Stravolta da quell'incontro, tuttavia Helga vorrà, con non diversi risultati, tornare a trovare la madre nel 1998. Da questo secondo incontro negativo e traumatico a causa della fede irriducibile della madre nell'ideologia nazista nasce il libro Lasciami andare, madre, uscito in Italia nel 2001.
Ho scoperto Helga Schneider, scrittrice di origini tedesche ma ormai italiana d’adozione, nel 2001, da una nota sul Corriere della Sera sul suo libro forse più famoso, Lasciami andare, madre (Adelphi). La sua storia personale è tragica: quando Helga e suo fratello erano ancora bambini, nella Germania hitleriana, vennero abbandonati dalla madre, fanatica nazista, che divenne guardiana nel campo di concentramento di Ravensbrück. I due piccoli, affidati a una zia, si trovavano a Berlino negli ultimi tragici giorni della guerra, e furono persino portati nel bunker sotterraneo dove Hitler si era rifugiato. La Schneider rivide la madre solo nel 1998, e quell’incontro è appunto al centro di Lasciami andare, madre: a distanza di cinquant’anni, la figlia ritrova una vecchia che non ha rinnegato nulla della sua antica fede, che ancora è orgogliosadel suo lavoro di aguzzina, ancora sprizza odio e cieca obbedienza da tutti i pori, e che pure, incredibilmente, si ostina a cercare un riavvicinamento con la bambina che ha abbandonato senza rimpianti e che ora la guarda con orrore.
Insomma, la signora Schneider sicuramente la follia nazista la conosce bene, nulla da dire: da un po’ di tempo però ho l’impressione che come scrittrice sia sopravvalutata, che le tematiche che affronta (ovviamente, data la sua biografia, scrive per lo più, anzi quasi esclusivamente, sul nazismo e la guerra, spesso rivolgendosi anche a un pubblico di ragazzi), per quanto sicuramente educative e importanti, non riescano del tutto a mascherare le carenze della scrittura. E infatti questo suo libro, che uscì nel 2009, l’ho preso esclusivamente per l’argomento trattato, ben sapendo che molto probabilmente sarebbe stato quello il suo unico motivo di pregio.
L’esistenza dei bordelli nei campi di concentramento nazisti è stata a lungo un argomento tabù: comprensibilissime la reticenza e la poca disponibilità a parlare delle ex prigioniere costrette a prostituirsi, e altri motivi hanno fatto sì che fosse un tema poco studiato (la Schneider cita anche il timore di dare un assist ai negazionisti, che potrebbero sfruttare la presenza dei bordelli per sostenere che in fondo le condizioni di vita nei lager non erano poi così malvage). Nel 1943 il capo delle SS Himmler ritenne che, poiché i prigionieri costituivano gran parte della forza lavoro del Reich nel bel mezzo dello sforzo bellico, fosse di pubblico interesse assicurarne il “benessere” psico-fisico e una regolare attività sessuale, da cui l’istituzione dei bordelli, nei quali furono chiamate a lavorare, spesso con l’ingannevole miraggio di una più pronta liberazione, le prigioniere del lager femminile di Ravensbrück. La frequentazione dei bordelli era vietata a ebrei, Sinti, Rom e sovietici e, almeno inizialmente, anche alle SS. La baracca dei tristi piaceri segue la testimonianza di un’anziana donna berlinese di nome Herta Kiesel (sicuramente un nome di fantasia), arrestata nel 1943 perché fidanzata con un giovane di origini ebraiche. Rinchiusa nell’inferno di Ravensbrück, quando le viene proposto di lavorare con altre compagne nel bordello di Buchenwald, con la promessa che di lì a sei mesi sarebbe stata liberata (promessa che poi naturalmente si rivelerà del tutto falsa), si aggrappa a quella speranza e accetta senza neanche pensarci. Nel Sonderbau (“edificio speciale”) di Buchenwald trova in effetti migliori condizioni materiali di vita, ma a prezzo di uno sfruttamento e un degradamento ancora più schifoso, a opera prima di tutto delle spregevoli guardiane delle SS, e sfortunatamente anche degli stessi “clienti” prigionieri, poiché in un ambiente simile, purtroppo, neanche fra gli oppressi riesce a nascere un po’ di solidarietà. Herta e le altre prostitute forzate del Sonderbau sarebbero state usate anche per verificare l’efficacia della “cura dell’omosessualità” che uno dei medici nazisti del lager, Carl Vaernet, stava sperimentando sulle sue cavie umane. I traumi e le ferite di quegli anni terribili continueranno anche dopo la liberazione a tormentare Herta, che durante la prigionia è diventata dipendente dall’alcol, che solo con estrema fatica sarebbe ritornata ad avere una normale vita di affetti, senza peraltro avere mai il coraggio di raccontare la sua storia.
Questa, in definitiva, la vicenda che ha fornito alla Schneider l’ispirazione per il suo libro (o le vicende, se sono state messe insieme esperienze di più di una persona per creare una storia “esemplare”): come si vede, un tema di estremo interesse, quasi inedito, doloroso ma da conoscere. Peccato che il risultato non sia all’altezza.
Ci troviamo di fronte a un “romanzo”, e io lo giudico (anche) in base a questo assunto. C’è una cornice un po’ “tirata via”, che non è il massimo dell’originalità e dell’inventiva: a Berlino, una scrittrice incontra un’anziana donna (Herta) che ha vissuto sulla sua pelle l’orrore del bordello dei lager e che, in un lungo racconto, espone la sua storia. Il nucleo centrale è inframmezzato da lungaggini per lo più inutili (aveva uno scopo la presenza dell’amico della scrittrice, Marco, o era lì solo per metterci – gasp! – una storia d’amore omosessuale?) e appesantito da una marea di dettagli altrettanto superflui (la descrizione dell’appartamento di Frau Kiesel, e che importa sapere che Sveva preferisce lo zucchero e non la panna nel caffè? Certe volte si ha l’impressione, ma non solo in questo libro, che un po’ di righe di testo vengano inserite “per far numero”); lo stile è piattissimo, o peggio fa sfoggio di frasi abusate e retoriche (penso soprattutto alle descrizioni fisiche, con un fiorire di “rughe” sul volto ed espressioni degli occhi che rivelerebbero al primo colpo tutto della personalità di un individuo), e i “personaggi” sono poco più che dispensatori o ricevitori di infodump; qua e là, per fornire un po’ d’ambientazione, è inserito qualche brano che sembra tratto da una guida di Berlino, e in aggiunta ci sono incastrate altri episodi minori, che forse l’autrice ha raccolto in interviste, che però si armonizzano male col resto, come se si fosse voluto metterli a forza per utilizzarli in qualche modo (ad es. il siparietto, inutile anche questo, dell’anziana coppia tornata a Berlino dopo aver vissuto per decenni in America).
Quando il libro, consciamente o meno, “rinuncia” alla pretesa di essere un romanzo, allora diventa più scorrevole, più riuscito: parlo dei brani messi in bocca al personaggio di Frau Kiesel che probabilmente sono trascrizioni fedeli di interviste fatte dalla Schneider, o di pezzi dal carattere apertamente saggistico. Senza più inutili (e malriusciti) distrazioni o orpelli, la semplice forza della tematica e delle testimonianze si impone.
Mi domando perché debba essere sembrato così inconcepibile all’autrice scrivere un bel saggio sull’argomento, documentato e appassionato, o un libro-intervista, invece che tentare di “costruirci su” un romanzo. La piattezza dell’insieme rischia persino (e mi vergogno a dire una cosa simile, vista la tragicità dell’argomento, ma è questo l’effetto che la lettura mi ha provocato) di “banalizzare” le vicende narrate, che risultano annacquate, quasi costruite (e, ripeto, quasi sicuramente non è affatto questo il caso). Paradossalmente, l’espediente di trattare l’argomento in forma narrativa avrebbe dovuto renderlo più coinvolgente ed emozionante, e invece, poiché è realizzato in modo non soddisfacente, risulta persino controproducente.
"Ogni volta che vedevo quel trabiccolo stracolmo di cadaveri, mi sembrava che gridasse scandalo al cielo. A un cielo dal quale un Dio immobile e distratto non era riuscito a dare un solo segno della sua presenza al campo. Un padreterno dall'inconcepibile tolleranza del male. No, io non ho mai notato il benchè minimo segno della presenza di Dio a Buchenwald!" e ti chiedi come possa essere stato possibile e ti rendi conto che Dio non c'entra niente e nessuno aveva più ragione di Hobbes quando diceva "homo homini lupus" ... l'uomo è lupo di se stesso. Frau Kiesel racconta la sua storia a una scrittrice Sveva per darle la possibilità di scrivere un romanzo su un argomento ancora tabu nella Germania moderna che ha preso decisamente le distanze dalla strage compiuta dai nazisti. E’ una giovane ragazza quando s’innamora di Uwe, giovane ebreo, sarà proprio questo amore a portarla in campo di concentramento dove si offre volontaria per “scontare la sua pena” in un bordello per prigionieri e giovani nazisti annoiati . Gli uomini arrivavano, denutriti, esausti per il lavoro forzato ma pronti a spendere i loro 2 marchi per un quarto d’ora di sesso, per le SS invece i servizi erano gratuiti . Un’esperienza che cambierà la vita di frau Kiesel per sempre, impedendole di vivere la sua femminilità e i suoi sentimenti anche una volta libera adulta e sposata ad un uomo amorevole.Il libro non mi ha colpita particolarmente. Mi è sembrato un po’raffazzonato,messo insieme da una penna certamente delicata,ma non particolarmente abile.Lascia inconcluse tutta una serie di storie parallele e non è abbastanza crudo da colpire al cuore. Perché storie del genere devono farti male. Il dolore è il minimo che si deve provare quando abbiamo il privilegio di poterci limitare a leggere.
Ci sono alcune cose che non mi hanno convinto in questo libro. La trama è notevole e "forte", ma lo stile dell'autrice mi è parso troppo leggero, soprattutto all'inizio perso in strade del tutto marginali narrando piccolezze e particolari che, ben lungi dal fare da cornice (chissà se questo era il suo intnto), di fatto distraggono il lettore - e me nella fattispecie - dalla drammaticità del racconto di Frau Kiesel. Caratterizzazione dei personaggi molto scarsa, la giornalista Sveva che reagisce alla John Wayne (espressione senza cappello e con cappello) in modo stereotipo a qualunque tipo di sollecitazione esterna. Non mi è piaciuto, se non fosse che la storia merita veramente - e ti ci fa incazzare questo, perché una trama avvincente, intensa, dura come una scarica di cazzotti nello stomaco, è stata sprecata con uno stile superficiale e piatto - avrei volentiero dato il minimo.
Un libro interessante che mette l'accento su alcuni aspetti meno noti del nazismo e della vita nei campi di concentramento. Non mi è piaciuta molto la struttura del libro: un'intervista a una vittima dei lager che si interseca con altre vicende e altre questioni (l'omosessualità e la sua accettazione sociale sia adesso sia durante il nazismo.)
Uno squarcio sul mondo delle donne costrette nei campi di concentramento. Seppure la lettura è molto intensa e fornisce un quadro drammatico della condizione all'interno dei lagher, la struttura del romanzo non mi ha molto convinta, un'intervista per un libro in itinere, come se una bruttura così e un dramma così grande potesse ridursi a copie da vendere. Di fatto è quello che poi succede, ma mi illudo che la scrittura possa essere sempre un modo per esorcizzare (almeno un poco) il dolore.
La tematica principale del libro è molto forte, un po’ in contrasto con quello che possiamo definire il contorno del romanzo (la storia di Sveva a Berlino e dell’amico Marco). I toni leggeri di questa parte di racconto stonano un po’ con la testimonianza di Herta. Nel complesso libro molto interessante e scorrevole.
E' un bel pugno nello stomaco questo nuovo romanzo della Schneider che tratta due temi tutto sommato marginali rispetto ai soliti quando si parla di nazismo e di campi di concentramento: i bordelli all'interno dei campi di prigionia e il trattamento riservato agli omosessuali. E' difficile rimanere indifferenti, può capitare di doverlo chiudere un attimo per metabolizzare quanto atroci fossero gli avvenimenti, ma tranquilli, è normale, significa che certe tragedie non smettono mai di turbarci e questo è solo un bene. La scrittura è semplice, lineare, scarna, efficace.
Questo libro è stato una sofferenza, e per i motivi sbagliati. L'argomento che sta alla base del romanzo è interessante e merita che se ne parli e se ne parli e se parli, se non altro per l'omertà e il silenzio che ha circondato la questione della prostituzione coatta nei campi di concentramento nazisti. Aneddoti di umana follia, crudeltà, abbrutimento; l'egoismo dettato dalla paura, l'abitudine alla violenza, sono argomenti difficili da digerire, ed è sempre difficile prendere atto che è potuto succedere, è successo e non c'è ragione per cui l'uomo non possa toccare il fondo ancora una volta. Ora, il libro avrebbe fatto migliore riuscita se non fosse stato un romanzo, ma un saggio o un articolo, perché Helga Schneider – non me ne voglia – ha una capacità narrativa davvero molto limitata. Ed è per questo che dico che questo libro è stato una sofferenza. Il romanzo è pieno di motivi ripetuti e stereotipati, per non dire del tutto inutili ai fini della storia e inseriti nella narrazione con il lampante obiettivo di aggiungere pagine al prodotto finale. Sono felice di essere arrivata alla fine. Se fosse durato un po' di più, mi sarei senz'altro data per vinta e avrei mollato la lettura.
No, non ci siamo proprio. Ho dovuto interrompere la lettura perché non mi è piaciuto per come è scritto, il che è un peccato perché la tematica che trattava era interessante e avvincente dove in pratica parla di fatti accaduti nei campi di concentramento dove le donne erano costrette a prostituirsi. Però è scritto tutto in maniera troppo superficiale e piatta -pure scene che vogliono essere cruente, ma hanno zero spessore- con dei dettagli superflui. La caratterizzazione dei personaggi è molto scarsa, ceh zero proprio, specialmente la protagonista che non l'ho sopportata, in pratica questa scrittrice, di fronte alle crude testimonianze della sopravvissuta, si limita a fare due manifestazioni emotive in croce e dare risposte un po' superficiali, insomma una specie di John Wayne, un comodino ha più personalità.
Immaginate di essere una ragazza tedesca di vent'anni durante la Seconda Guerra Mondiale. Un giorno come tanti altri venite arrestata senza spiegazioni e subite un processo sommario in cui l'accusa è di aver sporcato il sangue ariano con quello ebreo. Siete caricata insieme ad altre cinquanta donne dentro ad un carro bestiame diretto a Ravensbruck, un campo di lavori forzati dove venite rasata, spogliata dei vostri vestiti e tatuata per diventare un numero tra tanti altri. Immaginate un solo pasto al giorno dopo ore e ore di lavoro durissimo, punizioni crudeli per qualsiasi gesto di umanità nei confronti di altre prigioniere. Sentite la vita scorrere via dal vostro corpo, la vostra ragione abbandonarvi, non riuscite neanche più a piangere per gli orrori che vedete ogni giorno. Poi ricevete una proposta: a Buchenwald vi aspettano pasti decenti, un letto caldo, niente lavori estenuanti e la libertà dopo sei mesi; in cambio dovrete mettere il vostro corpo a disposizione delle SS e dei prigionieri del campo. Nella Germania nazista la prostituzione era un crimine punito spesso con la deportazione e vi chiedete cosa ci faccia un bordello in un campo di concentramento. Ma è il pensiero di un attimo; vi fate avanti con la convinzione che ciò che vi chiedono non può essere peggio dell'inferno in terra in cui siete capitata e vi aggrappate alla speranza che finisca presto. È l'inizio di un altro incubo.
L'esistenza dei cosiddetti Sonderbund - "Edifici Speciali" in cui le donne erano costrette a prostituirsi e a subire ogni genere di violenza - è stata a lungo taciuta, forse anche per rispettare il silenzio delle vittime. Con una penna rapida e asciutta Helga Schneider ci restituisce la preziosa testimonianza di una delle pagine più vergognose e dolorose della nostra storia, un racconto terribile ma che è necessario conoscere.
... ma lo fa male. Non ci siamo... Se prendessimo questo libro come saggio storico dovremmo bocciarlo per lo scarso approfondimento della tematica affrontata. Ma non � un saggio storico... � un romanzo. E tuttavia anche in questo caso il verdetto non � pi� felice... Romanzo che dice poco, storia che di fatto non � altro che un pretesto per presentarci il toccante racconto della sopravvissuta al campo di concentramento, e che � il cuore del libro... sicuramente la parte pi� interessante. Tutto il resto, tutto ci� che separa queste parti tra di loro, � piatto, inutile, noioso.... tanto che lo si legge per inerzia, nell'attesa di tornare ad affrontare i capitoli pi� seri. Ripeto, l'autrice ha avuto il grosso merito di affrontare un tema poco (e nulla) conosciuto e che merita approfondimento. Ma lo fa in maniera poco approfondita con un romanzo che, escluso il racconto di Frau Kiesel, ha davvero poco da dare... Peccato... peccato davvero...
Sono sincera: da questo libro mi aspettavo qualcosa in più. Il tema trattato è stato per molti anni uno dei grandi tabù dell’esperienza concentrazionaria, la prostituzione delle prigioniere voluta da Himmler nel 1943.
A dispetto di ciò che dicono molte recensioni, il linguaggio semplice dell’autrice non è sinonimo di incapacità di scrittura. Tuttavia, quello che dovrebbe prospettarsi un libro profondo e sconcertante presenta descrizioni superficiali e rapide delle terribili vicende vissute da Herta. Difficilmente riuscirai ad affezionarti ai personaggi e a soffrire con loro. Insomma, una descrizione fredda e distaccata del Sonderbau di Buchenwald. Inoltre, in certi passaggi la scrittrice sembra ricadere in stereotipi sul Lager.
Voto mille per la tematica, assolutamente interessante, atroce e pesante, tanto da obbligarmi a frammentare la lettura. voto mediocre per la struttura del racconto: una scrittrice in cerca di ispirazione si imbatte in una signora che con troppi intoppi le racconterà la sua testimonianza da sopravvissuta. il tutto con sfondo alle vicende personali di questa scrittrice, rendendo scialbo lo stile narrativo.
La critica che si muove più spesso ad Helga Schneider riguarda i tanti svolazzi laterali presenti nei suoi scritti. E ci si dimentica che questa donna ha vissuto in nazifascismo sulla sua pelle. E, soprattutto, che ha deciso di scriverne romanzi, non autobiografie. Lo stile può piacere o meno, ma sostenere che usi la Memoria per raccontare la sua storia in modo inverosimile mi pare inaccettabile.
“La baracca dei tristi piaceri” racconta di un argomento che, spesso, viene ritenuto marginale quando si tratta il tema dei campi di concentramento nazisti.
Nel 1943 Himmler prese la fulminante decisione di far allestire dei bordelli nei più grandi campi di concentramento. Quello di Buchenwald fu chiamato ipocritamente Sonderbau, ‘edificio speciale’. La sua costruzione schizzò in cima alle priorità del campo a scapito dell’allargamento del Revier, l’infermeria. Le donne destinate al bordello furono per la maggior parte reclutate nel lager femminile di Ravensbrück, dove si sceglievano le prigioniere più giovani e quelle ancora sufficientemente presentabili, nei limiti del possibile. Appena terminato, il Sonderbau ottenne un immediato successo e i prigionieri-clienti accorsero numerosi. In un primo tempo la frequentazione dei bordelli nei lager era vietata alle SS, agli ebrei, ai Sinti e Rom e ai prigionieri sovietici; per gli altri vigevano regole di ferro. Prima di presentarsi i candidati dovevano passare in infermeria per fare una doccia e sottoporsi a una visita di controllo. Che, naturalmente, visto il frettoloso esame, spesso non era in grado di rilevare malattie veneree in corso.
L’inizio e la spina centrale del romanzo non mi hanno entusiasmata. Storia un po’ ritrita: una giornalista che si lancia nella scrittura di romanzi. Dopo il primo successo è in crisi nera perché ha una sorta di “panico da foglio bianco”. Durante una sua puntata lavorativa a Berlino conosce una donna, decisamente eccentrica, che dopo vari tentennamenti decide di raccontarle la sua storia. Frau Kiesel è un’anziana vedova, che racchiude nella sua vita degli anni realmente terrificanti. Il primo grande amore della sua vita, Uwe, proveniva da un’ottima famiglia. Dove la madre era cattolica ed il padre mezzo ebreo, non praticante e non appartenente alla comunità ebraica. I genitori di Helga appena seppero del ragazzo la ripudiarono, cacciandola di casa con tutto l’ottuso odio dei filonazisti dell’epoca. Venne accolta dalla famiglia del fidanzato, che godeva ancora di qualche privilegio. Ma i vantaggi e le leggi in quel periodo cambiavano anche nel giro di poche ore: vennero tutti arrestati. Helga compresa: nonostante fosse tedesca, venne considerata una “Judenhure”, una puttana ebrea. Del fidanzato non seppe più nulla, mentre per lei si spalancarono le porte del campo di concentramento. E qui la decisione più importante della sua vita: prostituirsi ed avere condizioni di vita umane, piuttosto che vivere pressata in baracche luride e maleodoranti insieme a decide di altri corpi ormai alla soglia della follia.
Oltre al tema della prostituzione, l’autrice ne incorpora un altro. Altrettanto grave. L’idea che ha portato Himmler ad istituire i bordelli nei campi di concentramento non fu dettata tanto dal consentire uno svago ai prigionieri, ma ad arginare l’omosessualità dilagante tra i prigionieri. E le due realtà si compenetrano quando
Un giorno dell’estate del 1944 arrivò a Buchenwald un medico, psichiatra e sedicente ricercatore, un maledetto danese, che su ordine di Himmler avrebbe compiuto un certo esperimento su cavie scelte al campo. Questo pazzo era convinto di poter guarire l’omosessualità. Dico ‘guarire’ perché la considerava una malattia.
E la prova del nove per decretare la guarigione del “paziente” era, appunto, l’incontro con una prostituta.
Come si vede i temi scelti sono densi, importanti e da maneggiare con estrema cura. Purtroppo in questo romanzo ho trovato un po’ troppi svolazzi laterali ed eccessive fioriture che hanno appesantito lo scorrere delle pagine. Tuttavia, è una lettura che consiglio per due motivi. Non scade mai nel volgare e nel torbido più becero. Non è eccessivamente lungo: oltre ad avere la possibilità di finirlo agevolmente ha il pregio di non descrivere i due punti cardine in modo minuzioso. Questo permette, a chi fosse interessato, di approfondirli in modo più tecnico ricollegandosi a varie fonti storiche.
La Schneider sceglie la tecnica del "making of" per questo libro apparentemente semplice ma in realtà crudo e durissimo su una delle realtà meno conosciute e più nascoste del nazismo, lo creazione dei bordelli di lager in cui le donne venivano costrette a prostituirsi a favore dei prigionieri privilegiati e delle SS, in una schiavitù sessuale che rese le donne stesse, per prime, disgustose a loro stesse. A corollario l'atteggiamento nazista nei confronti dell'omosessualità e la tragedia degli "esperimenti scientifici", tutte realtà da cui, ancora oggi, non si sono ancora prese a sufficienza le distanze, come è facile capire dalle dichiarazioni dagli atteggiamenti di tanti politici nostrani.
"… eravamo considerate carne da macello sulla quale si poteva scaricare tutto il sudiciume del mondo."
Con questa citazione voglio introdurti alla scoperta del romanzo “La baracca dei tristi piaceri” di Helga Schneider.
“L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza.” — Liliana Segre
Proprio così: ricordare gli orrori patiti nei campi di concentramento da esseri umani inermi e innocenti è il modo migliore per non essere indifferenti, per evitare che tornino a perpetrarsi violenze come quelle viste durante il periodo nazista.
Come ogni anno per il 27 gennaio, Giornata della Memoria, voglio dare il mio contributo parlando di un aspetto poco conosciuto, o per meglio dire taciuto: quello della violenza sessuale subita dalle donne nei Sonderbau, la cui considerazione storica fu ostacolata soprattutto dal silenzio delle vittime.
"Marchiate nei lager come prostitute e disprezzate dagli stessi compagni maschi di prigionia, la maggior parte di loro alla fine aveva preferito tacere. E storicamente, la vergogna dei bordelli nei lager doveva essere dimenticata."
2 luglio 1943: questo è il giorno a partire dal quale diciotto donne, provenienti dal campo di Ravensbrück, furono obbligate alla prostituzione coatta e non protetta nel campo di Buchenwald. Altri nove bordelli furono costruiti e attivati nei grandi campi di concentramento per ordine del ministro dell’interno Himmler.
"Qui la doppia morale dei nazisti diventava palese: la prostituzione era vietata per legge, ma nei bordelli dei lager lo Stato si trasformava in Zuhälter, sfruttatore."
Due furono le giustificazioni portate: occorreva avere a cuore il benessere fisico dei lavoratori dei campi di concentramento, per incentivarne la capacità produttiva finalizzata alla vittoria della guerra, e arginare la crescente diffusione dell’omosessualità nei lager.
"Le prigioniere del Sonderbau erano state degradate a oggetto il cui corpo doveva servire all’incremento della produzione bellica del Reich. Corpi che non dovevano essere altro che sesso."
Helga Schneider ci accompagna nella vita traumatica delle prigioniere e lo fa tramite il personaggio di Frau Kiesel, una ormai anziana signora. La conosciamo alla conferenza per il libro di Sveva, giornalista italiana di origini tedesche, che si occupa di storia ed è alla ricerca di materiale per un nuovo libro.
Le due donne hanno diversi incontri, durante i quali Frau Kiesel ripercorre le tappe della detenzione, entrando nei fatti più dolorosi e ricordando amici e nemici.
La sua vita è stata stravolta nel febbraio del ’43. Tedesca, figlia di un funzionario del ministero della Sanità, si innamora di Uwe, un ragazzo non puro, per metà ebreo. Accusata di aver contaminato il sangue ariano, viene incarcerata e spedita a Ravensbrück. Da lì il calvario che la porterà a Buchenwald.
Oltre alla condizione delle donne nei bordelli, si fa menzione nel romanzo di Carl Vaernet, medico studioso di omosessualità che a Buchenwald tentò di “curare” gli uomini non eterosessuali e ritenuti perciò malati.
Pur essendo una storia non biografica, ma scritta tramite resoconti delle vittime e fatti verosimili, si rimane spiazzat* da tanta crudeltà, insensibilità e pazzia. Mi sono fermata più di una volta a chiedermi come tutto ciò sia stato possibile, come si sia superato il limite morale e umano senza un minimo di rimorso.
"Convertire il concetto di anomalia in normalità. Solo così si aveva la possibilità di non perdere il senno."
Con una narrazione fluida ma a volte intervallata da salti temporali , “La baracca dei tristi piaceri” è un libro che rilascia dolore, che fa pensare al genere umano mostrandone la bassezza e proprio per questo motivo ne consiglio la lettura.
Incipit : Primavera 2001 La sala conferenze distava poche centinaia di metri dall'Hotel, Sveva la raggiunse su un marciapiede lucido di pioggia affiancato da alberi frustati dal vento. Un tragitto breve ma estenuante.
Che dire? Io sarà che vivo nel paese dei balocchi, ma ogni tanto certe scoperte mi sconvolgono. E' la storia di Frau Kiesel raccontata dalla scrittrice Sveva : la colpa di Herta è quella di essere una tedesca innamorata di Uwe, mezzo sangue, durante la seconda guerra mondiale. Poiché secondo la politica ariana chi andava con gli ebrei era da rieducare, mandano Herta nel campo di Buchenwald. Con la promessa di essere liberata dopo sei mesi si fa volontaria per andare nel bordello del campo, il Sonderbau. Nel libro viene raccontato ciò che Frau prova e vive. Come prevedibile è struggente. Fa male. Ciò che più mi ha sconvolto è che hanno creato dei bordelli nei lager così da aumentare e incentivare la produzione...e non è fantasia. So che ci sono tantissimi racconti sui lager e tutti sono pesanti. Molti li ho letti, ho visto parecchi film, ho avuto la fortuna di parlare con una sopravvissuta... Questo argomento mi fa venire la pelle d'oca ogni volta...ma i bordelli...dai,mancava veramente solo quello e tatadadam...appaiono come nei peggiori incubi! Meglio questi delle camere a gas, poco ma sicuro...il problema è che dal racconto del libro mi è pure rimasta la seguente domanda : nei bordelli avevano l'acqua calda, il sapone, il cibo e un letto in cui dormire...quindi perchè dovrebbe essere peggio dei campi? Non appena avrò una mia risposta, vi rendo partecipi.
Tornando al libro, non mi è piaciuta la freddezza di Sveva, a cui interessa la storia solo perché deve scrivere il suo libro. E la connessione, poco chiara per me, tra Marco, l'amico berlinese gay, e la trama. Nel libro fin dall'inizio si parla di omosessualità con il racconto di Frau riguardo suo cugino Roby al Bahnhof zoo (il famoso zoo di Berlino di Christiane F), per finire con gli esperimenti del dottor Vaernet il quale impianta una ghiandola sintetica producente testosterone nei reclusi omosessuali per farli tornare eterosessuali. A parte che si parla di omosessualità non vedo la pertinenza. Voto : 8 1/2
- "Era proibito provare sentimenti umani" - "Io ammiro le detenute che erano riuscite in una cosa importantissima. Convertire il concetto di anomalia in normalità. Solo così si aveva la possibilità di non perdere il senno. Ma io non ne fui capace."
Sono andata un pò su internet alla ricerca di particolari sui triangoli che nel libro mettono in testa: Quando una nuova prigioniera arrivava a Ravensbrück era obbligata ad indossare il Winkel, un triangolo di stoffa colorato, che identificava il motivo di internamento; sul triangolo era applicata una lettera che identificava la nazionalità. Le deportate polacche, che divennero la maggior componente nazionale nel campo a partire dal 1942, indossavano normalmente un triangolo rosso (deportate politiche) con una lettera "P" (nazionalità polacca). Le donne ebree, prima del trasferimento verso Auschwitz, indossavano un triangolo giallo, alcune volte sovrapposto con un secondo triangolo per indicare altri motivi di internamento. Le criminali comuni indossavano il triangolo verde, i Testimoni di Geova il triangolo viola. Le zingare, le prostitute e le «asociali» venivano identificate da un triangolo nero. Il triangolo rosa, utilizzato per identificare gli omosessuali maschi presso gli altri campi di concentramento, non venne utilizzato nel campo femminile di Ravensbrück; le lesbiche internate, spesso per associati motivi razziali o politici, vennero contrassegnate con il triangolo nero e cosiderate semplici «asociali».
E' uno di quei libri che lasciano il segno, che serve a non far dimenticare l’orrenda Storia di soprusi e violenze. Una delle pagine più tristi della Storia Occidentale viene raccontata dall'anziana Frau Kiesel a Sveva, una giovane aspirante scrittrice. Frau ha bisogno di lasciare un segno nella memoria, non vuole nascondere la verità, anzi lei vuole gridarla, affinché tutti sappiano. E non parla solo di se stessa, della sua esperienza nei campi di concentramento ma anche di quello che hanno dovuto subire le altre donne, abusate dalle SS. Racconta di come vennero costruiti i bordelli all'interno dei lager, con la scusa ignobile di voler evitare la diffusione dell’omosessualità tra i detenuti. Frau rompe il silenzio e non nasconde più quello che per anni era stato taciuto, anche quando la guerra era ormai terminata e tutto sembrava ritornare alla normalità. Molte donne, a differenza sua, avevano preferito l’ombra, non trovando il coraggio di denunciare, preferirono dimenticare, reprimere il ricordo troppo doloroso da affrontare nella quotidianità, in quel che restava da vivere, del fantasma consumato di loro stesse. Un romanzo tragico, ricco di emozioni contrastanti. “La baracca dei tristi piaceri” è un libro che vuole essere una mina vagante, che rappresenti la sofferenza di tutte coloro che sono state abusate nel corpo e nella mente, e hanno visto la loro anima sbiadire lentamente fino al deterioramento. “La baracca dei tristi piaceri” di Helga Schneider racconta un frammento di storia, per non dimenticare.
Un pugno allo stomaco. Questa è l'espressione più adatta per descrivere la lettura di questo libro. Ho apprezzato molto questa testimonianza dura e terrificante, ma mai scabrosa, di come era la vita all'interno del bordello del campo di concentramento di Buchenwald, tuttavia il libro ha alcuni problemi, in particolare quella che sembra quasi leggerezza da parte di Sveva quando si tratta di farsi raccontare la storia della sua vita dalla signora Kiesel ed il suo sembrare un ibrido tra un romanzo e la testimonianza di una sopravvissuta, .
Sono confusa e costernata da questo libro. Senza tergiversare troppo, è terribile. L'unica cosa che si salva, ed è il motivo principale che mi ha spinto a dare la seconda stellina, è l'argomento. I bordelli nei campi di concentramento, fine. Il resto? Stile dell'autrice pessimo, la storia che fa da cornice ridicola e anche sti cazzi dell'incontro di Sveva con i suoi amichetti al bar e dei suoi problemi noiosi con l'ex Costa. Ma scherziamo? Ma stiamo parlando di prigioniere costrette a prostituirsi, vessate, rese carne da macello, e Helga che fa? Mi parla degli spuntini al bar? La superficialità con cui racconta certi fatti, la personalità che da a questa donna inventata (probabilmente l'unione di più testimonianze e sopravvissute) è, secondo me, a dir poco offensiva per chiunque abbia davvero vissuto quell'inferno. Forse se si fosse rimboccata le maniche e avesse scritto un saggio dando informazioni e non interpretazioni sarebbe stato meglio. In compenso si erge come paladina della cultura, ponendo il suo libro tra quelli che hanno tirato finalmente fuori l'argomento, altrimenti taciuto per anni. Oh jesus, ma lascia perdere! Fai scrivere a chi di dovere. Sconsigliatissimo, compratevi un saggio.
Peccato....nonostante il tema trattato non mi ha convinto per nulla. La storia e i personaggi che fanno da cornice alle vicende ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale sono alquanto insulsi e banali. Sveva manca assolutamente di empatia. Le stesse vicende del Lager sono riportate in maniera discontinua, senza riuscire a creare quell'emozione che ho trovato in molti altri romanzi dello stesso genere. Sembrano per lo più un collage di varie testimonianze messo nel libro nel tentativo di creare a tutti i costi una storia. Forse sarebbe stato meglio, a questo punto, un libro dal taglio più giornalistico o saggistico. Anche la scrittura di Helga Schneider l'ho trovata molto piatta. Ho sicuramente apprezzato di più altri suoi libri, come Lasciami andare madre.
Questo libro era nella mia lista da circa tre anni, ma non ho mai avuto il coraggio di leggerlo, fino a ieri. Questa è la storia di una donna sopravvissuta all’orrore nazista, costretta a prostituirsi per sopravvivere. Della prostituzione nei campi di concentramento se ne parla poco, eppure sono state tante le donne sfruttate per la loro carne, umiliate, rese oggetti di piacere per chiunque. I racconti della donna sono veri e crudi, ma è giusto che siano così.
Il racconto di una donna prigioniera dei lager nazista selezionata per i bordelli costruiti nei campi dì concentramento. Molte le donne costrette a “scegliere” di prostituirsi per evitare di dover “sopravvivere “ in modi disumani. Donne che poi , dopo la guerra, schiacciate dall’umiliazione e dalla vergogna non hanno denunciato per anni la loro tragedia.
proprio brutto. quello che si presume sia l'argomento principale è trattato in modo superficiale e frammentario, con qualche dato storico buttato lì. intorno c'è una cornice che non sa di nulla e della quale non si capisce la funzione. tanto per chiudere in bellezza, è tradotto male (penuria di congiuntivi, consecutio sommaria, il caffè che gorgheggia nella moka).
è stata una lettura abbastanza pesante, ma contemporaneamente non riuscivo a staccarmi dal racconto. Sapere che è una storia vera mi ha fatto accapponare la pelle. Il modo con cui l'autrice ha scelto di raccontare le vicende, poi, a mio parere è stato il più adatto.
Libro interessante che parla di un aspetto spesso trascurato. Lo stile letterario è interessante ma per certi versi un po' "semplice" e superficiale, soprattutto per quanto riguarda i protagonisti.
libro davvero molto bello! fa riflettere molto e comprendere in modo semplice un tema di cui non si parla molto. mi ha presa fin dalla prima pagina ed è davvero molto scorrevole...consigliatissimo!
Secondo me deludente. Scritto in maniera molto piatta. Nessun approfondimento dei personaggi. La vicenda principale, quella che davvero desta interesse, è continuamente intervallata da altre storie che non aggiungono nulla, anzi sembrano servire solo ad allungare la "broda".