Ancora oggi, certi bar sono il centro della vita di interi paesi o quartieri: un'ambientazione perfetta per una pièce teatrale, che Goldoni sfrutta con La bottega del caffè.
Il "barista" Ridolfo, proprietario della bottega e simbolo della nuova borghesia di self-made men, si potrebbe trovare dietro ai banconi ancora oggi: amico di tutti, pronto a elargire consigli, poco incline al gossip ma disposto ad ascoltare le confidenze dei suoi clienti.
A Ridolfo si contrappone Don Marzio, anch'egli borghese, ma dedito alle maldicenze e ai frivoli pettegolezzi. Con le sue parole, a volte pronunciate con malignità e a volte con troppa ingenuità, mette in moto la vicenda.
Intorno a essi, si muovono gli altri personaggi, che danno vita a un intreccio non particolarmente originale: Eugenio, un giovane mercante indebitato per il gioco d'azzardo, marito della virtuosissima Vittoria; il conte Leandro, misterioso, impegnato in una tresca con la ballerina Lisaura; Pandolfo, disonesto proprietario della bisca; Placida, pellegrina in cerca del suo marito fuggiasco. Già da questa breve descrizione si può immaginare il dipanarsi della storia.
Un po' sprecata appare la figura di Trappola, garzone di Ridolfo: potrebbe essere un servus callidus plautino, di cui possiede la verve comica, ma la sua presenza in scena è scarsa. Forse Goldoni non voleva che la sua commedia nuova fosse contaminata da un personaggio-maschera troppo ingombrante?