Il luogo è la Firenze dell’inverno 1922-23, una Firenze gelida ed ostile, priva d’ogni grazia botticelliana e ritratta in bianco e nero: il bianco dei suoi marmi, dei monumenti e dei sepolcri; il nero del lutto e del fascismo appena salito al potere. Lo sfondo storico è dato dai mesi successivi alla marcia su Roma durante i quali, con Mussolini a capo del governo, il fascismo da movimento violento ed eversivo diviene garante di un ordine e di una legalità fittizi, fondati sull’arbitrio, il sopruso e la paura. Due fatti mettono in moto la vicenda: il fallito trafugamento di un cadavere nel più grande cimitero fiorentino e il rinvenimento, settimane dopo, di un corpo mutilato ed irriconoscibile in un campo appena fuori città. A condurre le indagini è un giovane vicecommissario della Regia Questura, Bruno Settembrini. Uomo capace, leale servitore della legge ma sofferente nel corpo e nell’anima per i postumi della Grande Guerra e per la morte della figlioletta, Settembrini si vedrà costretto ad indagare in incognito e ben oltre i limiti della legalità. Settembrini s’imbatterà in personaggi molto diversi, e però tutti inquietanti: superiori infidi, balordi trafficanti di cadaveri, un morboso manipolatore di salme, uno stravagante archeologo britannico, un avvocato fascista ed intrigante, una donna bellissima e pericolosa. Simboleggiata dai gelidi marmi, aleggia su tutto la presenza della morte, che appare in forme ed in luoghi sempre diversi: chiese, cimiteri e sepolture, dolorosi ricordi di guerra, mummie e collezioni anatomiche, un tragico suicidio, reperti e referti necroscopici, esequie solenni ed una bara che cela un macabro segreto. Scrupoloso nella ricostruzione di fatti, luoghi ed ambienti, I Marmi unisce agli elementi classici del giallo storico un’inusuale ricchezza di motivi e di rimandi letterari: un libro appassionante e che sorprende non solo per i colpi di scena, ma anche per le frequenti variazioni di ritmo e di stile.
Possibile che le persone non debbano esser lasciate in pace neanche dopo la loro morte? Possibile che, anche nella sacralità dei marmi immobili del cimitero di Trespiano, la perversione debba toccare punti di inaudita violenza? La povera ragazzina Vittoria Gori è stata quasi trafugata e, certamente, toccata in maniere poco usuali a ciò che un cadavere richiederebbe, mentre un ragazzo, pronto a una delle classiche prove di coraggio indette dalla sua combriccola, è stato quasi ammazzato proprio in mezzo al cimitero, lasciato agonizzante alle porte della cappella della giovane. Cosa diavolo sta succedendo a Firenze? Perché, ora, sembra vi siano trafficanti di salme e necrofili pronti a saziare le proprie infide voglie su corpi inermi come quello dell'innocente, quanto rinomata, ragazzina? Settembrini, il vicecommissario della Regia Questura, se lo chiede interdetto, aggrottando la fronte, nel suo incedere quasi claudicante tra i marmi, nella sua andatura resa lenta e instabile da una vecchia ferita di guerra. Di certo non si metterà a correre per inseguire i colpevoli, per quello sarà sufficiente la mente abile e scaltra di cui è dotato. D'altronde al suo servizio ha il Masi e lo Scodellini che in quanto a forza fisica e d'animo non hanno nulla da recriminare a nessuno. Certo, non si potrebbe dire la stessa cosa dello Zipolo, ma nessuno può sapere, fino in fondo, di cosa sia capace il nuovo arrivato napoletano. Napoletano in terra fiorentina, una cosa quasi da ridere. Ma torniamo a noi, al reato, al tentato omicidio. Perché a questo, tra poco, si aggiungerà anche il ritrovamento inquietante del cosiddetto “Mezzasalma”. Quello si che è un bell'inghippo, per il Settembrini. Ma poi c'è la strana scomparsa del Tocci, la sua malsana collaborazione con lo Sterra, il becchino del cimitero, e poi il Giacomoni e... Mio Dio, tutti questi personaggi in un romanzo solo senza creare confusione alcuna? Oh si. Oh si, Campani e Cecchini lo hanno fatto e ne hanno aggiunti anche degli altri, magistralmente, senza assolutamente divagare in nessun particolare. Beh, a dire il vero un pochino si, ma solo apparentemente. Ma torniamo nei ranghi, in modo tale da riuscire a spiegare qualcosa de “I Marmi”. Spiegare... No, non potrei. Per il semplice motivo che rischierei, a ogni dettaglio, di rivelare parti interessanti e salienti di un romanzo che sembra costruito a tavolino pezzo per pezzo. Narrata con una maestria quasi inaudita, la storia de I Marmi incastra, come in un complesso puzzle, pagina dopo pagina, tasselli indispensabili alla risoluzione di un caso ancor più grande di quello che si intuisce fin dalle prime pagine. Ambientato nei primi anni venti del secolo scorso, subito dopo la marcia su Roma, nel pieno fulgore di un fascismo pronto a inerpicarsi, come un'edera, per i muri di un'Italia ancora sofferente per la guerra passata, I Marmi testimoniano la realtà di una Firenze normale, una Firenze scaltra, per alcuni versi cattiva e insensibile, ma densa di una dignità perduta nel tempo. Come fece il Gadda anni prima, riprendendo una struttura linguistica e stilistica simile, Campani e Cecchini propongono il classico noir, condito dai vari dialetti che fecero dell'Italia, molto più in passato che in epoca moderna, quel Bel paese che ancora il mondo, in qualche modo, ci invidia. Meta di stranieri attratti dalle bellezze del paese, nonché dalla buona cucina e dalla giovialità, forse in alcuni casi solo apparente, delle piccole frazioni cittadine, l'Italia emerge ne I Marmi forse più che di Firenze stessa, ambientazione scenografica dei fatti narrati. Descrivendo in maniera acuta, intelligente e puntuale l'avvento del fascio, di un Mussolini non edulcorato e della Milizia, esercito innovativo atto a soverchiare la sovranità delle autorità fino a quel momento centrali e importanti, Campani e Cecchini immergono il lettore in un mondo quasi in bianco e nero, sfocato, come nei film anni '40. dal fumo di sigarette altolocate e serie, intellettuali, quasi legittimate nella loro erudizione. Nel romanzo vi sono tutti i canoni classici del noir, dalla bella vedova dall'aria misteriosa al vice commissario integerrimo e incorruttibile, dal sottoposto un po' fessacchiotto ai poveracci della cittadina, colpevoli di un'ignoranza atavica. Vi sono i morti e il mistero che vi si cela dentro, i colpi di scena a non finire e l'assassino strano, deviato, ben differente da quelli descritti nei gialli d'autore. Forse proprio il luogo deciso dagli autori per inscenare il loro romanzo rende I Marmi così originale nonostante il genere quasi scontato. Non è semplice scrivere noir, proprio per la semplicità con cui si rischia di cadere nella banalità. Come in un racconto narrato da Lucarelli, ad esempio nella sua dissertazione circa i delitti del Pacciani, la storia di Alceo Cori si mescola a quella del Settembrini percorrendo vie parallele ma congiunte tra loro da linee sottili. Due personaggi agli antipodi, collegati tra loro soltanto dal luogo d'origine, dall'ironia feroce di cui si fa vanto, specialmente in taluni casi, la città di Dante e da un dialetto che riesce a sembrar simpatico nonostante la brutalità degli atti narrati. Non si riesce a non sorridere nel leggere i dialoghi tra i becchini del cimitero di Trespiano. Non si riesce a non essere indignati davanti al Fracassi, alla sua ampollosità nell'essere così dannatamente fascista e miliziano, non si riesce a non provare deferenza e rispetto al cospetto dell'integerrimo Settembrini. La polizia acquisisce di nuovo quella dignità che, nel tempo, ha perduto, testimoniando come, assieme ai Carabinieri, l'epoca del secolo scorso fosse pericolosamente migliore di quella moderna. Nonostante l'avvento della seconda guerra mondiale, nonostante il potere e i suoi giochi cattivi e privi di empatia alcuna, leggendo I Marmi si prova l'indiscussa tentazione di voler scardinare il presente, resettare l'egemonia della globalizzazione e far tornare le vecchie abitudini, nonché gli antichi modi pensare e vivere, in auge. I vecchi dicono ancora oggi “Si stava meglio quando si stava peggio” e leggendo il Cecchini e il Campani si pensa proprio sia vero. Aldilà del noir, della bravura e del talento indiscutibile degli autori nel narrare, nel citare versetti in latino, facendo trasparire una cultura che raramente, nei tempi moderni, è facilmente ravvisabile negli autori contemporanei, ciò che davvero cattura del romanzo è la dignità del popolo italiano che si respira. Che fine ha fatto la gente che popolava il nostro paese? Le convinzioni, le tradizioni... Tutto perduto in una nostalgica storia post e prebellica. Ci sarebbero innumerevoli altre cose da dire, altri dettagli da svelare, altre angolazioni da sondare attentamente, ma non sarebbe possibile. Perché I Marmi è, come si suol dire, TANTA ROBBA, e conversarne in questa sede risulterebbe alquanto riduttivo. Ci sarebbe da analizzare il dramma nella figura del Cori, la scaltrezza nella bellezza consapevole della Giunti, la dignità e l'animosità del Settembrini, la simpatia insita nello Zipolo che, come per i personaggi fiorentini ed empolesi, possiede un dialetto, quello napoletano che lo rende, di diritto, privo di scontrosa antipatia. Descrivere dettagliatamente un romanzo simile sarebbe impresa altresì ardua anche per il linguaggio estremamente colto e raffinato che scade talvolta, e in maniera quasi perfetta nella sua puntualità, anche in frasari più dialettali, con una prosa ruvida e perfettamente rispondente alla situazione. Insomma, leggere I Marmi mi ha entusiasmato, restituendomi il gusto della lettura non per mero piacere dell'atto, ma per conoscere e bere avidamente da una fonte sempre nuova di acqua fresca e pura. Ho riscoperto la gioia di centellinare le pagine, pregustando il colpo di scena, gioendo per le vittorie e sorridendo inconsapevolmente delle digressioni saltuarie. Non posso che consigliare la lettura di questo romanzo, augurandomi e augurandovi, chissà, di partecipare a qualche presentazione dello stesso, un giorno.
Firenze, inverno 1922 - 23: ha da poco avuto luogo la marcia su Roma e l'Italia assiste all'instaurazione del governo fascista che via via passerà da autoritario a totalitario. Ma la situazione politica nazionale non preoccupa tanto il giovane commissario Bruno Settembrini, quanto i macabri crimini sui quali è chiamato ad indagare. Prima il fallito trafugamento del cadavere di una fanciulla nel cimitero di Trespiano e poi, a distanza di due mesi, il ritrovamento di un corpo mutilato e irriconoscibile appena fuori città, sulla collina di Montughi. Il caso diventa ancora più complesso e delicato quando si scopre che il corpo appartiene al più potente e violento ras fiorentino, Giusto Giunti, notizia che costringe l'ombroso Settembrini, coadiuvato dai prestanti agenti Masi e Scodellini e dallo smarrito brigadiere Zipolo - appena trasferito da Napoli - a svolgere le indagini in estrema segretezza. Non sarà facile capire il nesso che lega i due crimini, destreggiandosi tra una strampalata coppia di trafficanti di cadaveri, un inquietante “marmorizzatore” di salme che si accompagna ad uno strambo archeologo inglese, un avvocato fascista arrogante ed intrigante e la bellissima ma infida vedova del Giunti, la ricca e sofisticata Giuditta. Anche perchè Settembrini deve vedersela pure col proprio carattere freddo e distaccato, tanto da guadagnargli il soprannome di "tedesco", e il tormento dei ricordi della Prima Guerra Mondiale che gli ha lasciato traccia nel corpo, con una cicatrice alla gamba, e nell'animo: durante la sua prigionia in Germania la figlia piccolissima è morta di spagnola e la vicenda ha scavato una voragine tra Bruno e la moglie Clara. Se già il romanzo stuzzica la curiosità e risulta avvincente grazie ad un intreccio coinvolgente e ben costruito, affascina ancora di più la scrittura di grande livello, l'uso oserei dire pirotecnico del vernacolo fiorentino, la strinciante ironia che pervade tutta la narrazione, l'affascinante e fedele ricostruzione di un periodo storico - quello dell'avvento fascista - poco conosciuto e di una Firenze fredda, nebbiosa, cupa, tanto quanto i grotteschi studi sulla marmorizzazione dei cadaveri che proprio in questa città, nei primi decenni dell'800, trovarono il loro massimo sviluppo con Girolamo Segato. E poi - in seconda battuta - l'affascinante tema filosofico della morte, che ricorre continuamente nei luoghi e nei vissuti dei personaggi, stemperato da citazioni letterarie ed operistiche, gli approfondimenti sulle alterne e drammatiche vicende della Guardia Regia, le elucubrazioni barocche dell'allucinato studente di anatomia Alcèo Còri, le riscritture parodistiche di pagine note o meno note di autori come Malaparte, Machiavelli, D’Annunzio, Manzoni e Marinetti. Un romanzo che avvince e cattura grazie alla trama gialla e a qualche sfumatura romantica, ma che allo stesso tempo soddisfa anche i palati più fini con un linguaggio colto e raffinato, un sottotesto accurato e ricchissimo di rimandi e riferimenti, e alcune tematiche molto importanti sulle quali soffermarsi - volendo - a riflettere.
Firenze nei primi anni venti. La morte fa da padrona in questo avvincente e misterioso romanzo. Un fallito trafugamento di un cadavere e il ritrovamento di un altro reso irriconoscibile, sono i due apripista delle vicende narrate. Le indagini sono affidate a un giovane vicecommissario, Settembrini. Astuto, intelligente, amante del rischio ma soprattutto bramoso di sapere la verità. Affiancato dai suoi "assistenti" verrà a conoscenza di cose che noi non potremmo nemmeno immaginare. L'utilizzo del dialetto toscano è per me una delle due cose più belle e aprrezzabili dell'intero romanzo. Sono un'amante della Toscana e la tipica parlata di quei luoghi rende la vicenda molto più vicina e reale per il lettore. La descrizione impeccabile di luoghi e avvenimenti, i rimandi storici e letterari sono una vera e propria rarità che rende questo romanzo un giallo storico davvero unico. Ciò che però mi ha affascinato sopra ogni altra cosa è l'analisi anatomica e la descrizione di quelle parti,normalmente definite "macabre",che da sempre in un modo strano e particolare mi interessano e stimolano enormemente. La ricchezza dei dettagli dimostra una accurata analisi di documenti reali e fa emergere l'indole scientifica che mi appartiene. Mi hanno sorpreso le riflessioni sulla vita e sulla morte, la religione e la ragione, che accompagnano il finale di questa storia. Così misteriosa,così coinvolgente e così impeccabilmente scritta. "Liberare l'uomo dalla paura,questa è la missione della ragione! E solo chi si è liberato dalla paura,come noi liberi pensatori,può dirsi libero per davvero e lo dimostra perchè neanche davanti alla morte si spaura".