Le premesse perché me ne innamorassi c’erano tutte:
• il tema (la morte) inestricabilmente umano e quindi l’idea che approfondendolo si possa giungere a fare luce sull’umano – o a imparare qualcosa su di esso («Noi abbiamo rispetto alla morte l’ottica dello spettatore, e tuttavia siamo immersi in essa come in un destino che esclude ogni prospettiva […]. La morte è dunque al contempo obiettiva e tragica. Se la coscienza fosse assolutamente sottratta alla morte, la morte sarebbe un oggetto naturale di esperienza, un oggetto curioso, ma pur sempre un oggetto, o un concetto per la nostra riflessione, un oggetto tra altri, un concetto fra tanti altri, un problema come tutti gli altri. Ma la morte, anche ammettendo che essa non nichilizzi il pensiero, sopprime l’esistenza personale e psicosomatica dell’essere pensante. Questa abolizione di tutta la persona è il mistero inglobante per eccellenza», p. 426);
• il ragionamento, che procede per limature, precisazioni, aggiunte successive, avvicinandosi per vie traverse al proprio oggetto, provando ogni strada, analizzando ogni possibilità ecc., e un’attenzione estrema ai parallelismi, alle analogie, alle polarità ecc. – elementi che dovrebbero garantire qualche piacevole scoperta laterale (e ce n’è più di una, eh…) rispetto alla linea argomentativa, come conseguenza di esplorazioni, tentativi, ricombinazioni ecc. («L’invecchiamento è una decadenza che accade una sola volta nella vita, e una sola volta per vita e non conosce, al contrario della fatica, nessuna ripresa, nessun recupero di nessun tipo. È per approssimazione o per semplice analogia che, allora, si paragona l’invecchiamento alla fatica, poiché la fatica, in condizioni normali, non esclude, ma anzi implica, il ripristino delle forze… E se la fatica diventa, nel corso degli anni, sempre più difficile da compensare, ancora una volta ne è responsabile l’irreversibile della senescenza. La senescenza, infatti, così come rallenta la cicatrizzazione e la rigenerazione dei tessuti, rende anche più incompleta la riparazione delle perdite che l’organismo viene a subire. L’età accentua il deficit biologico, la totalità si ricostituisce, ma su un piano inferiore, come dopo un’emorragia cerebrale: in fin dei conti, e per un organismo ridotto alla difensiva, ogni accidente si conclude con una perdita o un arretramento. Dunque, è sempre la temporalità dell’invecchiamento a fare da sfondo all’aggravarsi della fatica. La fatica è riparabile, ma l’invecchiamento, che è la tendenza a stancarsi e la fatica delle fatiche, diminuisce la stessa riparabilità, in attesa di far prevalere per sempre l’irreparabile. In che modo, allora, la piccola vecchiaia della fatica e la grande fatica della vecchiaia costituirebbero due casi particolari di una stessa di una stessa?… L’invecchiamento, entropia generale del tempo vissuto, e la fatica, declino regionale e partitivo, non sono infatti dello stesso ordine, non più di quanto il tutto e la parte non siano sullo stesso piano…», p. 184).
Invece l’ho trovato, in fondo, molto rassicurante, poco radicale, compiaciuto, umanistico… Questo si legge verso la conclusione: «… il fatto di esser stato, per lo meno, è inalienabile. Nessuno può privarcene, né contestarlo, nessuno può rifiutarlo a nessuno: si può materialmente sottrarmi l’essere, ma non nichilizzare l’essere-stato. Il morto non può più tornare alla vita, ma colui che ha vissuto non ricadrà mai più nel nulla prenatale: l’irreversibile, che impedisce la sua resurrezione, impedisce anche la sua nichilizzazione. Dal momento che qualcuno è nato, ha vissuto, resterà sempre qualcosa di lui, anche se non si può dire cosa. Ormai non possiamo più fare come se questo qualcuno fosse inesistente in generale, o non fosse mai stato. Nei secoli dei secoli si dovrà tener conto di questo misterioso ‘esser-stato’. Il Non-più in effetti non è più niente. Ma non si direbbe Egli non è più se non fosse mai stato! La differenza tra Egli non è più e Egli non è è una differenza metafisica: il Più niente è distinto per sempre dal nulla puro e semplice, è salvato dall’inesistenza eterna, salvato per l’eternità. Questo esser-stato è come il fantasma di una ragazzina sconosciuta, torturata e annientata ad Auschwitz: un mondo in cui il breve passaggio di questa bambina sulla terra ha avuto luogo è ormai irriducibilmente e per sempre diverso da un mondo in cui questo passaggio non sia avvenuto. Ciò che è stato non può non essere stato» (pp. 461-462) – ma solo in racconto, quindi in un mondo di scrittori e lettori ecc., con tutto ciò che di consolatorio è presente in questo quadretto famigliare dell’umanità intera.