Jan Friberg fährt als Vertreter für Haushaltsgeräte auf seinem blauen Rad durch die Provinz Västmanland. In einem Herrenhaus hofft er ein Geschäft abzuschließen, als er vom Rad stürzt und sich das Handgelenk verstaucht. Jan wird in die Bibliothek gebeten, um sich zu erholen. Dort findet er ein altes Fotoalbum und beginnt zu träumen. Plötzlich kommt die schöne Hausherrin herein, die sich lebhaft für den jungen Mann interessiert. Doch da ist Jan über dem Betrachten der Fotos schon in eine andere Welt eingetaucht. Zehn Fotografien, von seinem Vater in den zwanziger Jahren aufgenommen, haben Lars Gustafsson zu seinem neuen Roman inspiriert - eine Geschichte aus einem vergangenen Schweden zwischen Traum und Wirklichkeit.
Lars Gustafsson was a Swedish poet, novelist and scholar. He completed his secondary education at the Västerås gymnasium and continued to Uppsala University; he received his Licentiate degree in 1960 and was awarded his Ph.D. in Theoretical Philosophy in 1978. He lived in Austin, Texas until 2003, and has recently returned to Sweden. From 1983 he served as a professor at the University of Texas at Austin, where he taught Philosophy and Creative Writing, until May 2006, when he retired. In 1981 Gustafsson converted to Judaism.
“Il lago è pieno di stranissime secche, che si estendono in tutte le possibili direzioni. Come dita. E di massi, massi solitari, che non hanno intorno niente di simile, non cumuli di pietre. Un unico masso può starsene lì in agguato tutto solo, solo e minaccioso sotto l'acqua di una baia dove per il resto non c'è nulla. Se ne sta lì e aspetta. Può anche aspettare a lungo. Finché ottiene quel che vuole”.
Lo scrittore svedese Lars Gustafsson vede il naturalismo un passo indietro rispetto al genere che ama, il fantastico, poiché questo non vuole rendere ragione della vita e del suo senso. Tuttavia il confine tra le due tradizioni non è una contrapposizione: infatti fantasie e sogni hanno uno statuto paritetico con il reale, all'interno del quale la forza poietica e estetica di metafore e libere associazioni crea un mondo fondato su una logica coerente e dotata di affidabilità, come nell'Alice di Lewis Carroll. Punto di partenza di questo racconto spontaneo e surreale sono le fotografie scattate dal padre dell'autore, Einar H. Gustafsson, nel 1923 con una vecchia macchina Kodak, immagini con una tonalità antica che rappresentano un mondo lontano, forse non del tutto reale; e la scrittura del filosofo svedese aderisce a questa genesi materiale e visiva. Il protagonista, Janne V. Friberg, è un commesso viaggiatore di scarso rilievo che la società giudica un fallito, che persino la moglie disprezza in quanto sconfitto. E' in un percorso onirico e simbolico attraverso la poesia e la memoria che Janne recupera alla coscienza una parte vitale di sé, scopre una meraviglia nel suo essere specifico e intuisce uno stupore nei desideri e dentro l'identità. Su questa strada l'elemento filosofico dell'aneddoto rivela la potenza del cambiamento, il segreto eterno in virtù del quale chiunque può immaginare di essere qualcun altro e attraverso la conoscenza, l'attività e il tempo, diventarlo. Il vero enigma del racconto ambientato nella natura di boschi e laghi di Vasteras, contea di capitani e barcaioli a sud di Uppsala, è la dimensione temporale, rovesciata dentro una storia che ha in sé molta notte e molto autunno, originata da una frattura nell'ordine delle cose, una caduta in bicicletta e la scoperta di una casa dimenticata; in qualche modo il confluire di luogo e tempo in un'unica misura. Come ben argomentato nella postfazione da Marta Morazzoni, il riscatto del piccolo eroe inattuale di questa parabola viene custodito tra veglia e sogno, tra incantesimo e realtà, tra memoria e immaginazione, dove è possibile avere una visione dello scorrere del tempo (l'oggetto della recherche è un orologio-occhio), rendere l'ora e l'istante qualcosa di eterno, come fanno le fotografie, realizzare una fuga dall'inettitudine coltivando il talento e la speranza, maturando naturalmente e senza regole né convenzioni. Grazie ad una prosa densa e piena di specchi, ombre e profumi, Gustafsson offre borgesianamente al lettore un dubbio, una riflessione, una mossa estatica sulla scacchiera della nostra indecifrabile e insolubile vita interiore.
“Quando qualcosa lo assillava, Janne cercava sempre di diventare qualcun altro. Era la soluzione più facile”.
Gustosa e surreale scampagnata con il rappresentante di robot da cucina, nonché perfetta rappresentazione del fallimento, almeno secondo la gentile consorte, il ciclomunito Janne Friberg. Piani narrativi e temporali si intrecciano e si mescolano, fino al punto di sovrapporsi e confondersi.
Si sprecano, a volte con eccesso di immaginazione, gli accostamenti a Borges e a Carroll. Gustafsson se la cava benissimo da solo. Personalmente, mentre leggevo, ho pensato a Bergman e ai suoi tempi narrativi, ai suoi ritmi dilatati ( ma personalmente prendo spesso delle cantonate di dimensioni colossali ).
Degna di nota l'idea alla base della composizione, ovvero una serie di fotografie scattate intorno agli anni '20 del Novecento dal padre dell'autore, Einar H. Gustafsson. E le ragazze-cruciverba sono degne del miglior Boris Vian.
Seltsam absurde Geschichte über einen Handelsvertreter, der nach Fahrradunfall und Hundejagd in einem alten Herrenhaus Schutz suchend landet. Das erinnert einwenig an Kafka und Beckett. Eigentlich ganz schön geschrieben, aber der Plot wirkt total mysteriös und konstruiert. Zum Glück nur ein dünnes Buch. Im Nachwort erklärt der Autor, dass er 20 Fotos aus dem Jahr 1923 von seinem Vater geerbt hatte. Er konnte bei den Personen auf den Bildern keine Bekannten erkennen, also formte er aus den Bildern eine fiktive Story. Die Bilder sind im Buch auch abgedruckt. Auf jeden Fall erklärt diese Vorgehensweise einiges hinsichtlich der (alb-)traumhaften Geschichte. Hat mich nicht mitgerissen.
Der Mann auf dem blauen Fahrrad in Lars Gustaffsons kurzem Roman heißt Jan Friberg. Er ist Vertreter für eine neuartige Küchmaschine im Jahr 1953 in der schwedischen Provinz Västmanland. An einem herbstlichen Oktobertag stürzt er mit dem Rad und verstaucht sich das Handgelenk, so dass er das nah gelegene Herrenhaus betritt. Sein Aufenthalt dort gestaltet sich seltsam: Zunächst scheint ihn niemand wahrzunehmen, dann wird er in die Bibliothek geschickt, aber zunächst sieht niemand nach ihm. Er nimmt Gegenstände, Bücher und ein Fotoalbum zur Hand und schläft schließlich in einem Sessel ein. Im Folgenden verschwimmen die Grenzen zwischen Traum, Rückblenden und der scheinbar realen Welt. Die daraus resultierenden kurzen Geschichten spielen im Schweden der Vorkriegszeit, handeln von Schiffen, schönen Frauen und anderen Dingen. Die Geschichten basieren, so erfährt man, auf Fotografien von Lars Gustaffsons Vater.
Sprachlich gefällt mir Der Mann auf dem blauen Fahrrad durchaus, aber alles ist so wirr und ohne zusammenhängenden roten Faden oder Deutungshinweis, dass es einen beim Lesen selbst immer wieder abschweifen lässt. Ich hätte den Roman (ist es einer?) sicher nicht zuende gelesen, wäre er länger gewesen, da er mich nicht fesseln konnte.
Più che realismo incantato, lo definirei realismo con toni di assurdo. Storia “realistica”, “finzione”, “sogno” si intrecciano, lasciando però tutti i fili della matassa aperti e non annodati alla fine del libro. (Un po’ così 🔀)
Un po' "Alice attraverso lo specchio". Gustafsson gioca una partita a scacchi con il lettore in una dimensione di tempo e spazio in continuo mutamento.
La genesi di quest'opera è affascinante: Gustafsson si è servito di alcune fotografie scattate dal padre per costruire un breve romanzo surreale. Come nel libro della Oyeyemi ci troviamo di fronte a una sorta di fiaba che affronta il tema dell'identità. Il protagonista, Jan Viktor Friberg, è un venditore ambulante di robot da cucina ma, in un giorno e in un luogo ben preciso, la sua vita perde ogni confine spazio-temporale. Proprio come in Alice nel Paese delle Meraviglie, incontrerà personaggi bizzarri dai curiosi giochi di parole (impossibile non collegare Chiunque al Nessuno di odissiaca memoria) in un viaggio surreale come quello ideato da Carroll. Chi è in realtà Jan? Chi era? Chi vorrebbe essere? In un presente che sa di sogno, quali sono i limiti tra veglia e sonno, tra realtà e immaginazione? Il lettore è confuso da questo continuo assopirsi/svegliarsi ma alla fine il cerchio si chiuderà e si scoprirà l'identità vera, reale del protagonista.
Sogno o realtà, dove finisce uno e inizia l'altro? Quale è la realtà: quella di Jan o quella di Irene? Mi è piaciuto fino alla penultima pagina, l'ultima mi ha lasciata perplessa non ho capito il senso delle ultime frasi forse mi sono persa qualcosa.