Tempo fa avevo scritto una recensione in cui provavo a spiegare le intenzioni dei libri di Banana Yoshimoto. Era una recensione generica, che voleva trasmettere l'essenziale, lo spirito con cui questa autrice affronta i propri romanzi.
Dopo aver completato quest'ultima lettura, ho pensato di scrivere un'altra recensione più approfondita, dedicata ad analizzare le differenze fra i libri più recenti e meno recenti della Yoshimoto, e usando come riferimento Another World, che a mio parere incarna tutti i motivi per cui sono in molti ad affermare che la produzione più ultima della scrittrice non sia all'altezza di quella d'esordio. Di fatto, penso che questo sia il libro meno ispirato firmato da Banana che io abbia mai letto... E ne ho letti tanti.
La pubblicazione di Another World in Giappone risale al 2010. È l'ultimo volume di una quadrilogia, ma non commenterò questo aspetto.
Io credo che si possa tracciare intorno all'anno 2000 una linea che separa i "Vecchi" dai "Nuovi" libri di Banana; i vecchi sono quelli fortunati, che hanno avuto più successo e che generalmente sono stati meglio recensiti, come Kitchen (1988), N.P. (1990), Amrita (1994), ..., mentre fra i nuovi, oltre a Il Regno, credo che quello che s'è fatto più notare sia Il lago (2005), un racconto che ho letto qualche mese fa e che pur usando il "nuovo stile" della Yoshimoto mi ha veramente intrigata per la sua trama misteriosa dai risvolti inaspettati.
Come molti altri autori, anche Banana ha una sua ricetta ben definita, una lista di ingredienti che prende dalla credenza e ogni volta rimescola in modo diverso per creare una nuova pietanza, di cui cambia la consistenza ma non il sapore. L'impressione generale è che con l'avanzare dell'età la scrittrice non abbia di per sé cambiato ingredienti, ma che abbia perso la capacità di mantecarli in quel modo equilibrato e aggraziato che l'ha resa celebre. Non so se parte della responsabilità sia da attribuirsi al cambio di traduttore italiano. In ogni caso il risultato è che, se prima i suoi romanzi erano densi di atmosfere sospese, oniriche e misteriose, adesso faccio fatica a superare la sensazione di star leggendo un racconto pieno di situazioni incredibilmente fuori luogo. Ma concretizziamo: di seguito analizzerò per punti quali elementi hanno a mio avviso perso gusto.
#1
"Facciamo un gioco: facciamo che mi dici quello che pensi veramente, e non quello che pensi che sia giusto dire."
Punto uno: la modalità di interazione fra i personaggi. Banana non si è mai sforzata di creare dei dialoghi realistici, quei dialoghi che noi tutti intavoliamo quotidianamente, basati su alcune tacite convenzioni sociali alle quali fin da bambini impariamo ad attenerci. Ha sempre voluto, volontariamente (e questo forse alcuni criticoni non l'hanno capito), che i dialoghi fra i suoi personaggi fossero privati di questi filtri, fossero più cristallini e onesti, dei dialoghi che parlano dei nostri sentimenti, di quel che siamo e pensiamo nella nostra intimità... Quei dialoghi che spesso nella vita rinunciamo a fare per paura di imbarazzare o mettere a disagio i nostri interlocutori.
Mi sembra che soprattutto gli ultimi romanzi siano molto improntati sui dialoghi, mentre nei primi erano i pensieri fuori dalle virgolette a prevalere.
Ci vuole un certo equilibrio, un'abilità nello scrivere e nel creare l'atmosfera giusta, per far digerire questa tipologia di dialoghi ad un lettore. Ma nei libri più recenti Banana non si preoccupa più di questo aspetto. Anche ne Il lago avevo notato questa tendenza, ma ci ero passata sopra perché la trama in sé mi aveva molto rapita, cosa che invece in Another World non è avvenuta. Forse Banana pensa che ormai tutti la conosciamo e quindi può permettersi di saltare i convenevoli? Non lo so, ma sta cosa è un errore, perché se a 5 pagine dall'inizio mi piazzi questo scambio di battute fra due sconosciuti (occhio ora lo trascrivo eh), la mia reazione è: ma che cazzo.
"Buongiorno", gli dissi in inglese.
"Sei giapponese?" rispose lui in giapponese.
"Sì," risposi in giapponese.
Lui sorrise e disse: "Allora che ne dici di andare a Little Venice, sederci a un tavolo da qualche parte e guardare insieme il tramonto?"
Ma col cazzo. Ma chi ci viene con te a vedere il tramonto. Psicopatico. Stammi lontano o mi metto a urlare.
Vabbe. Scherzi a parte. Quando mai succede che due sconosciuti interagiscano così fra loro? Se sei cinico e razionale, probabilmente la risposta che pensi è "mai". Ma se credi nella fatalità delle cose (e Banana ci crede, poi lo vediamo meglio), sai che succede quando, come per magia, due esseri umani si notano in mezzo a una folla di persone e sentono una connessione speciale l'uno per l'altro. Bello, vero? La magia. Ecco, e però se è così, me la devi fa sentire sta magia. E non puoi avermela fatta sentire a 5 pagine dall'inizio che poi cioè la prima è il frontespizio e la seconda è il bigino su come si pronunciano le parole giapponesi. Dai!
#2
Cieca fede.
Qualche volta, attraverso i racconti, un lettore riesce a capire qualcosa sulla personalità o sulle opinioni che un autore ha nella vita reale. Una cosa che certamente si coglie dai libri di Banana è che si tratta una persona molto fatalista e molto vicina al mondo spirituale. Spesso i suoi personaggi hanno sensazioni e intuizioni irrazionali, nonché esperienze al confine con l'esoterico. Storicmente, l'autrice si è sempre mostrata tutt'altro che autoritaria sull'argomento: non ha mai scritto con l'intento di convincere e in più di una narrazione si è scagliata contro le cosiddette sette, i culti in cui si decide di credere ciecamente in qualcosa, non più perché lo si "sente" ma perché è un dogma.
Pur non condividendolo appieno, ho sempre trovato affascinante il suo modo di parlare della spiritualità e dell'occulto, proprio perché era un modo leggero, che lasciava il beneficio del dubbio e che era improntato sull'apertura mentale. Se nonché in tutta la saga de Il Regno Banana diventa dispotica: le erbe guariscono, se qualcuno non riesce a trarne beneficio è colpa sua, le cose stanno così, se non le percepisci significa che hai un animo insudiciato (parole sue oh). Insomma è improvvisamente divenuta apertamente critica verso chi non condivide la sua visione, e questo è fastidioso e infantile.
#3 (bonus)
Mare, sole e pizza.
Ora che ci penso, Another World, mi ha ricordato per un particolare aspetto un altro libro di Banana che non mi è molto piaciuto, che è Un viaggio chiamato vita (2006). È un saggio autobiografico in cui l'autrice racconta alcuni avvenimenti della sua vita e si sofferma a descrivere alcuni viaggi, cercando di evocare la meraviglia di scoprire luoghi mozzafiato come la Sicilia e la Toscana. Another World, si svolge parzialmente a Mykonos, ma poco cambia. Il punto è che la sua descrizione di questi posti è un po' ingenua. Come potrebbe esserla quella di un italiano che va in Giappone: è ovvio che, non essendo un nativo del luogo, ci sarà sempre qualche sottigliezza della cultura straniera che gli sfuggirà e che tenderà a stereotipare o a ignorare. Banana: lo sappiamo tutti che qui c'è il sole, la macchia mediterranea, si magna da dio e la gente è certamente più scialla che a Tokyo. E mi fa tenerezza che lo trovi così straordinario, per me che invece è la norma. Però io penso che uno scrittore, che dovrebbe essere una persona dotata di un'accentuata sensibilità, dovrebbe andare un po' oltre questi luoghi comuni. Se no io dico pesce crudo, geisha, manga. Ma non lo dico perché dai, possiamo fare meglio di così.
In definitiva non credo che il problema dei nuovi libri risieda nei contenuti, ma nel modo in cui essi vengono esposti. E per certi versi è un sollievo vedere che, mentre le sue storie giovanili erano cupe e tormentate, quelle odierne cerchino di trasmettere positività. Eppure non mi abbandona l'idea che qualcosa si sia inaridito e abbia perso il tocco. È lei o sono io? Un po', mentre scrivo e giudico, me lo chiedo. Ma per il momento, quando vorrò di nuovo provare quella sensazione di intimità e soprannaturale che rendono grande questa autrice, andrò a ripescare i suoi vecchi racconti, forse quello che ho sullo scaffale e che di tanto in tanto torno a sfogliare, che mi riporta ad un periodo preciso della mia vita che un po' mi appesantisce il cuore e per un istante mi fa rivivere il turbamento d'essere immersa in un angusto Sonno profondo.