Questo libro, nelle intenzioni dell'autore, avrebbe dovuto intitolarsi "L'uomo di Pofi", paese originario del Magrelli padre e luogo di ritrovamento dei resti di un ominide estinto. L'uomo di Pofi, appunto.
È proprio dai resti familiari e dal problema delle rese cimiteriali che parte la ricostruzione dell'identità paterna da parte del Magrelli figlio (divenuto a sua volta padre). Il pofantropo ci appare dunque come un uomo tormentato da un sospetto che lo porta a fidarsi dei peggiori mascalzoni, da una terribile e quasi sacra ira che distrugge tutto, compresa una carriera universitaria appena avviata, in definitiva come un uomo devastato da un profondo senso di noia e malessere da cui poteva difendersi solo disegnando. Infine, il terribile viaggio senza ritorno verso le Terre di Parkinson, senza più capacità di muoversi autonomamente, dire cose intellegibili, ormai attaccato al girello, un Anchise a rotelle con un Enea ortopedico.
Con questo libro si piange, si ride, talvolta le due cose insieme. Si capisce che il problema del padre, centrale durante il '900 ed ancora oggi, si può affrontare senza quell'atmosfera tragica con cui di solito se ne parla. Soprattutto se ne può ridere. Fa' il contrario di ciò che ha fatto il tuo tormentato genitore, e sarai felice.
Mio padre era un pessimista praticante. Forse per questo ho sempre detestato gli stilisti del pessimismo. Per me non c'era molto da scherzare, quando sulla mia casa, ogni domenica, cadeva la mannaia della Noia. Altro che sillogismi o paradossi. Fino all'ora di pranzo si rideva. Anni Sessanta, e la cerimonia della radio che ascoltavamo a tavola, dopo avere mangiato. C'erano indovinelli da risolvere, e mio padre brillava incontrastato tra lo stupore del piccolo uditorio. Ma perché non si presentava come concorrente? Avrebbe sbaragliato ogni avversario! Lui splendeva di gioia per così poco, il poco che sempre ci inebria, eppure si ostinava a fare il modesto, e si schermiva. Una bella luce pomeridiana scaldava la scena, ma già l'ombra avanzava, e il pomeriggio festivo piombava su di noi come una belva, sbranando i resti del pasto, e sbranando noi. Era il Tedium Vitae. [...] Soltanto il lunedì poteva guarirlo, quando tornava al lavoro, unico lenitivo di quella tenebra domenicale che già vedeva avvicinarsi di nuovo, da lontano. Logico che, davanti al suo comportamento, mi venisse in mente il racconto di un lupo mannaro. Anche perché lui stesso narrava una storia terribile, tramandatagli dal padre.
L'avventura si svolgeva in un piccolo centro del basso Lazio, all'inizio del secolo scorso. Pare che il ciabattino del paese soffrisse, appunto, di licantropia. Per questo motivo, ogni mese, gli abitanti si preparavano a fronteggiare la scadenza. Quando arrivava la sera, si chiudevano tutti nelle loro case, e facevano in modo di lasciare il poveretto, consenziente, all'aperto, finché non cominciavano, strazianti, gli ululati. Ora, spiegava mio padre, mio nonno sosteneva di essersi arrampicato su un cornicione, durante una di queste notti rituali, ferendo il calzolaio sulla nuca con un coltello fissato ad un bastone. Come nelle leggende, una stilla di sangue sarebbe stata sufficiente a salvarlo, facendolo di colpo tornare in sé.
Questo fu quanto accadde nel villaggio, ma certo non da noi. Che avrei dovuto fare? Salire sull'armadio? Arpionare mio padre dall'alto (come Achab!), vaccinarlo dal morbo della nausea? Non se ne fece nulla, e il mio lupo mannaro continuò a vagare per anni, ogni domenica, senza che mi riuscisse mai di incidere il suo male.