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Ricompare ancora una volta il tema della tirannia, ma, in quest'occasione, Alfieri si pone a esaminarne altri aspetti, mostrando quanto la sua innata disposizione al dominio e la sete di potere che sempre l'accompagnano, non si fermino nemmeno dinanzi agli affetti familiari e, spesso, condiscendano più alle lusinghe di una cortigianeria interessata che non ai più sinceri consigli dei veri affetti. Viene, quindi. posto l'accento sull'indice profonda del tiranno: in ultima analisi innamorato solo di se stesso e del potere che ne dovrebbe confermare il valore.
Non è facile riscrivere Eschilo, ma Alfieri riesce a fornire un’interpretazione (e anche una versione del mito) originale e artistica. Centrale è, come in altre opere del poeta, la figura del tiranno, che qui è rappresentato da Eteocle, uomo meschino e pronto a tutto per mantenersi saldo sul trono. Polinice, suo fratello e rivale, è una figura già più positiva, ma è lo scontro tra i due fratelli, atto empio e innaturale per eccellenza, a evidenziare le assurde conseguenze di un’incontrollata sete di potere.