Io adoro Mishima anche quando si cimenta nella descrizione di adulteri di flaubertiana memoria. Soltanto, mi chiedo dov'è che la curatrice dell'opera abbia visto la catarsi. Ma andiamo con ordine. Questo romanzo mi convince sempre di più del fatto che Mishima non avrebbe mai potuto amare una donna nel senso comunemente dato al termine. Ne esce tutto il ritratto della sua misoginia (perché sì, era misogino e pure maschilista). Per lui le donne erano esseri sensuali, ammalianti, pericolosi, vede nella sostanza dei loro lati negativi. Setsuko non ha mai conosciuto la vera voluttà, non ha mai provato vero piacere, non s'è mai persa nell'amore carnale. Per lei tutto è sensazione, come "una spugna ruvida che le sfrega sul braccio". Setsuko è Mishima, chiaramente. Il rapporto di lui con le donne è il rapporto di lei con gli uomini (o almeno, con suo marito). Eppure, pur se misogino e maschilista, con Mishima per me è un perdersi ogni volta. Lo adoro. Era un eccezionale osservatore di anime, la cui vita è stata improntata al suo personale martirio, eppure oltre il martirio aveva intravisto la risposta del sublime, dell'assoluto. Setsuko è una donna senza particolari qualità, se non una spiccata sensualità data dalla sua eleganza e dall'educazione ricevuta. Cerca il suo simile, lo trova non nel marito ma nell'idealizzazione di Tsuchiya, un ragazzo che, tempo addietro, l'aveva baciata. Sogna che lui sia ancora il bambino inesperto di allora, in modo da poter insegnare anche a lui ciò che, nell'intimità, le era stato insegnato dal marito. E' una donna tutto sommato meschina ed egocentrica - ma sostanzialmente pura -, che vede il mondo solo e soltanto col suo metro di giudizio. Setsuko non vuole, in realtà, un amore tranquillo. Non è innamorata di Tsuchiya, ma vuole uscire dal tedio che la circonda. Mishima circonda la sensualità di lei, il suo corpo, di un candore lunare ed etereo. La scruta davvero con la precisione di un entomologo, poiché la donna era, per lui, davvero quasi un'entità estranea da studiare. Prima di scrivere il romanzo si lesse senz'altro Madame Bovary, ci sono almeno due o tre passi che sembrano delle volute citazioni (lei alla finestra, per dirne una, oppure lei che "si morse il labbro, nervosamente"). Tuttavia, della Bovary manca proprio la catarsi finale: anche Setsuko si rende conto che il suo amante non provava nulla per lei se non un certo desiderio carnale e al più una vaga tenerezza (o compassione?) eppure non si uccide. Si martirizza, come fece Mishima per una vita intera, rimanendo a struggersi nel ricordo e nell'amore verso la medesima persona, che non l'ha mai amata. (Certo, il romanzo di Flaubert è forse a un livello più alto perché racconta ben più di un mero adulterio. Emma non si uccide per la fine dell'amore, ma per il crollo della sua stessa intera esistenza. E ora il discorso si farebbe troppo lungo e non è il caso di affrontarlo qui.) A un certo punto, come Emma Bovary, anche lei diviene "elemento maschile", tenta di sottomettere e piegare ai suoi capricci l'elemento passivo, "femminile", rappresentato dall'indolenza del suo amante. E' una donna dalla psiche fragile, piena di fantasie romanzesche, diviene bugiarda, il suo è un tracollo morale. C'è un attimo in cui Mishima sembra guardarla con benevolenza, quel momento in cui la sua passione, i suoi sentimenti, la sua gioia di vivere diventano autentici e si identificano con la stessa natura. Tuttavia, è solo un momento. Tutto viene poi sotterrato sotto il velo dell'omertà, quella stessa che porterà Setsuko a nascondere non uno ma ben tre aborti. Setsuko si perde, la sua inquietudine si fa sempre più dolorosa. Indurisce il suo cuore, perde la sensibilità. C'è qualcosa che, con l'autunno, sta inesorabilmente finendo. Mishima è mirabile nel descrivere lo smarrimento, la sensazione di qualcosa che sta per terminare, solo attraverso elementi naturali e attraverso il contrasto col ricordo, col calore. Eppure, Setsuko si condanna, con lucidità spietata, ad amare Tsuchiya per sempre.
Un Mishima freddissimo, splendidamente analitico, sfornò questo romanzo nel 1956: fu un successo clamoroso, forse perché molte donne, in Giappone, s'identificavano con Setsuko. E Mishima può essere misogino, può essere maschilista, ma nei suoi libri è sempre autentico: e c'è davvero tanto di lui in Setsuko, basta conoscere la sua storia e il suo modo di essere per rendersene conto. Ma il discorso sarebbe lungo, davvero troppo. Attraverso Setsuko, forse lui ha voluto descriversi e punirsi: qui sta la differenza con Flaubert, che invece tramite Emma Bovary aveva voluto liberarsi. Un romanzo che merita assolutamente la lettura (ma io sono di parte perché amo Mishima, il suo essere controverso, il suo essere un'anima meravigliosa e un pittore di anime come ce ne sono stati pochi).