La domanda attorno a cui ruota questa riflessione sul primo lockdown di marzo 2020 è la seguente: "Quanto siamo liberi di coltivare utopie?" Perché oltre a cercare di analizzare cosa siamo diventati per colpa del Covid, quali scelte sono state prese e cosa hanno comportato, la grande vera domanda riguarda il futuro. Come ne usciremo? Non si parla di uscirne migliori o peggiori, ma di capire come trasformare il nostro mondo, e quindi la nostra vita tutta, in modo tale da evitare ulteriori pandemie. Gli scienziati, i medici, e gli economisti più illuminati ce lo hanno spiegato: non può esserci una crescita all'infinito. Il nostro PIL non potrà salire in eterno. E salendo, in questi anni, ha provocato solo danni all'ambiente tali da indurre catastrofi naturali e infine una pandemia globale. Quello che ci dice la Mastrocola, tuttavia, è che bisognerebbe smettere di parlare di "decrescita felice" e rassegnarsi a una "decrescita infelice". L'autrice si domanda appunto quanto siamo liberi di allontanarci da uno sfrenato consumismo se proprio in un momento come il lockdown in cui si rinuncia, per forza di cose, al superfluo, ci avvertono che l'economia non reggerà e, se non moriremo di Covid, moriremo di fame. Bene, forse la chiave sta proprio nel ripensare il vecchio, malato, mondo senza pretendere che la nuova versione regga il confronto con la vecchia. Sarà ovviamente un mondo più brutto ed infelice, ma questa è la conseguenza di aver dato per scontato ciò che scontato non era: ovvero le nostre risorse naturali, che non sono infinite. Forse la risposta starà nell'accettare stoicamente (come diceva Seneca in una lettera a Lucilio) che prima viene il necessario, poi il sufficiente, e poi forse, se ancora potremo permettercelo, verrà il superfluo.