Il centenario di Marina Jarre
(con intervista a Marta Barone)
Nata il 21 agosto 1925 a Riga, capitale di una Repubblica di Lettonia da poco indipendente e che – tragicamente – non sarebbe rimasta tale a lungo dopo la sua avventurosa fuga, a dieci anni, causata dalla separazione dei genitori, Marina Gersoni (dopo il matrimonio, e in tutta la sua carriera di scrittrice Marina Jarre) avrebbe compiuto cento anni tra pochi mesi.
Alla morte, nel 2016, Alberto Cavaglion la definiva “una delle rare scrittrici contemporanee che ha saputo fare i conti con la storia”, capace di offrire “un ventaglio sorprendentemente ampio di riflessioni, stimoli, pensieri sottili e arguti sull’Italia degli anni Sessanta e Settanta” e di regalare un libro come Ritorno in Lettonia che spicca con forza rispetto alle banalità moralistiche di quanto spesso si scrive intorno alla Shoah. L’anno prima Claudio Magris, considerandola “una originale, forte e incisiva scrittrice”, con “un posto ormai indiscutibile nella letteratura italiana degli ultimi cinquant’anni”, lamentava però che i suoi libri non fossero presenti quanto dovrebbero nel dibattito culturale, benché affrontino “con intensità vissuta, asciutta maestria linguistica e rigore poetico e morale” temi pressanti come la polivalenza dell’identità o il rapporto tra le frontiere e la scrittura.
Un tentativo di riproporre questa presenza è avvenuto con la riedizione presso Bompiani, dal 2021 al 2023, un titolo all’anno, di I padri lontani, Negli occhi di una ragazza e Ritorno in Lettonia, tutti a suo tempo pubblicati da Einaudi (rispettivamente nel 1987, 1971 e 2004). La selezione e l’introduzione dei volumi si deve a Marta Barone, l’autrice di Città sommersa (Bompiani, 2020), un romanzo-inchiesta sul padre che si può accostare a quello di Jarre [vedi intervista].
Negli occhi di una ragazza è un romanzo condotto con una focalizzazione interna che diventa quasi un monologo in terza persona della protagonista, una ragazzina tonta che tonta non è ma ha una visione del mondo (siamo nel 1968 e si sfiora il Sessantotto del fratello maggiore) fondata sullo sguardo, le forme, i colori e totalmente refrattaria a una logica astratta. In una situazione un po’ da Lessico famigliare d’en bas, cioè in una famiglia popolare senza grandi amicizie intellettuali e politiche, Maria Cristina si vede ai margini e filtra tutto con la propria coscienza straniante.
Dei tre libri riproposti è l’unico non direttamente autobiografico, mentre gli altri formano un dittico, col secondo che – tornando sui luoghi e le vicende del padre fucilato dai tedeschi nel 1941, con tutti i suoi famigliari e la bambina di sei anni avuta dall’amante tedesca – riprende, rivede e anche corregge, a diciassette anni di distanza il primo, che rimane però probabilmente il capolavoro di Jarre. Perché la fusione degli orizzonti tra il presente della scrittrice e i suoi diversi passati riesce a illuminare per lampi, pieni di luce ma anche urticanti, un’esistenza complessa, a partire dall’origine stratificata che una straordinaria ricreazione di ottica infantile può riassumere così: “Il mio nonno lettone e la mia nonna russa sono ebrei. I miei nonni italiani – ma in realtà sono anche un po’ francesi – sono valdesi. Mia madre è valdese. Alcuni lettoni – i più stupidi – sono cattolici. Ma è anche cattolica la zia Jo che non è affatto stupida. Anche Petkevic, il nostro autista, è cattolico. I polacchi sono cattolici. I russi sono ortodossi, ma la mia nonna russa è ebrea. D’altronde i russi che stanno all’ambasciata sovietica non sono ortodossi. Sono come mio padre: non hanno religione.”
Il passaggio da Riga alla casa dei nonni materni a Torre Pellice, dove visse dai dieci ai venti anni, mette a sua volta in contatto con situazioni e eredità storico-religiose complesse (e ricordo che oltre a queste tre riedizioni, sono tuttora disponibili i libri più direttamente valdesi di Jarre: Ascanio e Margherita, del 1990, e Neve in Val d’Angrogna, del 2011, entrambi pubblicati dalla Claudiana). E anche il conclusivo periodo di pace ritesse un rapporto altrettanto affilato e mai semplificante come quello con il padre e i Padri, ossia quello con la madre e con le donne: rapporti decisivi ma anche fatti di rancori e dissimiglianze: “Le donne della mia vita mi furono donne di rado e a malincuore”.
Intervista a Marta Barone
Come è nata l’idea di proporre una ripubblicazione di Marina Jarre?
Avevo iniziato a leggerla prima che morisse e mi colpiva che i suoi libri fossero scomparsi dalle librerie. Avevo iniziato, per caso, con Il silenzio di Mosca (Einaudi, 2008): vi ho trovato qualcosa di diverso da ciò che mi aspettavo e che si incrociava di rado nella letteratura italiana; un testo che nasce da un’immagine (i soldati tedeschi catturati a Stalingrado che sfilavano davanti alla folla silenziosa a Mosca) che a sua volta fa nascere tutta una ricerca di verifica. Mi sembrava una cosa “estera”, un tipo di non fiction coinvolgente e scritto molto bene. Così ho proseguito nella scoperta, di libro in libro: risultavano tutti in qualche modo sorprendenti. Magari non tutti altrettanto belli, ma sempre in grado di replicare la capacità di Jarre di assumere uno sguardo proprio, di presentare la sua singolarità. Mi chiedevo come avevo fatto a non incrociarla prima. Evidentemente c’è un problema di durata, di possibilità di presenza di una voce così importante, che si deve continuare a poter leggere. Ho scritto un articolo sul “Tascabile” nel dicembre 2016, cercando di spiegare perché sono così interessanti questi libri, soprattutto quelli più non fiction; e gli eredi mi hanno contattata chiedendo se volessi prendermi la responsabilità curatoriale di una riproposta.
E come è andata?
Ho proposto l’idea a Bompiani, e sono usciti questi tre libri, purtroppo a ridosso della pandemia: ricordo la prima presentazione avvenuta in lockdown. In ogni caso, I padri lontani non è andato assolutamente male, e tra l’altro è stato molto tradotto, in una decina di lingue; compreso il lettone, cosa chiaramente molto significativa.
I padri lontani e Ritorno in Lettonia sono anche legati da copertine molto belle…
Sì, le ho proposte io: sono due quadri di Vilhelm Hammershøi, un pittore danese molto interessante, che in questi giorni tra l’altro è in mostra a Rovigo [Hammershøi e i pittori del silenzio, dal 21 febbraio al 29 giugno 2025]. Con quelle porte aperte su stanze vuote, raggelate e evocative, e i paesaggi nordici e solitari, mi sembravano adatti a entrare in dialogo con i toni della scrittura di Marina Jarre.
A parte questi tre libri riediti, quali le piacerebbe rivedere in circolazione?
Direi Galambra. Quattro storie con fantasmi (Bollati Boringhieri, 1987), bello e profondamente sofisticato, che contiene forse il più bel racconto sulla lotta armata degli anni Settanta in Italia. E sicuramente il grande romanzo Un leggero accento straniero (Einaudi, 1972), che era uscito prima con il titolo Monumento al parallelo (Samonà e Savelli, 1968). Scritto a partire da uno studio degli atti del processo di Norimberga è un romanzo epocale: decenni prima delle Benevole di Littell riesce a presentare il punto di vista di una SS non pentita, che si nasconde con successo in una nuova identità. Un altro libro che andrebbe recuperato è La principessa della luna vecchia: ambientato nell’anno del referendum sul divorzio mette in scena una famiglia sgarrupata, di sinistra torinese. A differenza di altri suoi libri più tragici fa molto ridere: riesce a mostrare tutto il lato divertente dell’infanzia; è un libro comico di alto livello ma anche molto legato a un tempo storico preciso.
In Un leggero accento straniero e poi in Ritorno in Lettonia questo lavoro con documenti, archivi, tracce scritte di memorie pubbliche e private è molto importante.
Sì il lavoro d’archivio di Jarre è fondamentale. E si collega a un altro elemento fondamentale e duraturo della sua opera: la volontà di dare voce agli scomparsi, l’attenzione per i piccoli, la capacità di portare a galla quello che normalmente rimane sommerso. In questo è veramente una scrittrice anche del presente. Così come nel lavoro sulle forme della scrittura autofinzionale, che ha anticipato molte esperienze che sarebbero emerse pienamente in seguito.
«L’Indice dei libri del mese», aprile 2025, p. 11.