Charlotte Douglas, in transito.
La bella e misteriosa Charlotte, la fica norteamericana, come la chiamerà con disprezzo uno dei padroni del luogo, arriva a Boca Grande, la città in cui la luce è abbagliante e seducente, senza un perché, in fuga dalla vita, ma molto più probabilmente in transito, com'è sempre stata in ogni luogo ove abbia messo radici. O forse per restare per sempre.
Ce la racconta Grace, anche lei norteamericana, erede e moglie dell'ultimo grande padrone di Boca Grande, l'unica che in qualche modo sembra volerla comprendere, l'unica che anche dopo, pur senza averla mai amata, continuerà a cercare di raccontarla, di scoprirla, che esordisce dicendo Testimonierò per lei.
E la sua voce, che ci accompagna per tutto il romanzo, è a volte dolente, carezzevole, altre sprezzante, a tratti caustica e disincantata, ma sempre precisa, netta.
Altre volte si assottiglia, invece, fino a scomparire, e io ne ho sofferto l'assenza, perché «Diglielo da parte mia» non è il romanzo che sembrava essere dopo aver letto le prime pagine, ma tutt'altro, tutta un'altra storia, e il suo accompagnarmi, il suo tenermi per mano, mi rassicurava e mi faceva intravedere comunque la luce.
Boca Grande non esiste, ma è sempre esistita, «terra di grandi contrasti», ipotetico paese latinoamericano simbolo della bellezza accecante di tutti i paesi del Sudamerica e del Centroamerica, luoghi in cui dagli Stati Uniti ci si recava in cerca del buen retiro, o per vendere armi ai ribelli, o per sostenere i governi dittatoriali, o solamente per fuggire dalla vita. O per ritrovarla.
E Charlotte, sensuale e ingenua, ricca e viziata, ma anche il suo esatto opposto, capace di uccidere una gallina strangolandola a mani nude o di eseguire una tracheotomia in abito da sera, o di mettersi al servizio della povera gente per vaccinarla contro il colera, Charlotte con i suoi due mariti e le sue relazioni, in transito anch'esse, Charlotte con Marin, una figlia mai conosciuta davvero, in fondo voleva solo che le «cose andassero bene», come chiedeva al suo Dio in quelle preghiere comuni, semplici e consuete, quasi banali, forse le common prayer del titolo originale, che faceva la sera prima di addormentarsi.
Mi è piaciuta la scrittura di Joan Didion, una vera scoperta, uno stile asciutto, essenziale, e quelle frasi cortissime che sembrano incidere come un bisturi, ripetute a volte come un mantra, come una cantilena, che scivola sotto la pelle fino a diventare un'àncora alla quale aggrapparsi.
La sua è una scrittura esatta, sofisticata, magnetica, enigmatica come le azioni di tutti, a Boca Grande e negli Stati Uniti, come i ricordi di Grace, quella Grace che doveva e poteva essere l'àncora di Charlotte.
Avrebbe dovuto aggrapparsi anche Charlotte, a Grace, come ho fatto io.
Avrebbe potuto farlo.
Avrebbe dovuto farlo per tutta la vita.
Tutto quello che so ora è che quando penso a Charlotte Douglas che cammina nel caldo vento notturno in direzione delle luci di Capilla del Mar, sono sempre meno certa che questa sia stata una storia di illusioni.
A meno che le illusioni non fossero le mie.
[…] Non sono stata la testimone che avrei voluto essere.