Mentre leggevo questo libro mi è venuta in mente la famosa frase biblica: “Le colpe dei padri ricadono sui figli”; ma, nel caso di questo romanzo della Deledda, si dovrebbe cambiare l'ordine degli addendi. In questo romanzo, infatti, la colpa del figlio ricade sulla madre.
Pubblicato dapprima a puntate su un giornale nel 1919 e poi in volume unico nel 1920, il romanzo La madre racconta la vicenda di Maria Maddalena, madre di Paulo, giovane parroco del paesino di Aar, un piccolo borgo arroccato sui monti sardi. Dietro il paese di Aar in realtà si nasconde Lollove, un piccolo paese dell'interno della Sardegna; ed è alla sua leggenda che la scrittrice sarda si è ispirata per la trama di questo libro.
Maria Maddalena, è una donna che per tutta la vita si è sacrificata per il bene del figlio. Rimasta orfana in tenera età è ospitata in casa di parenti, in cui viene maltratta e sfruttata da tutti. Qui suscita le attenzioni di un vecchio zio che decide di sposarla; poco dopo rimane vedova con un figlio da crescere; un figlio per cui si sacrificherà tutta la vita, annullando sé stessa nel lavoro di serva pur di non fargli mancare nulla. Quando la conosciamo la vediamo uscire in una notte senza luna, buia, ventosa e nuvolosa, alla ricerca del figlio, il cui comportamento e gli atteggiamenti degli ultimi tempi la fanno sospettare che Paulo nasconda qualcosa; seguendolo, infatti, scopre che il figlio ha una relazione clandestina con una ragazza del paese, Agnese. Maria Maddalena è sconvolta e preoccupata dalla condotta del figlio fino a farne sua la colpa e la paura che lo stesso Paulo prova. Egli è sempre stato il suo orgoglio, la sua speranza e la sua unica gioia in una vita di sacrifici; per riportare il figlio sulla retta via non risparmia sé stessa fino alla chiusa finale.
Una trama ben costruita e allo stesso tempo semplice e lineare; unita ad una scrittura limpida, precisa, lucida, sobria ed evocativa e ad una prosa fluida, nitida, armonica che scorre velocemente e piacevolmente, danno vita ad un'opera intensa, carica di tristezza e angoscia, dall'atmosfera cupa e a tratti claustrofobica.
Questo romanzo è molto diverso dagli altri romanzi della Deledda che ho letto precedentemente. In quest'opera mi sono mancate tantissimo le descrizioni dei paesaggi sardi, che personalmente piacciono tantissimo. Un'opera che ricorda molto i romanzi di Dostoevskij, uno degli autori russi che Grazia amava tantissimo; è un vero e proprio romanzo psicologico (molto più delle altre sue opere), con pochi dialoghi, molto intimista infatti vengono riportati gli stati d'animo, i pensieri, riflessioni, dubbi che lacerano e turbano l'animo dei protagonisti.
La vicenda si svolge in appena 48 ore, e per lo più è ambientato di notte, simbolo del tormento dei protagonisti. Anche qui ritroviamo molti temi tipici della narrazione dell'autrice sarda, il dramma del dubbio, dell'insicurezza, della paura. Una Sardegna impregnata di superstizioni e di religiosità, tanto che anche il vento impetuoso (grande protagonista del romanzo), che soffia e ostacola il cammino per gran parte del romanzo, è una metafora del male, del demonio che scuote e agita ogni cosa, siano esse persone o cose.
Un romanzo che tratta un argomento ancora attuale, molto moderno, controcorrente rispetto alla morale del tempo; infatti il tema centrale di questo romanzo è il celibato dei preti accompagnato dal rifiuto di abbandonare la tonaca e la tentazione dell'amore per una donna.
Paulo, il protagonista, diventato prete non per vocazione ma più per volere della madre, per tutto il romanzo è continuamente lacerato e tormentato da un grande conflitto interiore; combattuto tra l'altare e l'amore passionale per una donna. Egli si innamora della giovane Agnese, smarrendo così la propria strada e precipitando nel vortice del peccato e della menzogna. Seguiamo Paulo, che ci mostra le sue debolezze ma anche la sue forze, combattere contro la tentazione in una crescendo sempre più angosciante; lacerato tra l'amore per la madre che gli ha dedicato la sua intera esistenza, il rispetto per la tonaca che indossa e l'amore forte e passionale per Agnese. Un amore passionale che infrange le regole, che esistono ma che sembrano così prive di senso e retrograde.
In sostanza La madre è la storia di una donna, del suo spirito di sacrificio e dell'amore infinito e sconfinato di una madre verso il proprio figlio. Un romanzo che ha il suo punto di forza nell'analisi approfondita dei personaggi e del loro travaglio interiore; infatti uno dei punti di forza della prosa della Deledda (che a me piace molto) è la sua capacità di descrivere gli stati d'animo come nessun altro.
Il finale aperto, carico di tensione e suspense, lascia aperta la porta alle riflessioni personali di ogni lettore.
Desiderò piegarsi, caderle sul grembo, pregarla di condurlo subito via così un'altra volta dal paesetto; e nello stesso tempo sentiva il mento tremargli per l'umiliazione e la rabbia; umiliazione di vedere la sua debolezza scoperta; rabbia di essere stato sorvegliato e spiato. Eppure soffriva anche per il dolore che dava a lei.