James Rollins is the #1 New York Times bestselling author of international thrillers. His writing has been translated into more than forty languages and has sold more than 20 million books. The New York Times says, “Rollins is what you might wind up with if you tossed Michael Crichton and Dan Brown into a particle accelerator together.” NPR calls his work, “Adventurous and enormously engrossing.” Rollins unveils unseen worlds, scientific breakthroughs, and historical secrets matched with stunning suspense. As a veterinarian, he had a practice in Sacramento for over a decade and still volunteers at local shelters. Nowadays, Rollins shares his home up in the Sierra Nevada Mountains with two furry companions, Echo and Charlie. He also enjoys scuba diving, spelunking, kayaking, and hiking. Of course, he loves to travel and experience new places around the world, which often inspire his next globe-trotting adventure.
Romanzo dal ritmo incalzante e narrativamente costruito con grande sapienza, sia per come si intrecciano i vari fili narrativi, sia per come vengono lasciati in sospeso i capitoli passando da uno all’altro e mantenendo sempre alta la suspense (anche se il meccanismo, ripetuto reiteratamente, dopo un po’ perde d’intensità, soprattutto per quanto riguarda le sospensioni su personaggi importanti che sono in pericolo di vita, dopo alcune volte in cui si capisce che si salveranno sempre). Avvincente è anche la capacità di Rollins di integrare diversi filoni narrativi e tematici, da quelli più storici a quelli scientifici (prevalentemente biologici), passando per gli ultimi ritrovati tecnologici. Non solo li intreccia, ma sfrutta proprio i loro spazi vuoti o le loro caratteristiche per costruire il romanzo, cosicché il mistero di cosa sia accaduto a parte della flotta del ritorno di Marco Polo viene saldato al comportamento di alcuni batteri per costruire una trama originale su un’epidemia potenzialmente devastante. Purtroppo però questa capacità di sfruttare gli interstizi e di ricombinare materiale diverso con elementi di fantasia non è esente da cliché e scorciatoie: i protagonisti sono agenti segreti americani che agiscono per salvare il mondo da una minaccia terroristica internazionale (ma comunque con agenti stranieri), quando storicamente la CIA è intervenuta in mezzo mondo in maniera spregiudicata e unicamente per salvaguardare gli interessi di milionari americani (innescando colpi di stato per portare a dittature o a governi filoamericani, assassinando e facendo sparire gente scomoda, …), quindi assolutamente lontani da questa idea stereotipica degli statunitensi guardiani della pace; il Vaticano è coinvolto con documenti segretissimi celati al suo interno (come nel Codice da Vinci o in vari altri romanzi di questo genere); nel finale l’infezione batterica di Susan porta a discorsi sul potenziale del corredo genetico e del cervello dell’essere umano ancora nel solco di una predestinazione alla superiorità dell’essere umano assolutamente inesistente (come dimostrano gli ultimi ritrovati scientifici nelle discipline paleontologiche, biologiche, …), quando semplicemente l’evoluzione è un processo casuale (e non teleologico) e non strettamente funzionale, oltre a portare a una stratificazione genetica, per cui non c’è alcuna esigenza di tramandare solo il DNA utile o solo parti anatomiche sfruttate al 100% e anzi, proprio caratteristiche anatomiche sottoutilizzate o porzioni di DNA inutili hanno trovato, successivamente, un impiego o una rifunzionalizzazione (processi exattativi), permettendo all’essere umano di sviluppare nuove abilità e di sopravvivere a nuovi contesti grazie a questa sua flessibilità (ma sono processi che si riscontrano in molte specie animali), ma che nulla hanno a che vedere con una nostra presunta (in modo arrogante) superiorità, che questa visione del potenziale non sfruttato (stupida e scientificamente falsa) propaga. Lo stesso discorso vale anche a livello microscopico, poiché a singoli momenti narrativi molto convincenti e a trovate brillanti (come lo scioglimento dei vari enigmi o l’agire dei batteri per sfruttare l’essere umano come ospite), se ne alterano altri campati per aria o addirittura erronei: Gray che si lancia dal ponteggio e ruota per afferrarne le sbarre senza che pezzi di mattone, un cilindro di rame e una chiave d’oro, tutti assai pesanti e infilati nella taschina della camicia, scivolino fuori e cadano a terra, come la gravità richiederebbe, o Jack che sgancia la sua protesi e scalcia il cane giù dalle scale quando il testo dice chiaramente che l’animale lo ha azzannato all’anca mentre la sua protesi parte dal ginocchio (per non menzionare l’assurdità della mano di Monk, nel finale, che lancia un messaggio morse quando è stata per metà ricostruita e Monk è dall’altra parte del globo), oppure Gray che copre gli occhi della statua che copre la grotta del Ceppo di Giuda per togliere la luce a Susan, quando la luce arriva dal buco dov’era l’altare e va verso la statua (non viceversa), o ancora Susan che sente che l’altare è stato fatto saltare grazie alla sua mutazione come se i batteri potessero comunicare telepaticamente in modo istantaneo o non chimicamente, come invece avviene, con quindi barriere spaziali e temporali. Insomma, soprattutto nell’ultimo terzo del libro quando il ritmo diventa sempre più rapido e l’intensità accresciuta, Rollins non ha più mezzi sufficienti per mantenere questo climax senza cadere in errori o scorciatoie totalmente implausibili. Non intendo fatti poco probabili o sequenze che necessiterebbero di un incastro perfetto, ma che nella finzione narrativa si possono accettare, come l’agire dei batteri, l’effetto dell’esplosivo nel tempio cambogiano, i vari salvataggi in extremis dei personaggi, …, né piegamenti di fatti storici (il nostro modo di ragionare e il nostro gusto per gli enigmi è sicuramente assai diverso da quelli di Marco Polo e dei suoi contemporanei , così come il modo in cui noi agiremmo in determinati contesti) o di ipotesi scientifiche (se l’articolo sul linguaggio del DNA non l’ha più ripreso nessuno, qualche dubbio sulla sua validità sussiste), ma appunto errori veri e propri o aspetti improbabili che neppure la sospensione dell’incredulità rende accettabili. Sempre nell’ultimo terzo si accrescono le frasi che si vorrebbero a effetto ma risultano pateticamente penose o meccaniche/automatiche, depersonalizzando totalmente lo stile di Rollins (già di per sé abbastanza neutro), cosicché, se fino a due terzi la lettura è piuttosto piacevole, questo piacere scema sempre più verso la fine, a cui si arriva solo per la curiosità di scoprire come tutto si conclude.