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A New History of the Humanities: The Search for Principles and Patterns from Antiquity to the Present

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Many histories of science have been written, but A New History of the Humanities offers the first overarching history of the humanities from Antiquity to the present. There are already historical studies of musicology, logic, art history, linguistics, and historiography, but this volume gathers these, and many other humanities disciplines, into a single coherent account.

Its central theme is the way in which scholars throughout the ages and in virtually all civilizations have sought to identify patterns in texts, art, music, languages, literature, and the past. What rules can we apply if we wish to determine whether a tale about the past is trustworthy? By what criteria are we to distinguish consonant from dissonant musical intervals? What rules jointly describe all possible grammatical sentences in a language? How can modern digital methods enhance pattern-seeking in the humanities? Rens Bod contends that the hallowed opposition between the sciences (mathematical, experimental, dominated by universal laws) and the humanities (allegedly concerned with unique events and hermeneutic methods) is a mistake born of a myopic failure to appreciate the pattern-seeking that lies at the heart of this inquiry.

A New History of the Humanities amounts to a persuasive plea to give Panini, Valla, Bopp, and countless other often overlooked intellectual giants their rightful place next to the likes of Galileo, Newton, and Einstein.

400 pages, Hardcover

First published January 1, 2013

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Rens Bod

19 books14 followers

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Profile Image for Asclepiade.
139 reviews81 followers
March 16, 2020
Lo studioso olandese Rens Bod in quest’opera tenta un’impresa della cui natura temeraria egli è il primo ad accorgersi: creare una storia organica e, nei limiti del possibile, integrale delle scienze diverse da quelle matematiche, fisiche e naturali, “dimenticate” (come ricorda il titolo) proprio quali scienze, come se fossero studî che procedono in maniera empirica ed emotiva, senza metodo e senza possibilità acquisizioni successive; va tenuto conto, ad ogni modo, che Bod esamina un gruppo disciplinare in cui rientrano quelle che potremmo chiamare “scienze del testo”, come la filologia, la poetica, la retorica o lo studio dei nuovi mezzi di comunicazione, la storiografia con le sue discipline ausiliarie, la musicologia e lo studio delle arti figurative, mentre rimangono fuori dalla sua disamina la filosofia, il diritto, l’economia e quelle che oggi sono chiamate “scienze umane”. L’impianto dell’opera è questo: anzitutto sono create divisioni temporali di massima (mondo antico, medioevo, età moderna ed epoca dal secolo XIX ad oggi), poi all’interno di ciascuna divisione lo studioso verifica le fasi di nascita o sviluppo delle diverse discipline nelle varie aree geografiche, e infine confronta i modelli così osservati per verificarvi la presenza di tendenze o acquisizioni comuni o di grado diverso. Si può così notare come ciascuna civiltà tendenzialmente si sia trovata nella necessità di dovere risolvere problemi analoghi, ad esempio la trasmissione degli accadimenti passati, l’affidabilità e la correttezza dei testi scritti, l’osservazione e i caratteri degl’intervalli musicali, le modalità della rappresentazione figurativa di oggetti, animali e corpi umani; non sempre le acquisizioni d’un certo ambito culturale – anche per problemi di contatto fra i popoli – sono passate da una società all’altra, e in alcuni settori certe civiltà sono rimaste molto più arretrate rispetto ad altre: per esempio, la grammatica greca, ma anche quella cinese, mostrano tratti assai meno raffinati rispetto alla grammatica creata da Panini per il sanscrito, ma d’altra parte la storiografia indiana è nata soltanto da pochi secoli, grazie all’influsso della storiografia araba prima ed europea in seguito, e si è sviluppata in ritardo perfino a confronto con la trasmissione storica in forma orale che caratterizza parecchi popoli africani.
L’autore di quest’opera è il primo a riconoscere che un’opera come la sua richiede una somma di competenze che trascendono le possibilità umane d’un singolo studioso: ciò sia per colpa d’una sempre più eccessiva parcellizzazione in ambito accademico, cagione la quale troppi studiosi d’un determinato settore sembrano perdere la voglia e l’interesse d’informarsi su campi perfino contigui e affini al proprio, sia per via delle ovvie barriere linguistiche, le quali non solo impediscono di aver diretta contezza di molti testi nella loro veste originale, ma rendono altresì terra ignota intere masse di bibliografia e di opere non tradotte in lingue di più vasta circolazione; e il parlare d’un argomento conosciuto in modo molto parziale e in traduzione rende avventurosa e rischiosa qualsiasi pretesa di trattazione ex professo: lo stesso Bod, che conosce bene alcune lingue europee (anche l’italiano) sa il latino ma non il greco, e ignora l’arabo, il cinese e il sanscrito, sicché per tutte le civiltà orientali, e perfino per il mondo antico, si deve affidare a resoconti e interpretazioni altrui senza poterne verificare la giustezza nemmeno in modo sporadico e per certi argomenti. Ho anche l’impressione che la linguistica e le arti figurative gli siano più congeniali che non la musica; ma purtroppo qualsiasi considerazione più precisa sulla qualità del testo deve far i conti con una traduzione le cui deficienze mi sembrano contrassegnare non poco in negativo il contenuto d’un saggio che, dopotutto, si pone mire assai elevate, oltre ad essere stato pubblicato da quello che ha l’aria di editore non corrivo né trascurato; e ciò mi sembra sminuire un po’ il valore del libro.
Prima di passare a qualche rilievo in dettaglio mi sembra però doveroso segnalare che il metodo stesso adottato dall’autore offre ragioni di dubbio, sebbene, per altri versi, apporti risultati interessanti; forse per la sua formazione culturale (anche) scientifica, Bod privilegia di gran lunga le figure grazie alle quali si sono creati o innovati i modelli proprî di ciascun campo di studî: egli stesso però si rende conto che, nelle discipline di cui si occupa, il rilievo storico dei personaggi non è sempre connesso a chi ha individuato modelli nuovi, e ciò per il carattere diverso che queste discipline posseggono rispetto alle scienze fisiche o naturali. Anzi, ciò che fa Bod a volte lo conduce a sovrastimare la portata storica di certi studiosi a scapito di altri. Per esempio, egli cita di continuo la grammatica sanscrita di Panini; ma Panini, la cui importanza all’interno della cultura indiana è straordinaria, fuori dall’India è stato virtualmente sconosciuto fino ad epoche recentissime, e sullo sviluppo globale delle indagini grammaticali o linguistiche ha esercitato un influsso enormemente inferiore ai suoi meriti intrinseci. Viceversa Petrarca o Boccaccio non hanno creato nessun “nuovo modello”, eppure per la diffusione della cultura umanistica, storica e filologica hanno maggior importanza perfino d’un Lorenzo Valla, il quale viceversa, se si segue la trattazione di Bod, dal punto di vista del metodo d’indagine critica delle fonti storiche è stato un rivoluzionario. Le scienze umanistiche inoltre non si sviluppano soltanto per rivoluzioni e innovazioni radicali, ma anche, e più spesso, per lente concrezioni; tutta la folla di commentatori e studiosi di retorica e poetica fra Rinascimento e Barocco, per esempio, può aver innovato poco nei macromodelli (e infatti Bod non ne parla con grande simpatia), ma da un lato ha favorito la fioritura d’una vivacità intellettuale e d’un interesse per i loro argomenti che hanno fornito lievito all’intera cultura europea tra XVI e XVIII secolo, dall’altro, col diuturno lavorio sui testi classici, ne ha provocata e assicurata via via una conoscenza più profonda e sottile. Lo stesso immagino sia potuto avvenire anche in altre culture, come quella cinese o araba.
I difetti nel dettaglio sono, dopotutto, meno rilevanti; ma ne menziono qualcuno, perché, se saltano all’occhio a me, che non sono specialista e studioso di niente, immagino possano apparire più folti ai lettori esperti. Alcuni, dipendenti da disinformazione o sciatteria, si annidano già nel testo originale, mentre qualche altro dipende da cantonate prese in sede di traduzione.
Comincio dal caso più grave: a p.303 l’autore dice: “L’attività di Bembo si estese a molti altri campi delle scienze umanistiche e il suo risultato più importante, oltre ai suoi studi sulla poetica, fu la sua analisi del madrigale, il genere musicale secolare che si era diffuso in modo esorbitante con le opere del compositore Monteverdi”; a parte le doti di preveggenza qui attribuite da Bod al grande letterato veneziano, vissuto, com’è noto, circa un secolo prima di Claudio Monteverdi, a lui sfugge senza dubbio che il madrigale cui s’interessava il Bembo non era il genere musicale, bensì quello poetico. Ciò, almeno, se il riferimento è – come credo – al passo ad rem nelle Prose della volgar lingua, cui forse, date le contenutissime dimensioni, lo studioso olandese fa troppa grazia, ben più corpose risultando in verità le considerazioni sul madrigale (inteso sempre come forma poetica, non musicale) pubblicate in opere addirittura monografiche qualche lustro dopo da letterati quali Ludovico Dolce, Girolamo Ruscelli, Giovan Battista Strozzi il Giovane o Filippo Massini (più tutti quelli che trattavano il madrigale insieme col sonetto, la canzone, la sestina), coevi d’altronde all’esplodere dell’entusiasmo per questo tipo di lirica, e in qualche caso poeti essi stessi. A volere spaccar il capello in quattro, su questo specifico argomento il Bembo fu anche di poca originalità, perché, come pose in luce Carlo Dionisotti, trasse gran parte delle sue notizie dalla Summa artis rithimici vulgaris dictaminis del trecentesco Antonio da Tempo, sebbene lo stesso Dionisotti soggiunga che il Nostro senza dubbio non ne conosceva il testo in modo diretto, ma mediato da qualche fonte non ancora individuata.
Altra dichiarazione bizzarra nella medesima pagina: la storiografia letteraria “non divenne una disciplina fino al XIX secolo”. Non mi è ben chiaro che cosa voglia dire qui l’autore, ma di storie della letteratura organiche perlomeno in Italia (non posseggo una conoscenza di altre letterature abbastanza vasta da poterne dire qualcosa con sicurezza) ne furono pubblicate ben prima dell’Ottocento: se non altro, l’Istoria della volgar poesia del Crescimbeni è del 1698, l’Idea della storia dell’Italia letterata di Giacinto Gimma è del 1723, e la Storia della letteratura italiana del Tiraboschi cominciò ad uscire in prima edizione nel 1772. È sempre pericoloso fare affermazioni generali e apodittiche.
D’indole piuttosto misteriosa è invece l’asserzione che leggo a p.356 su quella che Bod chiama “filologia stemmatica”, quando ne ne scrive “Non è più insegnata agli studenti di linguistica o di studi letterari. La stemmatologia è ancor presente nel programma di formazione universitaria ma soltanto in sottodiscipline più specializzate quali la paleografia o la bibliologia”; tutto ciò mi suona infatti enigmatico e anche insensato: semmai sono la paleografia e la codicologia che fungono da discipline ausiliarie della filologia “stemmatica”, che d’altro canto è diffusamente insegnata nei corsi di Lettere; ma forse Bod si sta riferendo a qualche stravaganza degli atenei olandesi.
Per non annoiare i miei quattro lettori, mi fermo qua, ma aggiungo due (involontariamente) comici scivoloni dei quali Bod è innocente perché chiaramente dipendono da incuria o nescienza della traduttrice, che d’altronde in certe parti sembra tradurre annaspando, mancandole la conoscenza diretta dell’argomento. Non sarebbe convenuto affidare la fatica a più traduttori, dotati ciascuno di competenze diverse? Un paragrafo ad esempio è dedicato alle “drammatiche unità” di Minturno, Scaligero e Castelvetro; chi conosca un po’ tali autori si mette subito a ridere, seguito a ruota, una volta letto il paragrafo, da tutti gli altri lettori: l’unica a non avvedersi dell’infortunio è stata proprio la traduttrice, la quale, con quell’infelice “drammatiche” in posizione attributiva, alle unità drammaturgiche di tempo, luogo e azione di cui discutevano questi (e altri) commentatori della Poetica di Aristotele, sembra affibbiare non meglio specificate ma inquietanti e temibili caratteristiche, come se lo Stagirita vi avesse annidato poteri magici. E a p.447, quasi alla fine del libro, spicca una vera perla. In un paragrafo dedicato all’evoluzione della glottologia, leggiamo: “Per gli studiosi del XIX secolo come Max Müller e Christian Lassen, era di tutta evidenza che l’esistenza della lingua ur [sic!, n.d.r.] costituisse la prova linguistica dell’esistenza anche di una razza ariana pura”: col che l’Ur-lingua indoeuropea senz’accorgersene trasvola beatamente, forse, in Ur di Caldea, patria del patriarca Abramo: altro che razza ariana. Si può parlare d’una fortunata eterogenesi dello svarione?
306 reviews2 followers
May 11, 2021
"In this book I thus concentrate on the apparently unbroken strand in the humanities that can be identified as the quest for patterns in humanistic material on the basis of methodical principles. This strand has not been the only thread in the history of the humanities, but it can be found in all disciplines, periods, and regions." (p. 7)

An admirable endeavour that is well executed, but, due to the nature of the project, not always fun to read. Bod sets out to cover a global history of the humanities but you need to know that this is not a history of "music, art, or literature, but about the history of musicology, art theory, and literary theory" (p. 2). Bod admits that his history is heavy on the Western tradition, but takes real pains to bring other traditions to light in spite of real limitations and will surely introduce the reader to a whole set of previously unknown works. There are intriguing and delightful discoveries to be made all throughout the book and a hundred rabbit trails to follow.

Bod's project is massive in scope and this is what makes it a slightly tough read at times. This is a project that could (should?) be expanded into something like the multi-volume Cambridge History of... sets. But Bod writes well and really seems to keep the pace exactly where it should be for this kind of overview. In a way his conclusions are somewhat anti-climactic, but they are honest to the material and working hard to avoid the meta-narrative which have fallen short again and again. Besides broadening the horizons of who we think of when we think of the humanities, I think the real contribution here will be the creation of a dialogue point for future studies. Bod is hard on Christianity and I would love to read an exploration of how religion more generally has been tied up with the humanities.

This is fantastic work and I'm grateful to Bod for taking on such a daunting task. Highly recommended especially for anyone who works in the humanities.
Profile Image for Luisa Ripoll-Alberola.
289 reviews66 followers
November 14, 2024
It took me a while because of its density, but it was worth it! I learnt so many things, I mean, with the basis of this book I could argue with Leo about Thucydides' and Herodotus' historiographical methods.

It's super interesting to know where the pattern of rise, peak and decline of history, or the divisions of history, come from. I didn't know about Valla or Lachmann. I didn't understand what philology has been as a discipline through history and the importance within it of text reconstruction. I now completely retained the ideas of Dilthey and Windelband. I am captivated by the difference between pattern-seeking and pattern-rejecting methods. I am astonished by what Panini accomplished with Sanskrit. Finally I understand what rethorics/dialectics are as a discipline, and the Aristotelian enthymeme. At the same time, I was pretty surprised by how much I already knew about contemporary humanities (especially about media studies).

I see this book as a useful source of consultation for certain authors and for the Humanities of certain eras. And to extract many, many examples about digital humanities research questions and applications!!!
Profile Image for regina.
3 reviews
October 22, 2025
feeling conflicted bc it's exam prep but! insanely thorough and overall amazing work otherwise
Profile Image for Hydra.
53 reviews
August 11, 2023
In the line of E.J. Dijksterhuis 'Mechanisering van het wereldbeeld' (mechanization of the worldview) for beta-studies this is a valuable book for alpha-studies. Now it's waiting for that kind of book for the gamma-studies (or I'm not aware of such a book).
Amazing fact for me: the chinese already had printed books in 868, 587 years before the Gutenberg bible.
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