«Il disastro vero lo fece il collegio. Su quello io sparerò»: promette così nel 1979 a un'amica Dolores Prato durante la stesura del suo secondo libro autobiografico, dedicato all'adolescenza passata, dal 1905 al 1911, nell'educandato annesso al monastero di Santa Chiara di Treia, retto da monache della Visitazione. La promessa diventa grande letteratura in questo libro trovato tra le carte dell'autrice. Con le movenze di un incantato automa, la voce narrante di "Educandato" tratteggia i molteplici aspetti della vita di collegio: misure igieniche (catture di capelli dentro forcine), luoghi (refettori e teatri dove si finge tanto di mangiare, quanto di recitare), crudeltà di educande e suore (trafittura di cervi volanti e farfalle, uccisione di gatte colpevoli d'aver figliato), momenti della giornata (ore d'aria in un giardino reso esotico da una rinsecchita palma). Impercettibilmente ma senza remissione («in un convento la morte può arrivare a colpi di spillo»), ogni singolo passo del testo mostra come persone di chiesa, studi e riti giornalieri, sotto l'apparenza di parole grammaticalmente corrette e di alti ideali - buona educazione e giusta devozione -, confermino privilegi di censo e di ceto, tolgano pasti e sonno, insinuando nel corpo adolescente, proprio nel momento della sua fioritura, il senso della vergogna, dell'inferiorità, del peccato.
Non penso di essere la persona più adatta per questa recensione ma, visto che proprio non ce n'è neanche una, mi cimento.
Io questo libro l'ho preso per due ragioni: 1) Mi piace la casa editrice. 2) Non ho una buona opinione delle suore. Per la prima, posso dire che hanno pubblicato libri molto simpatici, come Sei una bestia, Viskovitz di Alessandro Boffa, e Mosca - Petuski di Erofeev. Per la seconda, non è stato tanto il fatto che ho fatto l'asilo con le suore (anche se la mia, Suor Lucenrica, era un po' una stronza) quanto i racconti di mia mamma che ci aveva a che fare nella casa di riposo in cui lavorava. Per anni io ho sentito storie di suore che si appostavano nelle camere degli anziani più di là che di qua per fregare qualche soldo o vestito. Le ha sempre definite cattive, e non è che "Educandato" di Dolores Prato faccia cambiare molto idea. La storia è quella dell'autrice che è stata di fatto trascinata in un collegio femminile retto da suore salesiane. Pure se (temo anche largamente) incompleto, il nocciolo del discorso c'è tutto nel romanzo. Il collegio è un luogo di privazioni che nulla hanno di mistico o religioso, è un luogo di grettezza e avarizia, in cui il piatto migliore è una foglia di borragine fritta e la merenda è sostanzialmente pane e acqua. Forse è l'unico luogo al mondo dove con l'introduzione dell'illuminazione elettrica c'è meno luce che con le lampade a petrolio. Perfino le festività religiose, Natale compreso, hanno pochissimo contenuto. Sono più che altro rituali spenti, di canzoni insensate più per la necessità di "fare qualcosa" che non per dare un vero significato. Si salva solo la Pasqua, perchè si torna a casa. Non c'è educazione, in collegio. Non c'è praticamente pagina sulle ore di scuola, perchè l'obiettivo sembra quello di cancellare ogni traccia di femminilità, di autenticità, per rimpiazzarla con l'ipocrisia per cui non si può rispondere semplicemente "sì" ma "sì, cara" o per cui le compagne di educandato sono sempre "buone" o "dilette". Domina il personaggio della Madrina, maestra unica e austera, senza una parola buona che sia una per la protagonista e che riesce a snaturare anche l'amore di Maria Maddalena per Gesù Cristo. Pure nella sua tortuosità e scontando alcune parti più descrittive che altro, da questo romanzo trasuda rabbia e dolore. Si percepisce, ed è una grande qualità.
completa la lettura di Giù la piazza non c'è nessuno. L'incontro con Dolores Prato per me è stato molto bello. Una scrittura, una lingua che ha aggiunto qualcosa. Romanzo autobiografico, ma come in Giù la piazza, è una autobiografia "analitica" dove sono i luoghi, gli oggetti, più protagonisti. C'è l'ironia. E se c'è dolore non viene esposto.