"Quello che stavo ascoltando per l'ultima volta era il canto dell'Etruria libera e felice: delle sue foreste, dei suoi pascoli, dei suoi campi ondeggianti di messi, delle sue miniere e delle sue fabbriche. Delle sue Dodici Città, che erano state grandi e splendide quando ancora Roma era un villaggio abitato da barcaioli e da pastori, vicino al traghetto di un fiume."
Un romanzo che affonda le dita avide nel mito della nascita di Roma, stravolgendone le premesse, "Un infinito numero" è la terza lettura (a distanza di parecchi anni) di Sebastiano Vassalli che mi capita tra le mani.
Timodemo, lo schiavo scrivano, poi liberato, di Virgilio, ci racconta, in un monologo lungo tutto il libro, la storia di come il suo padrone, spronato da Ottaviano Augusto, si ritrova a cercare notizie sulle origini di Roma, per celebrare il nuovo principe. E quindi, accompagnati da Mecenate, si ritrovano a viaggiare verso e per l'Etruria (di cui quest'ultimo è originario), scoprendo miti e tradizioni che stanno scomparendo sotto la mannaia del dominio di Roma. Ma proprio qui, sotto le ceneri di un popolo sottomesso, Timodemo e i compagni vengono a conoscenza del fatto che, se Roma ha un'origine, essa è da ricercare proprio nei culti e nella società etrusca, che il grasso e crudele Eneas dalla Lidia è venuto a distruggere. Come può Virgilio difendere allora l'amicizia di Ottaviano raccontando che la sua famiglia discende da un tagliatore? Raccontare un'invenzione è facile, ma meglio è affossare la menzogna bruciando il manoscritto dell'"Eneide"...
Vassalli ci ha abituati ad una narrazione misterica, nostalgica, poetica del passato e dei suoi bagliori che ancora riverberano su di noi e ogni nuovo tuffo nelle sue pagine è scoperta di bellezza. "Un infinito numero" racconta del tempo che passa, della falsa necessità della Memoria e della Fama; racconta di uomini che sopravvivono al tempo perché rifiutano di viverci dentro. E lo fa con uno stile semplice ma attento a rendere una realtà materiale frutto evidente di ricerche approfondite. E così, come il famoso sorriso delle statue etrusche, quella civiltà ci sorride dalle profondità delle epoche dimenticate, ma tratta fuori da un Vassalli che, in fondo, mi mancava proprio!