«Tutto quello che non si può dire perché ferirebbe chi ci vuole bene, perché ci metterebbe in cattiva luce, perché non è il caso, perché chi me lo fa fare, perché la vita è già pesante cosí, perché non occorre complicarla, perché sí, perché no, perché...»
Difficile trovare qualcuno che ci dica la verità, visto che siamo noi stessi i primi a evitarla. Eppure non fa che ce l'abbiamo scritta sulla pelle, indelebile e spontanea come la penna biro su un taccuino. Quello che avete per le mani è un libro che non assomiglia a nessun altro. Un romanzo, una confessione, un saggio, un memoir, una meditazione brillante e appassionata sui nostri desideri, e su quest'epoca che ci vuole trasformare in esibizionisti e gladiatori.
Provate a pensare a chi, nella vita, vi ha detto davvero come stavano le cose. Tiziano Scarpa, per esempio, non potrà mai dimenticare la Studentessa di quella compagna di università cosí sincera da raccontargli ogni suo tormento d'amore a letto - nel senso che glieli raccontava proprio mentre era a letto con lui. A questa campionessa mondiale di sincerità si affiancano vari personaggi e diversi modi di vivere la fra i tanti, la Ragazza dagli Occhi Spiritati, il Vecchio Amico di Famiglia, la Storica dell'Arte, il Depresso Misterioso. Sono momenti rivelatori dei rapporti con gli altri, che, guardando indietro, fanno ridere, soffrire e a volte disperare. L'occasione per ricordare questi episodi è una vacanza in giorni luminosi costellati di piccoli incidenti, imbarazzi, intimità impreviste. Seduto sotto l'ombrellone, lo scrittore mette a confronto la naturalezza dei corpi nudi con l'abito stretto delle parole. Cosí, tra resoconti imperdibili e aneddoti bene invecchiati in cantina, si apre un'altra pista, quella piú riflessiva, per difendersi da quest'epoca che ci vorrebbe tutti esibizionisti e gladiatori sociali. Setacciando le interviste di attrici ottantenni impudiche, la fantascienza distopica e le fotografie iconiche del Novecento, l'autore cerca le sue risposte dappertutto. Per poi trovarle nel teatro che ha inventato un modo tutto suo di fabbricare la verità, producendo la massima intensità attraverso il massimo dell'artificio. Questo libro resterà scolpito nell'animo di chi ha sete di verità, ma subisce il contagio delle sue malattie l'ipocrisia e la reticenza.
Ogni volta che leggo un libro di Scarpa penso la stessa cosa: quanta intelligenza, ironia, che estro, quanta bravura nello scrivere - peccato che le sue bizzarre trame siano sempre così poco interessanti, per me, tanto che fatico un po’ a leggerle fino alla fine, e subito dopo le dimentico. Questo poi è uno strano libro, il più scarpiano di tutti i suoi: non è fiction, ma una riflessione autobiografica sulla possibilità o impossibilità di essere sinceri scrivendo. Almeno credo che si tratti di questo; può darsi che io non abbia ben colto il senso del libro. È uno scritto difficile, molto cerebrale, a tratti noioso, con divagazioni filosofiche, a tratti fastidioso, con aneddoti erotici di gioventù; un libro molto ombelicale, o più esattamente molto inguinale, o genitale: l’autore ci parla infatti abbondantemente del suo pene. Lo fa con ironia, con arguzia, con malinconia. Io però non ho capito il nesso fra i concetti di sincerità e verità da un lato e, dall’altro, di nudità e eros. Sono tanti gli argomenti, mi pare, sui quali siamo reticenti a dire la verità, per molti motivi: i nostri insuccessi, le nostre paure, le nostre ambizioni, i nostri stipendi, le nostre malattie, le nostre invidie, le nostre gaffes; e a me è parso che tra tutti questi, Scarpa abbia approfondito solo la faccenda del sesso. A conti fatti: eccessivo.
Primo libro dell'anno a cui non so dare una valutazione numerica, perché è tutto e niente. Scarpa incrocia tre linee (meta)narrative per parlare di sé, degli altri, della società e del rapporto che questi tre elementi intrattengono con la verità e la scrittura. Il romanzo è pieno di scene narrative riuscitissime, come anche di pallosissimi momenti di riflessione (i maledetti spiegoni), ma anche di racconti inutili e noiosi e di lucidissimi scritti riflessivi. Non posso negare che mi ha dato molto su cui pensare, specie dal punto di vista della scrittura. Altissimo e bassissimo. Tutto e niente. Consigliatissimo? Si.
Scrittura tutto sommato delicata, nonostante l'argomento. Tuttavia, è stata una lettura abbastanza pesante perché è difficile trovare un vero senso. Forse è necessaria una seconda rilettura o non è un libro adatto alla mia sensibilità.
Non posso parlare di un libro di Tiziano Scarpa senza premettere che per me i suoi libri sono sempre un must. Anche questo che ho letto sulla fiducia e quella fiducia ogni tanto mi è servita per arrivare fino alla fine. Perché non è un libro facile - ma in fondo quando mai la verità lo è? - però allo stesso tempo è pieno di cose scritte benissimo e affascinantissime. E poi c’è questa parte qui che mi ha fatto dire “già”. “Soffia molto vento; sul mare, alla mia destra, per un chilometro, almeno una dozzina di surfisti sfrecciano sulle onde, spinti da paracaduti-aquiloni; li sto descrivendo ma mi manca la parola esatta. La cerco sul mio schermetto: a quanto pare si chiamano kitesurf, non c'è un nome in ita-liano, e allora scrivo: «la solita pigrizia nazionale, incapace di trovare nomi nuovi per gli oggetti inventati dalla nostra epoca; è il nostro modo di ammettere che noi italiani non siamo all'altezza di ciò che accade adesso. Il nostro tempo inventa cose nuove, ma tutto ciò succede lontano da noi; e dunque, usare termini stranieri è la nostra maniera di essere sinceri, di mostrare qual è il nostro sentimento dell'attua-lità. Questo tempo non è nostro, lo viviamo in prestito, lo parliamo in prestito». Adesso guardo i kitesurf in cagnesco, perché li guardo attraverso quella parola straniera, che mi è odiosa perché mi ricorda la decadenzo a sitarale italiana in cui mi è toccato in sorte di vivere. E tutto questo per colpa della scrittura.”
Leggere Scarpa è sempre un'esperienza letteraria, non solo per come scrive (spoiler: bene) ma anche per le idee che mette in campo. In questo libro racconta cit. i cazzi suoi ma lo fa come uno che conosce il mestiere, alternando la sua vita, i suoi ricordi, a delle riflessioni e delle citazioni che ogni volta, ogni singola volta, mi fanno sentire così ignorante che mi viene voglia di ricominciare a studiare tutto da capo.
La maestria nel lessico, nel periodare, nella sintassi, nella punteggiatura (il punto e virgola, signori, il punto e virgola) e nell'idea stessa di racconto
Ecco da qui GR mi ha cancellato la review. Cioè mi ha lasciato il primo paragrafo e mezzo e poi ciao. Invece di incazzarmi ci ho molto riso, perché è una cosa molto alla Tiziano Scarpa. È una cosa che ci sarebbe potuta stare tranquillamente tra i suoi ricordi. È una recensione meno poetica) Certo.Avevo scritto tante belle parole, ma credo invece che questa mezza verità sia perfetta per recensire un libro che vuole a tutti i costi raccontare la verità.
Un incipit che evoca in modo misterioso un'operazione legata a una transizione sessuale e per questo, a seguire, cronache incentrate sul proprio pisello (che solleticano il lettore maschio e forse innervosiscono la lettrice) con il pretesto del dire la verità, tema che poi si sviluppa - con una struttura a piccoli capitoli, leggera, buona per l'attuale lettore debole/disattento (ambisesso), ma pure molto autoindulgente - anche in altre salse non mancando, data una vacanza in Grecia da sfruttare, di nobilitare il tutto ragionando sulle parole e sui miti. In somma: mah.
Io lo associo a quella letteratura italiana triste, sconfitta, arricchita e arraffona che non sa cosa dire e allora si scruta l'ombelico (o il pene in questo caso) e ce lo racconta. Poi alcune riflessioni sono anche interessanti, non c'è che dire. Una nota a margine, che trovo da sempre in questa intellighenzia borghese arrivata: ancora propone riflessioni sul pensiero della Grecia antica, come se per i successivi 2500 anni l'umanità non avesse prodotto nulla di interessante. Sarà che non ho fatto il classico.