E se le parole non fossero a libera disposizione di tutti?
Questa l’idea originale, alla base di Missing Words, il nuovissimo distopico young adult di Andrea Viscusi, un romanzo che mi ha impegnato la mente e costretto a riflettere su quale impatto abbia effettivamente il linguaggio nella nostra vita. Le parole ci definiscono come persone? Ci permettono davvero di comprendere il mondo?
Non sono quesiti facili, soprattutto se a porseli è un sedicenne con ancora la corteccia cerebrale in via di sviluppo e una personalità non ben definita.
Le avventure del giovane Zaf, tra famiglia, scuola e partite a Scribolo, possono essere considerate anche un romanzo di formazione, e tale opera sta per essere diffusa proprio nelle scuole.
I temi trattati sono quelli consoni all’adolescenza: il primo amore, il bullismo, l’amicizia, l’insicurezza e il conoscere sé stessi, e il messaggio bellissimo che ne deriva: la serendipità, quel ritrovarsi alla fine con qualcosa del tutto inaspettato, molto diverso da ciò che si desiderava, ma molto più importante.
Il fatto di non conoscere la parola serendipità, (così come tante altre parole che il personaggio apprende durante la storia), non impedisce a Zaf di farne esperienza, di vivere sulla sua pelle l’attesa e la sorpresa di diventare più grande e di comprendere cosa è davvero importante e cosa no, per cosa o chi vale la pena lottare. Quindi, le parole non ci definiscono, solo l’esperienza e l’insegnamento che ne traiamo lo fa. Le parole non ci servono per vivere, solo per comunicare. Prima dobbiamo comprendere noi stessi, poi, se lo vogliamo, possiamo comunicarci agli altri, però anche le altre persone, per comprenderci davvero, devono fare esperienza di noi, devono entrare in relazione, interagire per riuscire a carpire chi noi siamo. Non basta comunicare a parole chi siamo, dobbiamo dimostrarlo coi fatti. Show, don’t tell!
Il rapporto tra Zaf e la sua amata Tiara rimane sempre platonico, perché non c’è interazione tra loro, non hanno condiviso alcuna esperienza. Tiara è l’oggetto del desiderio per Zaf, lo stimolo che lo porta a migliorarsi, ma riamane una sua idealizzazione. Zaf non conosce veramente Tiara, non sa chi lei sia in realtà e che cosa la spinga a dire e fare certe cose: le importa qualcosa di lui? Perché gli chiede di rinunciare alla partita? Sarà sincera?
Sono tutte domande che rimangono ad aleggiare nell’aria e che probabilmente troveranno risposta in un secondo volume. È comunque super interessante notare le diverse riflessioni che il romanzo va a stimolare, per cui, questa potrebbe essere la storia di un primo amore finito male, una crescita del protagonista in cui, alla fine, l’amore non c’entra poi molto, ma potrebbe anche essere letta come la storia di un sentimento in divenire, perché Zaf, indubbiamente ridimensiona la sua percezione di Tiara, ma ciò che lui prova non è scomparso, e non chiude mai quella porta. Le persone adulte che leggono questo libro, possono vedere chiaramente come gli occhi di Zaf siano ancora pieni di lei, anche se probabilmente lei è una stronza e lui non se ne rende ancora pienamente conto.
Davvero, questo romanzo ha tantissimi motivi per essere elogiato. Il primo è sicuramente il grande lavoro di silent worldbuilding condotto dall’autore, che ha suggerito, alla nostra immaginazione, pagina dopo pagina, un mondo alternativo eppure molto simile al nostro, senza mai tediarci con lunghe descrizioni statiche. Ogni dettaglio di questa società emerge da ogni scena in modo spontaneo, con naturalezza perché i personaggi agiscono in un determinato ambiente e solo ciò che li tocca direttamente va a finire sulla pagina. Sappiamo che i fatti si verificano in un futuro mai definito, in un paese mai definito, ma in cui ci sono delle città con nomi strani. A Fochenza, la capitale, (che risuona con Firenze), c’è il duomo che affascina molto il protagonista, strade, piazze, hotel, ristoranti, scuole e la sede dei campionati di Scribolo. L’unica cosa che differisce dal nostro mondo è che ogni essere umano ha un congegno nella testa, collegato a un computer che blocca l’accesso alle parole. I nomi propri sono scomparsi a favore di parole con senso compiuto, ecco che tra i personaggi abbiamo Scaleno, Casto, Cadmio, Nadir, Parallasse ecc. Ma un tempo non era così.
Ciò che ha fatto Viscusi è stato diramare il suo what if in modo controllato, soltanto in quei campi che riguardano il suo protagonista: il sistema scolastico, la famiglia, le dinamiche sociali e relazionali, la comunicazione, senza darci un quadro dettagliato della politica, per esempio, o di come si sia arrivati al blocco delle parole, perché la storia di Zafferano non richiede che siano date queste informazioni. C’è infatti la massima aderenza al suo punto di vista, una focalizzazione interna precisissima e tutto ciò che esula da questo è stato omesso. Ecco perché il personaggio di Tiara rimane molto nell’ombra, per esempio, e di lei non sappiamo praticamente nulla.
Proprio lo stile è ciò che esalta questa storia. Oltre alla gestione del pov, ciò che mi ha entusiasmato sono i singoli dettagli di descrizione delle persone, o delle ambientazioni, così originali, specifici e caratterizzanti, da avere la sensazione che emergano dalla pagina.
Schiocca le labbra e tiene la bocca mezza aperta, la lingua chiara sollevata come se dovesse starnutire.
Mi guarda di traverso con i suoi occhi macchiati di giallo. Dentro i buchi del naso ha un intreccio di peletti bianchi.
Oltre a tutto questo, la caratteristica più importante per la credibilità e la verosimiglianza del romanzo è l’aderenza del registro utilizzato, al filtro psicologico di un sedicenne che ha un vocabolario molto ristretto e che progressivamente si espande. Questo è ciò che ci tiene immersi nella mente di Zaf, noi viviamo la storia insieme a lui, comunichiamo come lui, con le parole più semplici a cui possiamo pensare, capiamo e non capiamo i concetti esattamente come accade a lui, perché tanti vocaboli sulla pagina si vedono bloccati. Questo può essere disturbante per alcuni lettori, ma di fatto capiamo esattamente qual è il disagio provato da Zafferano nel rapportarsi a persone di fascia più elevata rispetto a lui. È tutto un altro mondo, un’esperienza di lettura incredibile, che renderà questo romanzo difficilmente dimenticabile.
L’unico appunto che mi sento di fare all’autore è di aver speso troppo tempo nel descrivere ogni mossa di ogni partita, una cosa da nerd che mi ha piuttosto annoiata, perché ho trovato stressante seguire ogni passaggio sul tabellone delle partite a fine capitolo. È evidente che si sia voluto dare uno stimolo intellettuale ai lettori, peccato che le persone più emotive come me, invece, si possano sentire un po’ trascurate.
Un altro aspetto che mi ha un po’ deluso è lo scoprire che la storia non è affatto finita e che ci sarà un seguito, perché di fatto ci lascia appesi con molte questioni ancora da risolvere.
In ogni caso, Missing Words è sicuramente un’opera notevole, che è rientrata a pieni voti nella mia top5 del 2023 e che consiglio, in particolare, per l’originalità dell’idea, la tecnica narrativa e lo stile.