Fermacravatte e orecchini, smalti e canottiere, collane e attraverso venticinque oggetti tradizionalmente considerati (o sorprendentemente diventati) «da maschi», questo saggio esplora le possibili vie d’uscita dalle maglie strette che il patriarcato ci impone. Perché forse per superare il patriarcato bisogna abitare, non abolire, la maschilità. E invece di partire dalle parole, su cui non riusciamo a metterci d’accordo, sarà bene iniziare dalle cose. Cose da maschi è un inventario di simboli, orpelli, strumenti che definiscono (o destabilizzano) la differenza tra maschile e femminile; una differenza che ci è più facile pensare e vivere come un dualismo, piuttosto che immaginarla come un confine labile e permeabile in entrambe le direzioni. È un osservatorio sulla metà del cielo che ci è sempre parsa nota, standard, dominante, e intende invece farcela aliena, curiosa, esotica, speciale. Intende soprattutto rimapparne le costellazioni, visitando sia pianeti familiari sia sistemi remoti, mai raggiunti prima dai quelli abitati da ragazzi-soia e fascinosi secchioni, da icone hip hop che somigliano a gentiluomini del Rinascimento, da cose e persone che rifiutano l’utilità, la forza, il potere, e si acclimano (da secoli o da ieri l’altro) in un futuro più gioiosamente ibrido e consapevole. Per capire cosa siano l’identità di genere, il patriarcato, persino il femminismo oggi (e soprattutto, per capire cosa saranno domani) bisogna infatti interrogare la maschilità invece di darla per scontata. Dalle pistole di plastica che mettiamo in mano ai bambini agli smalti e collane dei cantanti che seguono su TikTok quando non li guardiamo, il catalogo delle cose ancora (o non più) maschili di quest’età fluida e immateriale racconta le fragilità di supereroi e leader carismatici, il potere di idoli mingherlini e softboy, le ambizioni e i sogni di chi lotta perché quella dei maschi diventi una tribù inclusiva, consapevole dei propri miti e dei propri privilegi.
Ho trovato Cose da maschi molto stimolante, con alcune frasi e alcuni ragionamenti persino sorprendenti. Poiché la materia autobiografica è spesso punto di partenza delle sue riflessioni, è anche un po' un autoritratto di Giammei, professore folle e divertente. Facendo un po' di astrazione, ho spesso pensato che deve essere interessante seguire le sue lezioni, ma anche che, probabilmente, finirei per odiarlo se alla fine del suo corso dovessi sostenere un esame sulle materie da lui trattate. Una cosa posso dire per certo: le sue sinapsi creano un reticolo ben più fitto e affascinante, nella sua materia grigia, di quanto non facciano le mie. Questa raccolta, infatti, è, al di là dell'argomento trattato, anche un esercizio di giocoleria in cui a essere lanciati in aria e riafferrati, continuamente, sono i più impensabili ed estrosi riferimenti culturali. Dal sublime al terreno, Giammei esercita il muscolo dei canterini.
Ciò detto, va affrontato, come del resto l'autore raccomanda nell'introduzione, con una certa indulgenza: non è un'esposizione rigorosa, ma una crociera nel fiume della maschilità. E come sa chi ha avuto il piacere di salire su una nave da crociera - io no -, su quel mezzo si sta: ha il suo percorso prestabilito, le sue attività calendarizzate e il suo paesaggio quasi cinematografico - il regista è il capitano. Insomma, è un libro che deve essere subito passivamente, perché non va mai dove vorresti e non approfondisce la questione che t'interessa e non fa i ragionamenti di cui hai bisogno. È solo, appunto, un tour che ha delle tappe da raggiungere e in cui qualche saltimbanco si sforza, ora facendoti sorridere ora rievocandoti una memoria sotterrata, di non farti annoiare. Il fare, l'agire, è lasciato a chi avrà il coraggio di farlo, d'agire, una volta posato il volume. Tra questi pagine si sta, non si fa. Qui il difetto, forse imperdonabile. Giammei sa che a leggere Cose da maschi sono e saranno principalmente donne e uomini queer: gente, insomma, che bene o male esercita già ciò che lui ritiene necessario. Cosa resta, dunque, di questa raccolta di riflessioni? Forse solo un esercizio per il pensiero, una sega mentale. L'ennesima prova di onanismo accademico un po' dissociato dalla realtà. In questo, purtroppo, Giammei è il tipico professore maschio bianco a cui abbiamo da secoli fatto il callo: noi lo ascoltiamo mentre lui si fa bello, e ci fa vedere quanto è brillante e intelligente, e accettiamo con quieta sottomissione le sue divagazioni. Perché, si sa, sono doni preziosi le inconcludenze di cui ci fanno dono, dall'alto della loro cattedra [che è comunque un podio], quei rinomati professoroni vecchi barbogi. Niente a che vedere, insomma, con la succinta, precisa e tagliante capacità argomentativa di molte delle intellettuali che lui stesso più volte ha chiamato in causa: le donne lo sanno che loro, quel privilegio, quello d'essere ascoltate a prescindere, non ce l'hanno. Forse per questo le loro argomentazioni sono così sintetiche e chiare, forse per questo sono intellettuali più efficaci e rivoluzionarie. Loro fanno, non chiacchierano. Forse questa è un'ennesima "cosa da maschi" su cui varrebbe la pene indulgere un po'. Comunque spesso mi sono molto divertito.
Ce ne fossero. Oh, aspettate: ce ne sono, di teorici/che/* capaci e che riuscirebbero, attraverso la loro scrittura, ad arrivare a tuttə. Cosa manca, dunque? La diffusione. Diffondiamo dunque, il più possibile, questi spunti di riflessione. Regaliamoli ai nostri genitori, a conoscenti e amici o familiari ai quali, crediamo, potrebbero far sorgere un dubbio. Almeno uno.
Ho sentito Giammei al festival della letteratura a Mantova, quest'anno. È bravo, spacca. Il problema di questo libro è che a volte si perde il senso di quello che l'autore vuole dire. Non è scritto male, ma è talmente stracarico di informazioni e riferimenti che a volte non si arriva al punto o il punto a cui si arriva non ti sembra ben contestualizzato. Sicuramente mi aspettavo di più, ma va bene così.
Alessandro Giammei chiarisce nell’incipit lo scopo di questo libro: aprire una riflessione su quello che potrebbe rendere “balneabile” la maschilità (e anche società di conseguenza). Lo consiglio a tutt* perché fornisce molti spunti interessanti e non scontati, in modo divertente.
"Metto lo smalto alle labbra e sulle dita il rossetto" (Lucio Corsi, "Glam Party"; La Gente che Sogna, 2023)
Non so se le recensioni possano iniziare con una negazione, ma vabbeh. Quindi: inizialmente non quello che mi aspettavo, ma interessante.
Giammei effettua una disamina culturale dell'oggettistica (e degli elementi biologici) associati oggigiorno al maschio, mostrandone le diverse declinazioni attraverso la cultura occidentale, sia "empirica" che letteraria. Per sfoggiare parole grosse di cui non conosco bene il significato e che potrei usare a un qualche ritrovo per far sfoggio di supposta intelligenza, "è una storia fenomenologico-culturale degli oggetti d'uso quotidiano associati all'individuo socializzato come maschio". (peccato che il mio fuso orario circadiano mi impedisca di andare ai ritrovi; cosa che restringe ampiamente il significato di "supposta") (Giammei, segnatela questa, è rilevante)
Ma questo di fatto il libro è, una decostruzione della simbologia degli oggetti che oggi crediamo fissi ed eterni e univocamente associati al maschile, mostrando come ciascuno di questi oggetti sia divenuto tale e abbia ricevuto quel significato attraverso i secoli. A un livello di lettura magari superficiale è già di suo sufficiente a svelare la molteplicità di messaggi attraverso cui essi sono transitati. Non è tra i casi citati da Giammei, ma basta soffermarsi sull'uso del rosa nel vestiario maschile: nel XIX secolo silbolo di indole sanguigna perché derivato dal rosso, oggi colore femminile per eccellenza (sebbene gli uomini veri indossino tuttora il rosa, immagino per qualche contrasto tra apparenza e realtà).
Ho trovato difficili soprattutto i capitoli della prima parte, "Nel closet". Ipotesi mia, perché in essi Giammei passa in rassegna indumenti maschili che oggi esprimono potere (la cravatta) o virilità, anche grezza - ma possono far filtrare aspetti di una personalità su cui é difficile porre l'accento, e che una persona di potere puo' sfoggiare invece che nasconderli nell'armadio - come succede a tutto cio' che riguarda il riconoscersi fuori dal binarismo di genere. D'altronde chi mette le cravatte coi gattini? Chi, data la sua posizione sociale, é "fuori sospetto" dall'essere eterodivergente.
Ma come nota nel finale l'autore, sono proprio gli uomini omosessuali i grandi campioni del travestimento virile - negli abiti, nei baffi; nei muscoli. Un nome sui tutti: il Maggiore Alex Louis Armstrong di Full Metal Alchemist, che non perde occasione di sfoggiare il suo fisico nerboruto e sviluppa addirittura una broship col marito di un'altra alchimista, Izumi (si', molti elementi di cui discutere sul Maggiore Armstrong). Volendo tirare in ballo altri elementi da FMA, si potrebbe discutere sull'aspetto efebico di Ed, l'Alchimista d'Acciaio; e di come di primo acchito tutti credono che il titolo appartenga invece ad Al, un armatura vuota che ospita lo spirito del fratello - che infine... no, vabbeh, niente spoiler.
Questo porta inevitabimente al capitolo sulle armi: armature, scudi, spade. Giammei è appena piu anziano, ma con kilometri di cultura letteraria in più, cosa che gli dà una prospettiva più sfaccettata sul tema. Il numero di volte in cui L'Orlando Furioso è portato a esempio di trasgressione dei costumi non si conta, e spica soprattutto nel capitolo sulle armi. Il capitolo più calzante è quello sullo Scudo: un oggetto di difesa in ambito bellico, ma che può paradossalmente portare immagini di pace; la sua valenza difensiva e la domanda se la difesa sia qualcosa che spetta all'uomo armato o alla madre. E, in tutto questo, gli scudi antisommossa della polizia al G8 di Genova. Accostare lo scudo velato di Ruggero, per il cui uso inadeguato e "non virile", egli si vergogna, quelli di plastica dei poliziotti e quello che campeggia sullo stemma della DC rende ambiguo il concetto di difesa. Non da qualcosa, ma come arma ultima e dispnorevole, per coprirsi durante un aggressione, o per ribadire una difesa dei valori cattolici. E quando discute l'uso vile dell'archibugio, Giammei puo' benissimo farci ricadere quello dell'arco che, nei fantasy brutti, è l'arma feminile/degli elfi (tizi efebici) per eccellenza. Ma avete idea della forza che serva per tirare d'arco? Non ne voglio fare una questione di inadeguatezza fisiologica: solo che sia buffo come oggi si ritenga vile l'arma che colpisce da lontano, ma richiede una possanza notevole. Il buttare l'archibugio nell'L'Orlando Furioso va invece contestualizzato nella durata dell'addestreamento necessaria a usare le due armi da fuoco: poca, per l'archibugio (i conquistadores aveano delle canne che facevano BOOM e un po' di fumo, e, se andava bene, qualcuno cadeva a terra morto come per magia), moltissima per un longbow inglese.
Il capitolo che ho trovato più interessante riguarda cio' che è considerato biologicamente maschile. Meglio: gli elementi biologici che sono culturalizzati come maschili: muscoli, ormoni, ventre, capezzoli. Quando, in una discussione sui ruoli, usi e costuli di genere, si getta dentro la biologia, per me l'oratore ha cassato; non cogliere lo scarto tra sovrastruttura socioculturale (il genere) e elemento biologico da cui essa, in un dato tempo e luogo, dovrebbe scaturire (il sesso) è, imho, un vulnus ben doloroso. Eppure. Eppure anche il sesso non cade in binarismi, e gli stessi cromosomi sono stati culturalizzati. Per approfondire: Claire Ainsworth, Sex redefined<\i>, Nature 518, pages288–291 (2015). Ovvero: non sono unicamente i cromosomi che determinano il sesso, che più spesso cade in uno spettro. Ci troviamo quindi nella situazione in cui il genere è effettivamente più affidabile per una persona che sia in cerca di un'identità, perché molti magheggi molecolari le resteranno probabilmente ignoti.
Il capitolo affronta anche la culturizzazione del testosterone (che, signo', al massimo ci rende calvi), l'ideologia del muscolo e di come, dal 2005, sia cominciato ad affermarsi un modello maschile "a petto di pollo: Edward di Twilight, ma anche solo Sasuke e Itachi. La pancia viene discussa come elemento oggi demascolinizzante o, quantomeno, da non combattente. É una parte che devo ancora ben contestualizzare per ragioni personali, ma è il caso di menzionarla. Sui capezzoli c'è poi da notare come i maschi possano averne più di uno, e nemmeno ectopico: è proprio un ghiribizzo dello sviluppo, perché se guardiamo gli altri mammiferi, i capezzoli sono più di uno. Tant'é che nel XVII secolo, tali capezzoli aggiuntivi erano considerati segno di un patto col diavolo e potevano portare un uomo (o, più facilmente, una donna) alla morte se il Matthew Hopkins di turno era d'umore cinireo.
Giammei passa poi in rassegna gli stulenti della toletta, quelli che danno all'uomo il "vezzo" e, come nel caso del rasoio, lo rendono vulnerabile - e qui mi sovviene una scena di un film con Terence Hill, appena diventato il peggior cacciatore di taglie del West, che punta di nascosto la pistola al barbiere perché lei è qui solo per farmi la barba, non approfitti della mia gola scoperta.
Identificare la genderizzazione è per me difficile (sono un pischello nell'ambito), ma molte di queste riflessioni (chi indossa il cappello e quando? Che tipo di cravatta mette chi? Cosa veicola la camicia in diversi contesti?) è estremamente interessante. Alcuni capitoli viaggiano a cavallo tra classico e contemporaneo, da elemento di potere acquisito (la collana di Sfera Ebbasta, e Pietro Aretino, di origini umili), o sono effettivamente elementi di avanguardia (lo smalto). Infine ci sono gli accessori che Giamei definisce "queer": la tuta (capitolo interessantissimo), i fiori (ermafroditi all'80% in natura, ma culturalmente anche simboli fallici), e i nomi.
Sui nomi mi sono divertito. Mi chiamo Andrea e mi piacciono i Baustelle. Usate queste parole con un tedesco, e chissà he capisce: una ragazza che fa lavori stradali? Un mio collega francese si chiama Camille, come la cantante. Ho delle amiche che, fino a diciott'anni, si erano create dgli alter ego maschili. A me piace il mio nome, mi rende liquido. Anche se ho un pizzo caprino notevole ("un cazzo in faccia" per dirla come lo Schopenauer più bruto) mi piace pensare di essere un altro, un'altra - anche se un po' mi perdo e nel voler essere un'alterità e non so più chi sono; non so se nella mia vita c'è crescita o solo l'assunziuone di idee come maschere, esattamente come il nome puo' non essere altro che una maschera. Ma questa è una questione mia: di fatto, il poter mascherare la propria identità -anche a me stesso- è una cosa che mi intriga molto. É uno scoprirsi ogni giorno, e uno scoprirsi con gli altri - perché we live in a society etc.
Aggiungo un paio di riflessioni sul modo di essere delle persone socializzate come uomini che magari passa sottotono. Più volte Giammei riporta un episodio dell'Orlando Furioso in cui Ruggero viene "intrappolato" da una maga e inizia a vestire "dissoluto", sfoggiando orecchini e quant'altro - segno che certi codici erano già fissi nel XVI secolo. Dal maschio ci sono certe aspettative in termini di abito, ma sono opposte alle innumerevoli cui sono sottoposte le donne. Guardate Salvini e le sue tute, Boris Jonhson e la sua (s)capigliiatura che sembra un San Bernardo gli abbia appena leccato la crapa. A nessuno importa, anzi, sembra che questi costuli li avvicinino all'elettore. Sembra, perché sono costumi: Johnson è stato visto più volte scomporsi i capelli prima delle interviste. Cosa stanno comunicando questi uomini attreverso tzali costumi affatto eleganti? Un cambio nella percezione del potere, di dove esso alberghi e chi ne sia l'interlocutore. É un interssistema comunicativo dell'autorità che ha cambiato il proprio partadigma - ma solo quello maschile: dalle donne ci si aspetta ancora il tailleur, e non é raro leggere sui gironali italiani più commenti sull'abito di una lministra che sulle sue parole.
Io, di mio, sono trasandato. Non sto qui ad analizzare il perché, ma é indubbio che mi appoggio al mio privilegio di poter vestire male, spettinato. In un certo senso mi fa comodo: mi piace l'idea di sparire nella folla, essere irriconoscibile, vestire maglie beige e pantaloni grigio topo. Ma tale mimetismo forse è una convinzione infantile. E d'altronde quando passo davanti ai negozi di coloratissimi abiti femminili, decorati di gocce di Kashmir e uccelli in stile persiano, un po'vorrei essere quel Ruggero, avere il coraggio di indossarne uno. Essere qualcuno che non sono, o che non so se sono. E riecco il Lucio Corsi di "Glam Party":
"Quando sarò giovane avrò modo di riposarmi Verrà il momento di dare nell'occhio Senza ricevere sguardi
[...]
Quando sarò giovane avrò modo di ribellarmi Disobbedendo a tutto ciò che penso Vestito come vogliono gli altri
Prima dell'aldilà non voglio luci sul palco, yeah Perché la notte è una possibilità Il buio un foglio bianco"
A fine libro appare chiaro che la risposta a se sia l'abito a fare il monaco, dipende da quale monaco. Per citare una canzone di Emidio Clementi nel suo progetto Sorge, "Noi facciamo cio' che siamo: cosi' come Simone de Beauvoir osservava che "donne si diventa, non si nasce", questo vale anche per gli uomini. Solo che l'uomo passa un po' come fosse di default (ma stranamente quello attivo) e la donna l'alterità. Ma le alterità sono tantissime, una per ogni persona. Che questo mi serva a diventare un uomo (o quel che sono e non so) o, comunque, una persona migliore e capace di accogliere queste differenze come quello che sono sempre le differenze: una ricchezza, un valore aggiunto in un mondo che, di punti identici, non ne ha.
"Stracarico di roba" è sufficiente per giudicare il livello intellettuale di questo libro, il cui scopo è quello di usare un femminismo inesistente, cercando di guadagnare portando esempi "patriarcali" che di fatto non hanno un senso logico, dal momento che gli oggetti "analizzati" non si ricollegano storicamente e antropologicamente soltanto alla figura maschile, né in passato né nel nostro presente. Sono questi libri scritti per guadagnare soldi e ricevere consensi da chi non conosce veramente movimenti come il femminismo, che ridicolizzano i movimenti stessi e le cause il cui scopo è quello di migliorare la società.
Quando l’ho acquistato non avevo realizzato che si trattava dell’autore della newsletter omonima ma mi è stato chiaro dopo poche pagine. Di base il problema è stato questo, mi aspettavo un saggio che andasse a fondo sulla questione delle “cose da maschi” invece è più una raccolta di brevi articoli anche molto slegati tra loro. Come appunto una newsletter. Nonostante abbia trovato i singoli pezzi molto interessanti e ben argomentati il libro pecca di una certa disorganicità che non mi ha entusiasmata come avrei voluto.
Cose da maschi di Alessandro Giammei è un saggio originale e provocatorio che esplora la maschilità attraverso venticinque oggetti simbolici, come cravatte, camicie, gonne, canottiere e rasoi. L'autore utilizza questi oggetti per analizzare e decostruire i codici culturali legati al genere maschile, offrendo una riflessione profonda e accessibile sulla costruzione sociale della maschilità.
Uno dei punti di forza del libro è la capacità di Giammei di intrecciare autobiografia, critica letteraria, storia materiale e cultura pop, creando un inventario ermeneutico che mette in discussione le convenzioni tradizionali. Attraverso riferimenti che spaziano da Ariosto a Sfera Ebbasta, l'autore mostra come la maschilità sia un costrutto fluido e permeabile, lontano dall'essere un'entità monolitica.
Il libro è particolarmente adatto a lettori interessati a tematiche di genere, studi queer e femminismo, nonché a chi desidera interrogarsi sulle dinamiche patriarcali e sulle possibilità di una maschilità più inclusiva e consapevole. È consigliato anche a educatori, sociologi e operatori culturali che vogliono approfondire le rappresentazioni del maschile nella società contemporanea.
In conclusione, Cose da maschi è un'opera stimolante che invita a riflettere sull'identità di genere e sulle norme sociali, offrendo nuovi strumenti per comprendere e ridefinire la maschilità nel contesto attuale.
Ringrazio Alessandro Giammei per aver scritto questo libro per tutt* e di aver riportato un altro punto di vista sul tema per riuscire a smontare molto più facilmente questa mascolinità tossica che ci pervade. Consigliata la lettura per tutti coloro che vorrebbero disintossicarsi da questo sistema tossico chiamasi Patriarcato.
L'argomento è molto interessante e sono venuti fuori degli spunti nuovi su cui riflettere. Il linguaggio forbito insieme a una narrazione ricca di citazioni (colte e nerd) un po', a mio avviso, spezzano il ritmo di lettura. Avrei preferito rinunciare a uno dei due elementi optando quindi per un linguaggio più semplice o una forma di saggio più tradizionale senza citazioni.
Spunti molto interessanti, ma avrei preferito andasse molto più nel profondo. Non mi ha aperto gli occhi, non mi ha fatto leggere qualcosa di "nuovo". Mi è sembrata un'ottima newsletter. Come saggio, mi ha convinto molto meno.
Un informato discorso sulle culture war. L'autore cerca di discriminare fra le campagne sensate e le assurdità ideologiche, rimanendo a mio avviso troppo indulgente verso le pratiche della cancel culture.
Non mi è piaciuto granché, le premesse erano ottime ma il risultato finale è più uno sfoggio delle conoscenze letterarie dell'autore che non un reale contributo alla causa femminista. Una grossa delusione, anche se è scritto in maniera eccellente.