„Apleistumas“ – tai daugiasluoksnis autobiografinis romanas, liudijantis Elisabeth Åsbrink troškimą įvardyti apleistumo pojūtį, kuris ją lydėjo per visą gyvenimą tarsi šešėlis.
Pasakotoja su didele empatija gvildena savo šeimos paslaptis, meilės ir emigracijos temas. Ritą, Sally ir Katherine – trijų kartų moteris – slėgė ta pati našta. Salonikuose, Londone ir Stokholme – visur panašios bėdos trukdė jos šeimai gyventi. O galbūt apleistumo šaknys slypi dar giliau?
Sekdama žydų išvarymo iš Ispanijos pėdsakais XIV ir XV amžiuose, romano autorė išnarplioja daugybę neapykantos, melo ir tabu gijų. Ji jautriai paliečia kasdienius ir dramatiškesnius XX amžiaus išgyvenimus ir įvykius. „Tiek metų gyvenau tarsi dykumos saloje, lyg būčiau visiškai viena, lyg neturėčiau nei giminių, nei istorijos, nei nieko. Tam tikra prasme parašiau šią knygą, kad pamatyčiau: ar ten kas nors yra? Sekiau savo šeimos istorijos gijas ir kartu bandžiau sukurti šeimą.“
È il primo libro di Elisabeth Åsbrink che leggo (il suo famoso 1947 è lì che aspetta da tanti anni sul comodino; è arrivato il suo momento mi sa).
Scrive l'autrice nella prefazione che è nata pronta per fuggire. Una delle protagoniste del romanzo Katherine, che a volte compare solo K., è il suo alter ego, che non si dà per vinta per strappare dall'oblio le origini della sua famiglia. Come Katherine, anche Elisabeth ha origini ebree: il padre è un ebreo ungherese sopravvissuto alla Shoah arrivato bambino in Svezia nel 1956, la nonna una figlia di tedeschi cristiani approdati in Inghilterra a fine '800, il nonno un ebreo di Salonicco legato da un patto indissolubile con l'ebraismo sefardita cacciato dalla Spagna nel 1492. All'inizio, la scrittrice pensava di intitolare questo libro Solitudine, perché pensava che “L’aspetto determinante era la solitudine. Si ergeva in mezzo a noi come un pilastro d’aria. I nostri passi riecheggiavano come se abitassimo sale di marmo. I nostri cuori battevano come se fossero spezzati. Ma questo allora io non lo sapevo. E anche quando la solitudine iniziò a crescere e a occupare sempre più spazio, come una mongolfiera che si gonfiava dentro la casa a schiera costringendoci tutti contro il muro, non riuscivo a capire da dove venisse, e come potesse essere una vita in famiglia senza di essa. Il nostro isolamento veniva da dentro. All’inizio avevo pensato di intitolare questo libro semplicemente Solitudine. È un romanzo, e quindi tutto ciò che racconta è vero. Ma potremmo anche definirlo una saga famigliare, un romanzo-verità, o molto semplicemente un libro. Il mio scopo era dare una volta per tutte un nome all’ombra che mi ha seguito per una vita intera. Volevo definirla, volevo capire, e pian piano mi sono resa conto che la solitudine non era la malattia ma piuttosto un sintomo, un effetto e una conseguenza, e che quindi dovevo trovare un altro titolo.”
Ecco perché al posto di Solitudine, l'ha intitolato Abbandono. Perché questa è la condizione che appartiene agli emigranti, ai rifugiati e ai migranti, a tutti coloro che sono costretti ad adattarsi in qualsiasi luogo, a stringersi tra loro, a non sentirsi persone che hanno la stessa dignità degli autoctoni. Il loro peregrinare di luogo in luogo è costellato da storie di rifiuto, che lasciano segni indelebili nelle generazioni future.
Katherine, grazie alle testimonianze della mamma Sally e della nonna Rita, riesce a ricomporre il puzzle della storia della sua famiglia.
“Vidal Coenca [il nonno di K.] non sapeva cos’era successo alle tombe e alle lapidi dei suoi antenati, nessun giornale inglese riportò la notizia della distruzione del grande cimitero sefardita di Salonicco. In compenso sapeva che la sua gente era stata deportata dai nazisti. A Salonicco i sopravvissuti furono circa ottocento. Vidal sapeva che così si massacra una lingua, così si annienta una storia vecchia di centinaia di anni, così si spezza il cuore di un uomo.”
Perché niente è più intatto di un cuore spezzato.
“Il cuore spezzato è aperto a tutto, lascia entrare tutto, e quindi accoglie ogni cosa.
L’amore e l’amore perduto. La luce misurata in tutto l’universo e il numero esatto delle stelle morte. Tutte le ortensie blu, sensibili all’alluminio, e anche quelle rosa o bianche. Il numero degli insetti annegati in un barile di acqua piovana. Il peso netto di un segreto che lascia il posto a quello successivo. Tutto trova posto in un cuore spezzato.
Ogni nera parola d’odio che imbratta i verdi parchi inglesi. Ogni cricca di compagne che ti voltano le spalle. L’esatta profondità dell’abisso in cui precipita un figlio tradito dai genitori. Le innumerevoli volte in cui la parola ebreo viene tenuta nascosta. Ogni corpo arso vivo su un rogo. Tutto trova posto in un cuore spezzato.
Il numero di giocattoli di plastica sotterrati sotto un abete. Tutti gli arpeggi del quinto concerto per pianoforte di Beethoven, anche detto concerto Imperatore, e tutte le pause. Ogni battesimo, ogni scongiuro e ogni menzogna. Milioni e milioni di granelli di conchiglie, ambra e meteoriti in una lingua di sabbia. Una bambina seduta sotto un pianoforte, sotto una pioggia di Johann Sebastian Bach. Tutto trova posto in un cuore spezzato. Ogni passo compiuto da un bambino con una stella gialla cucita sulla giacca nel ghetto di Budapest. Ogni minuto vissuto da suo padre prima di essere ucciso.
Ognuno dei cinquecento uomini che in cinque settimane hanno distrutto un cimitero vecchio di cinquecento anni. Ogni ombrello acquistato prima di salire sul treno per Auschwitz. Ogni lapide girata a faccia in giù perché il nome dei morti si leggesse solo dall’oltretomba. Ogni abbandono. Tutto l’abbandono. Tutto trova posto in un cuore spezzato.
E l’imperdonabile? Chiede la Guerriera da dentro la sua armatura. Anche l’imperdonabile. Il cuore spezzato è grande. Può fare posto a un dirupo di perdono mai concesso, a un massiccio montuoso di no. Si espande attraverso il dolore. Come l’universo. Come il mio cuore. E il mio cuore batte. Perché io sono K, sono Katherine, sono la Guerriera.
Io non perdono.”
Nota: dal sito della Treccani online, sefardita agg. e s. m. e f. [dall’ebr. sĕfāraddī′, pl. sĕfāraddī′m, der. di Sĕfārad «Spagna»] (pl. m. -i). – Nome usato per designare gli ebrei residenti nella penisola iberica fino alle espulsioni del XV secolo, e i loro discendenti fino a oggi; come agg.: le comunità sefardite.
Warrior for Lost Memory Emigration makes serious demands on a person. Ability to plan, determination, courage. Elisabeth Osbrink is a famous Swedish writer, journalist, playwright, winner of the award for the best non-fiction. The theme of rejection, isolation from family, roots, loss of connections and the very memory of the former community, which has become the norm of the modern world, is end-to-end for her.
The debut was the documentary novel "And the trees are still standing in the Wienerwald", which was based on five hundred letters from relatives from Vienna to a boy taken to Sweden as a refugee from the Nazis. And the most famous book was "1947", dedicated to the year when the modern world emerged in its present form: the collapse of the colonial system, the intensification of the struggle for the rights of women and minorities, the Cold War.
"Rejection" is an autobiographical novel about four generations of a family of white Europeans, throughout history experiencing the experience of economic and political emigration. Great-grandmother Emilia followed her wayward great-grandfather George to America, and was stuck in the London slums for the rest of her life. Without a breadwinner-husband, but with a bunch of children.
Grandma Rita met a Sephardic Jew Vidal, they fell in love with each other, and they will be together all their lives. But the marriage was registered only in her 50s, in Sweden. Sally's bright mom, their marriage with her father, which broke up because of her unbalance, and a girl who is afraid of uncomfortable words: "dad", "doctor", "family" - because from one of them, mom becomes unhappy and angry, starts shouting at her or crying, or completely closes in on herself for a long time.
Finally, the girl Katrin (millet K., almost like Kafka's), who wants to find the roots of this disunity, coldness, dislike. He begins to restore the family history, and in the process does not really understand why this is so - or rather, does not understand what could have been otherwise.
Emigrants, refugees, migrants, everywhere forced to adapt, squeeze, not to feel like people of the same class with the local indigenous people. Outwardly prosperous Europe is stitched with stories of rejection, like tracer bullets.
Today's disunity, non-rootedness in reality is to a large extent due to history, says Osbrink.
Воительница за утраченную память Эмиграция предъявляет к человеку серьезные требования. Умение планировать, решительность, смелость. Элисабет Осбринк известная шведская писательница, журналистка, драматург лауреат премии за лучший нон-фикшн. Тема отторжения, оторванности от семьи, корней, утраты связей и самой памяти о былой общности, ставшая нормой современного мира, для нее сквозная.
Дебютом стал документальный роман "А в Венервальде деревья еще стоят", в основу которого легли пятьсот писем от родных из Вены мальчику, увезенному в Швецию как беженец от нацистов. А наибольшую известность принесла книга "1947", посвященная году, когда современный мир возник в сегодняшнем виде: распад колониальной системы, усиление борьбы за права женщин и меньшинств, холодная война.
"Отторжение" автобиографический роман о четырех поколениях семьи белых европейцев, на всем протяжении истории переживающих опыт экономической и политической эмиграции. Прабабушка Эмилия вслед за непутевым прадедом Георгом отправилась в Америку, да так и застряла до конца жизни в лондонских трущобах. Без кормильца-мужа, но с кучей детей.
Бабушка Рита встретила сефардского еврея Видаля, они полюбили друг друга, и всю жизнь будут вместе. Но зарегистрировали брак только в ее 50, в Швеции. Яркая мама Салли, их распавшийся из-за ее неуравновешенности брак с отцом и девочка, которая боится неудобных слов: "папа", "доктор", "семья" - потому что от какого-то из них мама становится несчастной и злой, начинает кричать на нее или плакать, или вовсе замыкается в себе надолго.
Наконец , девочка Катрин (просо К., почти как у Кафки), которая хочет отыскать корни этой разобщенности, холодности, нелюбви. Начинает восстанавливать историю семьи, и в процессе не то, чтобы понимает, почему так - вернее сказать, не понимает, что могло бы быть иначе.
Эмигранты, беженцы, переселенцы, всюду вынужденные приспосабливаться, ужиматься, не чувствовать себя людьми одного сорта со здешними коренными жителями. Внешне благополучная Европа прошита историями отторжения, как трассирующими пулями.
Сегодняшняя разобщенность, неукорененность в действительности в немалой степени обусловлена исторически - говорит Осбринк.
Trochę bardziej 3,5, ale postanowiłem podciągnąć w górę, bo jednak bardzo lubię styl prowadzenia narracji przez autorkę. Powieść autobiograficzna, która była wyraźnie jakąś formą poradzenia sobie z trudną przeszłością, pełną pustki, oczekiwania i gotowości. Pomimo tego, że w założeniu jest to fabuła, wyraźnie czuć reporterski sznyt i właśnie fragmenty dotyczące historii podobały mi się najbardziej. Poprzednie dzieła Åsbrink podobały mi się bardziej, ale „Porzucenie” nie odstaje aż tak mocno.
Autobiograficzne powieści pisane przez kobiety zawsze przykuwają mój wzrok i rozbudzają moje zainteresowanie. Åsbrink skupia się nie tyle na relacjach wewnątrz rodziny, co na jej szerszym wymiarze, bardziej tożsamościowym, wychodząc od swojej rodziny, ale obejmując historie rodzinnych miast, wpływu przesiedleń i emigracji, poznając i przedstawiając historię Żydów sefadryjskich na przykładzie swoich przodków.
O ile części poświęcone kobietom z rodziny Åsbrink (babce Ricie, matce Sally i córce Katherine, będącej alter ego autorki) mnie zajmowały tak wraz z poszerzaniem kontekstu moja fascynacja się rozmywała. Spodziewałam się, że bliżej mi będzie do współodczuwania z bohaterką ostatniego pokolenia, jednak to babka Rita została ze mną dłużej, a jej historia nie przeleciała mi tak szybko przez palce jak wędrówki Katherine.
Jestem przekonana jednak, że bez tego rozszerzenia perspektywy historia ta byłaby niekompletna, a już na pewno niesatysfakcjonująca dla autorki. Bo jak już zauważyło wielu czytelników i czytelniczek przede mną: to książka, która zdaje się mieć kolosalne znaczenie dla autorki, wywodzące się z potrzeby dokopania się do prawdy, ukonturowania swojego pochodzenia i zrozumienia przeszłość swojej i swoich przodkiń. Nazwania przyczyn wykluczenia i samotności, określenia wpływu emigracji i towarzyszej społeczności, wyszukania motywów nienawiści, potwierdzenia statusu porzuconej i spróbowania zdefiniowania jego podłoża.
Bardzo lubię wspomnieniowe historie rodzinne, wtórne zakopywanie i odkopywanie się z warstw przeszłości. To, co w tej historii mi przeszkadzało to pewien reporterski dystans, faktualny upór, dokumentalny kształt, który (szczególnie w drugiej połowie) całkowicie mnie od tej opowieści odgrodził emocjonalnie. I wydaje mi się, że gdyby podejść do tej książki z innej pozycji startowej, oczekując literatury faktu ozdobionej autobiograficzną tonacją i prozatorskim kolorytem, wtedy satysfakcja mogłaby być znacznie wyższa. I takie oczekiwania wyjściowe Wam proponuję, starając się nie zniechęcić Was do sprawdzenia, na ile to wielowarstwowe meandrowanie w przeszłość odnajdzie się w Waszych czytelniczych zainteresowaniach.
Осбринк пишет так, что хочется перечитывать, и писать самой.
затягивающая история семьи и её многочисленных поколений: история, религия, культура; преследование, передвижение, поиск; любовь, предательство, горе. много-много неразделенной боли, и одиночество, которое лишь множится и продолжает отравлять и своего носителя, и тех, кто проживает жизнь рядом.
читала на русском, но впервые не смогла добавить здесь нужное мне издание.
Jag har förstått att medelålderskrisen inte sällan avlöses av ett intresse för släktforskning. Jag – som väl är i den krisen – är inte i släktforskarmode än ens när det gäller mitt eget ursprung. Åsbrinks släkt intresserar mig föga.
”Detta är skönlitteratur och därför är allt som berättas sant.” Övergivenheten är en autofiktiv berättelse om författarens och hennes förfäders kvinnliga och judiska historia, präglad av rasism, lögner och ensamhet. Frånvarande fäder och mödrar som mår skit. K eller Katherine, som hon kallar sitt bokjag, var först omedveten om sin judiska härkomst. Hon växte upp i en tystnadskultur med sin mor (modersmolnet) och fick varken säga ”jude” eller ”pappa”.
”Vad är ett moln? Det kan ingen svara på, inte heller molnet självt. Det rör sig genom atmosfären, ljuvligt att se, hotfullt att se, […] blixtrar utan att veta varför, gråter utan att kunna hejda sig och blir till sitt eget landskaps dimma. Ers majestät. Ni är ett moln. Jag är er ständige meteorolog.”
Jag har redan läst tusen nobelprisade sidor om judar i december, kanske är det därför Övergivenheten inte engagerar mig. Eller så är det för att den är litterärt krystad med krossade hjärtan och bultande ilska. Det kan också rätt och slätt bero på att hon kallar ”sig själv” ”Krigaren”.
Jag upplever att här får K utlopp och det är förstås härligt, framförallt för henne själv. Bättre sent än aldrig ger hon nu sin mor de svar på tal hon inte kunde leverera som barn, när hon axlade rollen som skammens väktare. Jag upplever att den här boken redan fullgjort sitt syfte när författaren skrivit den. Jag som läsare behövs just inte. Den slutar med en stängd dörr.
Jag tar med mig det om mansbristen 1921. Då fattades två miljoner män vilket resulterade i livlig debatt vilken är intressant för oss idag med tanke på incelproblematiken. Då diskuterade man deportation av kvinnorna. Vissa kvinnor flyttade samman med varandra istället för med män. Tips!
Dziadek Vidan to żyd sefardyjski, który z wzajemnością zakochał się w niemieckiej emigrantce Ricie. Jednak długo nie chciał się z nią ożenić, mimo dwójki wspólnych dzieci. Na początku ubiegłego stulecia wiązało się to z ogromnym wstydem dla kobiety. Ich córka, Sally, uciekła z Londynu do Szwecji i poślubiła węgierskiego żyda. To również wstydliwa sprawa. Sally była narcystyczną matką, winiącą za swoje błędy wszystkich dookoła, głównie męża, który w końcu od niej odszedł. Z takim piętnem przyszła na świat Katherine, która w końcu postanowiła zerwać z tajemnicami i doszukać się własnych korzeni. Odważnie wyruszyła więc w podróż do przeszłości.
Autorka pisze, że nie chce być nosicielką pieśni gniewu. Ale jest. W ok. 1/3, końcowej części książki wypływa z niej gniew i oskarżenia pod adresem chrześcijan i muzułmanów. Wylicza różne akty przemocy dokonane na żydach od bodajże XI wieku. Bo oni, to... A tamci z kolei, to... Żydzi byli mordowani, grabieni, przesiedlani, paleni i prześladowani w każdy możliwy sposób. I do opisów poszczególnych pogromów autorka się ograniczyła. Żadnego tła społecznego. A szkoda, bo skoro już wdepnęła na ten grząski grunt, to mogła się trochę bardziej wysilić. A skoro nie potrafiła, to mogła poprzestać na historii własnej rodziny bez rozszerzania tematu. Brutalne opisy mają chyba wywołać wstyd i poczucie winy, zarówno u chrześcijan, jak i muzułmanów. Wygląda na to, że jedynymi bezgrzesznymi są właśnie żydzi. Ciekawie się to czyta w świetle ostatnich wydarzeń z Izraelem w roli głównej i ogólnie dominacji najbogatszych rodzin żydowskich nad światem.
Nie twierdzę, że pogromy, holokaust, wysiedlenia i jakakolwiek przemoc są ok. Wręcz przeciwnie. To nigdy nie powinno się wydarzyć. Przydałoby się jednak trochę bezstronności. Końcowa część książki w znaczny sposób wpłynęła na moją ocenę.
elisabeth asbrink per me è una certezza. Abbandono è un viaggio nel tempo e nei luoghi della famiglia di Katherine, che racconta tanta storia personale a sua volta incastonata nella Storia
Otroligt stark bok. Välskriven. Sen blir den extra stark för mig för det finns en sådan igenkänningsfaktor. Det judiska arvet och en känsla av ensamhet som bärs med. Hur lång tid tar det att läka sådana sår? Samtidigt lärde jag mig en hel del om de sefardiska judarna, om inkvisitionen.
Un piccolo gioiello scoperto per caso, scelto per la copertina bellissima. L'autrice ripercorre la storia delle sue origini per capire e comprendere sé stessa. L'autrice attraverso un intreccio di eventi storici e famigliari ricostruisce la storia del popolo sefardita dal Medioevo al secolo scorso.
En sommarläsning som kändes extra aktuell i samband med besöket på Andra Världskriget museet i Gdansk. Och som allt som oftast nu för tiden, känslan av att det är så lite jag vet om så mycket. Tacksam för lite mer kunskap om de spanska judarna.
Un libro informativo ed emozionante al tempo stesso, con la storia dell’autrice si mescola con la Storia; a parte alcune parti in cui l’ho percepito un po’ frammentario, mi è piaciuto tanto e mi ha fatto molto riflettere.
Una scrittura dolce e poetica, una storia di legami famigliari, passato e presente che si intrecciano. Ho preferito i primi due capitoli all’ultimo e questa frase mi ha rubato il cuore:
La prima parte mi ha particolarmente coinvolto, la seconda un po’ meno ma la terza l’ho proprio considerata un altro libro. Peccato…perché avevo alte aspettative. La storia di tre donne (Rita, Sally, Katerina) ma Il non aver saputo qualcosa di più della madre, Sally, un po’ mi ha infastidito, soprattutto perché mi mancavano molti collegamenti… nella terza parte viene sviscerata tutta la parte storica , interessante, ma non in un romanzo come questo. Per me solo ⭐️⭐️
Dobrze się zaczęła ta opowieść, ale z czasem zaczęła blaknąć i trudno mi było utrzymać zainteresowanie losami rodziny Cuenca. Podobał mi się język, niemal poetycki ton tego o czym tak trudno mówić, o pamięci, rodzinie i jej sekretach, o poszukiwaniach, jednak te poszukiwania nikły coraz bardziej.
Bland det mest b erörande jag läst på länge. Åsbrink imponerar! Hennes bok 1977 rek0mmenderas också varmt för dem som intresserar sig för samhällsutvecklingen och historia!
Storia,memoria,saga familiare,introspezione,paesaggi e similitudini atte a trasportarti attraverso il tempo e lo spazio. Senza inizio o fine. Davvero affascinante.
Con Saghe familiari controcorrente abbiamo terminato Abbandono di Elisabeth Åsbrink (Iperborea). Se la prima parte ci ha conquistato (non eravamo proprio tutte d’accordo), a lasciarci perplessa è stata l’ultima. Ma procediamo con ordine. Ci sono tre generazioni di una famiglia che vengono presentate, il filo conduttore è l’autrice che indaga sulle proprie origini.
Partiamo da Rita, donna che incontriamo nel 1949. Di lei non sappiamo quasi nulla: fa quadrare i conti in casa, si dedica alle faccende e… si è appena sposata. A ritroso procediamo nella vita di Rita e del marito. Perché si è sposata così tardi? Perché è rimasta incinta e ha cresciuto le figlie senza un legame matrimoniale. Per quale motivo? Per scoprirlo è necessario andare avanti, scavare a ritroso, indignarsi e meravigliarsi.
La storia d’amore con Vidal all’inizio è travolgente e appassionante. Ma non dovremo aspettare molto per renderci conto che la favola rischia di trasformarsi presto in un incubo. Sì, perché Vidal è un uomo che ha degli obblighi molto forti nei confronti della famiglia e si trova così diviso tra la possibilità di uno scandalo e l’infelicità di Rita… ovviamente a subire è Rita che diventa sposa solo nel fine settimana. RECENSIONE COMPLETA: www.lalettricecontrocorrente.it
Åsbrink è una giornalista di formazione e ha scritto un bellissimo libro, 1947, che è la cronaca di un anno. Qui, in Abbandono, si cimenta in un romanzo (?) dove narra la vicenda degli avi della sua alter ego Katherine (che è il secondo nome dell'autrice). Il romanzo risulta però essere una cronaca piuttosto piatta della vita dei due nonni materni.
"Per capire la mia solitudine avevo bisogno di capire quella di mia madre. E per capire lei dovevo prima capire mia nonna, Rita.»
È bastato l'incipit di questa sinossi a convincermi a leggere "Abbandono", per ragioni di attivazione emotiva personalissime. Non sapevo che aspettarmi eppure mi ha accompagnata significativamente nelle mie vacanze, piccoli pezzi alla volta. No, non è un libro da ombrellone. Ho certamente sbagliato il periodo ma credo di aver comunque colto l'essenza di questo testo e di averne goduto pienamente solo alla fine, quando il quadro era completo.
K. è figlia di Sally. Sally è figlia di Rita. Sally è depressissima e K. eredita e assorbe ogni piccolo movimento e fiato del dolore inconsolabile della madre. L'impresa di K. sarà quella di ricostruire con ardore struggente la storia della sua famiglia, di sua madre Sally per comprenderla fino in fondo, di sua nonna Rita e dell'odore di assenza che insieme alla piccola Sally hanno respirato senza apparente ragione razionale per anni. Tutto ricondurra' alla storia famigliare di un uomo, suo nonno Vidal, castigliano figlio di ebrei emigrato nell'impero ottomano, contenitore del trauma ereditato di generazione in generazione, di milioni di donne e uomini che hanno conosciuto sempre e solo il dramma dei migranti, degli apolidi, di coloro che non possono mai sentirsi a casa da nessuna parte.
Una storia transgenerazionale che crea un ponte tra Spagna, Grecia, Inghilterra e Svezia, un viaggio nella memoria e nell'oblio di K. (che poi è la Ansbrik) che per risalire, tassello dopo tassello, all'origine di un trauma personale e intimo scopre il dramma di un'intera comunità internazionale costretta per millenni e per ragioni sempre diverse a fuggire.
Le pagine del racconto della sua permanenza a Salonicco mi hanno incantata e sconvolta, in un mix di malinconica e sorprendente ambiguità. Mentre le leggevo ho condotto ricerche storiche e fotografiche sulla città greca che mi sono ripromessa di visitare un giorno.
Intimo, familiare, epigenetico, storico e attualissimo insieme. Una celebrazione intimistica e universale sulla necessità della memoria delle famiglie e dell'umanità.
"La vera follia è lasciare che l’oblio prenda il sopravvento. Chi non vuole ricordare perde se stesso, e allora restano solo le menzogne."
Piccola nota a margine: Iperborea si conferma una casa editrice capace di offrire uno sguardo su autori del nord Europa capacissimi di nutrire un pubblico di lettori interessato a più temi, d'attualità ma anche storici ed esistenziali (come nel caso di Dagerman) con uno stile asciutto e godibile ma a volte anche cinico e ironico (come nel caso di Paasilinna).
Anche la Ansbrick è stata una scoperta stimolante, capace di sintetizzare in quest'opera contenuti tematici a me carissimi.
„Nėra taip, kad Rita nemėgtų vyrų, ji tik nenori, kad jie būtų arti.“
4/5
Skausminga, vienišumu ir bendruomenės paieškomis bei jos ilgesiu pripildyta knyga, kurioje visi kenčia skirtingai ir visgi – taip panašiai. Moterys kenčia dėl mamų ir dukrų, religijos ir nežinios, vyrų ir jų mamų, šalies, kurioje yra ir net žodžių, kurie iš pirmo žvilgsnio gali atrodyti visai nekalti. Vyrai kenčia dėl mamų ir dukrų, religijos ir nežinios. Visi nuo vienas kito atsitvėrę sienomis, kartais ir valstybinėmis, visų tapatybė susijusi su sudėtingais išgyvenimais – nuo Holokausto iki patyčių mokykloje. Ir žydų bei jų patirto siaubo tema čia aprašoma be butaforijų, dabar tokių įprastų iš Holokausto pasipelnyti nevengiančiai pop literatūrai, labai literatūriškai, melancholiškai. Nesaugant nei savęs, nei skaitytojo, nebandant nuslėpti to, kas nepatogu ir to, kas nepatogumą sukelia – kad ir kaip asmeniška tai būtų. O jei asmeniška, tai ir skaitytojui ryšį surasti nesunku.
Autorė keliauja per šalis ir per žmones, per archyvus ir per istoriją, aprėpdama metų metus, dešimtmečių dešimtmečius kaltės ir apleistumo. Kitaip ir būti negali – ieško savo šaknų ir bando suprasti, kodėl į klausimus atsakymų reikia ieškoti nuo namų. O ir kas yra namai? Kur jie? O jos mamai? O močiutei? O promočiutei? Man buvo kiek per daug pasikartojimų ir prasmingų, literatūriškų sakinių, o per mažai turinio. Bet tiems, kurie kaip skaitytojai yra kantresni – neabejoju, kad patiks tik dar labiau.
Un romanzo che parla di vita, di profonda solitudine e di morte il tutto legato dall’esclusione razziale. È Katherine la ragazza che ci scrive e che decide di scavare in un passato mai esplorato per paura di ferire le persone che amava, ma ora all’età di quarantaquattro anni si lancerà a capofitto in un nuovo mare in cui poter rivelarsi per davvero, senza più privazioni. K. cerca se stessa e per farlo dovrà scoprire qualcosa in più sulla sua famiglia, ovvero, su suo nonno Vidal e sua nonna Rita, sulla sua discendenza ebraica e su quella storia nera come la pece. La nostra protagonista con il cuore pesante parte per Solonicco, oggi diventata Tessalonica. Ripercorre le strade, che suo nonno Vidal un tempo attraversava e che poco più avanti sarà costretto ad abbandonare per l’assenza di tolleranza nei confronti della religione ebraica. Katharine calpesterà la terra dove un tempo si trovava un cimitero Sefardita, ma dove oggi si può scorgere una distesa di terra vuota e sola. Quel cimitero nel 1943 è stato sventrato in cinque settimane dai nazisti. Infondo, Katherine cerca la pace chetando il suo cuore con la storia, la sua storia.
„Porzucenie” to powieść biograficzna opowiadająca o losach trzech kobiet - babci i matce autorki oraz o samej autorce. W swojej książce Äsbrink zmierza się z trudnymi doświadczeniami, które dotknęły kobiety z jej rodziny, oraz z paraliżującym słowem „Żyd”. Dzięki książce możemy w przystępny sposób choć trochę poznać historię Sefardyjczyków, skupiając się na losach rodziny autorki.
Powieść jest świetnie napisana, autorka rzuca trafnymi porównaniami oraz przejmującymi metaforami. Genialnie opisuje emocje, które wręcz ogarniają czytelnika. „Porzucenie” posiada ciekawą formę i myślę, że przypadnie do gustu osobom lubiącym nowe doświadczenia literackie. Powieść jest pewnego rodzaju terapią dla autorki, czytając ją, czuć, że podczas pisania Äsbrink przepracowywała swoje doświadczenia, jak i doświadczenia swojej rodziny.
Mimo że „Porzucenie” to specyficzna książka, która na pewno nie każdemu przypadnie do gustu, to zachęcam Was do zapoznania się z nią. Mnie zaintrygowała i dalej intryguje.