Herbert Marcuse poco dopo la sua morte è stato quasi immediatamente dimenticato, abbattuto dai colpi del neoliberismo rampante degli anni ottanta, che ha definitivamente distrutto tutte le forze politiche apertamente anti-capitaliste, sulle quali Marcuse in realtà non aveva mai fatto troppo affidamento. Si sbaglia pensare che Marcuse sia un filosofo della libertà perché in realtá è un filosofo della liberazione, la sua concezione di libertà si identifica con il non essere repressi. Marcuse, con tutti i suoi limiti, ci consente di ripensare una politica diversa, di ragionare diversamente sul rapporto tra le classi e i movimenti sociali e politici, di pensare in senso totale il capitalismo anche da un punto filosofico. L’aforisma che meglio esprime il pensiero di Herbert Marcuse è “la promessa di felicità” e nasce dall’arte e si conclude nell’arte muovendosi nella dimensione della filosofia (Hegel, Marx) ed integrandosi con elementi di psicoanalisi (Freud). Solo la liberazione dell’Eros, l’espansione delle facoltà psico-fisiche umane, può mettere in moto un processo di cambiamento sociale di ampia portata in cui l’arte gioca un ruolo centrale come prefigurazione del futuro e come sprigionamento di energie creative antiautoritarie e antitotalitarie in grado di inserirsi concretamente nella realtà, modellandola. Nel libro “L’uomo a una dimensione” Marcuse si proponeva di dimostrare come la società industriale avanzata tende ad essere totalitaria, imponendo le sue esigenze economiche e politiche sul tempo di lavoro come sul tempo libero. Il condizionamento esercitato dalla società odierna produce un appiattimento dell’individuo sulla società, un appiattimento chiaramente unidimensionale, il cui risultato per Marcuse non è tanto l’adattamento, quanto la mimesi, cioè un’identificazione immediata dell’individuo con la società come un tutto, tant’è vero che le persone si riconoscono nel loro comportamento consumistico, senza essere capaci di distinguere criticamente fra bisogni veri e bisogni falsi, creati artificialmente dal sistema. Per Marcuse, che non esita a mettere in evidenza tutte le contraddizioni che caratterizzano la società attuale nella quale gli uomini sono sottomessi, nella società industriale la ragione, assieme alla scienza e alla tecnica, non è posta al servizio dell’emancipazione umana, ma a quello della sua repressione. Riprendere Marcuse oggi non rappresenta un nostalgico déjà vu anni sessanta, è piuttosto ritrovare un’attrezzatura per interpretare il tempo attuale in quanto, per usare le sue parole, «ricordare il passato può dare origine ad intuizioni pericolose e la società stabilita sembra temere i contenuti sovversivi della memoria». Una rilettura meno orientata di Marcuse consente di rivalutarne aspetti diversi ed esiti suggestivi, in gran parte inediti, che oggi appaiono di sorprendente attualità nell’epoca della crisi, del neoliberismo e della nuova rivoluzione tecnologica. Direttamente, o in controluce, le sue opere suggeriscono importanti riflessioni psicosociali, fruibili per il futuro, in netta connessione con l’odierna società ipermoderna che, con arguto neologismo, Luciano Gallino, uno dei traduttori di Marcuse, ha ribattezzato “finanzcapitalismo”, intendendo con ciò l’attuale macchina sociale che ha superato ciascuna delle fasi precedenti, compresa quella del capitalismo industriale, il cui fine non è più la produzione di merci ma il sistema finanziario, cioè il denaro viene impiegato, investito, fatto circolare sui mercati allo scopo di produrre immediatamente una maggior quantità di denaro.