GLI IPERBOREI, Pietro Castellitto.
Bellissimo titolo! Bella copertina! Grande incipit (vabbè, preso da Anticristo di Nietzsche).
Basta.
No dai, anche le ultime forse 40 o 50 pagine; poi il resto non l’ho capito. A dire il vero credo di non aver capito bene nemmeno quelle ultime decine di fogli, ma almeno erano scritti bene.
La domanda sorge spontanea: che cos’ho mai letto?
L’avevo detto (diamine, anche scritto!) che per quest’anno non avrei più letto italiano, e invece, capperi, ho voluto strafare e affrontare l’esordio letterario del bambino prodigio. Sì sì, lui, il figlio di Sergio e della Margaret. Quindi la sinossi del romanzo chiedetela a lui perché io non so davvero che storia abbia voluto raccontare.
Di solito per i libri che non mi sono piaciuti riesco sempre a trovare qualche frase divertente che rende la stroncatura meno stroncante…. Caxxo, oh!, qui non ci riesco.
Chiedo venia: ho scritto “caxxo”! Per la miseria, scusate.
No perché, dopo un romanzo pieno dì “caxxo!”, “cog@€%e”, “vaffncl” mi ero ripromessa di usare un linguaggio forbito. Sia chiaro, non è che io sia una Santa Maria Goretti, queste paroline mica mi disturbano e mi fanno recitare preghierine, però leggerle in un romanzo che ha i dialoghi dì un film di Spike Lee senza l’intensità di un film di Spike Lee grazie, ma anche no.
Per carità, la narrazione e il registro scelto forse, ma dico forse eh, sono come sono perché Poldo Biancheri - l’io narrante - è spesso sotto l’effetto di cocaina, fumo e alcool e, di nuovo forse, vorrebbe rispecchiare la vacuità di cui sono intrisi lui e i suoi amici. Trentenni della Roma bene annoiati e vuoti, che passano da una festa sul panfilo all’altra, da una villa all’altra. E quindi? Sai che novità nel panorama letterario mondiale?
Sarò anziana io, solo che queste storie mi urtano il sistema nervoso simpatico. Già alla ventesima pagina lo avrei mollato, ma siccome mi ero assunta l’impegno di leggerlo (sì, beh, anche io però me le vado a cercare) per farne un commento (che non sarà questo, e non so ancora quale), l’ho portato a termine.
Cosa vi posso dire… La storia è degna dei peggiori film di Muccino - ma se poi di Muccino vi piace tutto, è un altro discorso -, i personaggi stereotipati che di più si fa fatica. Lo stile? A parte le bestemmie, i dialoghi insulsi? È un guazzabuglio di situazioni che non ho ben capito se siano reali o visioni da sostanze psicotrope. Non scomodiamo Bret Easton Ellis e il suo American Psycho peccarità, che al giovane Pietro deve essere piaciuto, dato che come l’americano ha usato elencare marchi e modelli di giacche, calzini, mutande, orologi, borse. Ma senza la sostanza del romanzo statunitense. Quella è un’altra storia e “Questa non è l’uscita”.
Ora, lo so che è un romanzo d’esordio, lo so che su un figlio di le aspettative sono elevate e che lui voleva esserne all’altezza e bla bla bla, però qua “el bon xe ancora indrio”. Lo so, so anche che bisogna capire lo sforzo che un autore fa, rispettare il suo lavoro e tutte quelle belle cose, ma i lettori che impiegano il loro tempo, credo, abbiano il diritto dì dire: “ma che cazzo dì libro ho letto?”. Veramente me lo sto ancora chiedendo.
No però dai, qualche guizzo c’è, ma solo perché ispirato da qualche riflessione filosofica che qualche grande ha già fatto prima dì noi, per il resto è dì una banalità sconcertante.
Aspe, sicuro che sbaglio io che sono sempre l’anziana di cui sopra. L’ènfant prodige (sì, sono anche stronza) ormai ha, Ops, ha trent’anni! Ecco, forse per apprezzarlo, sempre che vi piaccia la Roma bene che sniffa, tromba, pranza nei ristoranti extra-lusso senza trovare mai il bandolo della matassa del benessere pagato da paparino, dovreste essere under 30.
Decisamente io sono troppo vecchia.
In ogni caso un merito ce l’ha: è il libro più insulso che ho letto quest’anno.