È il 9 ottobre 1963. Sono le 22:39 quando una gigantesca frana di roccia si stacca dal monte Toc precipitando nel bacino idroelettrico che chiude il passaggio del torrente Vajont. L’acqua supera il limite di sicurezza dell’invaso travolgendo i paesi intorno al lago, e un’onda enorme scavalca la diga riversandosi nel fondo valle. Interi conglomerati urbani vengono spazzati via, quasi duemila persone perdono la vita. Grazie a una ricerca meticolosa e appassionata, Piero Ruzzante torna in quei luoghi a caccia della memoria ancora sepolta tra le macerie, recupera le voci dei superstiti, analizza le carte processuali, raccoglie documenti rimasti nascosti negli archivi, indaga la verità giudiziaria e civile costruendo una commovente Spoon River di testimonianze. Riemergono così le vicende personali e collettive della tragedia: la storia del carabiniere che si salvò grazie alla chiamata in servizio nel cuore della notte ma che vide la sua famiglia spazzata via, quelle degli operai, delle centraliniste, delle cuoche impegnate alla diga, degli ingegneri che analizzarono la fattibilità del progetto e se ne assunsero la responsabilità, di Tina Merlin e di quanti hanno caparbiamente ricercato la verità, dei geologi che per primi si accorsero del possibile pericolo, degli avvocati che hanno difeso l’Enel-Sade e dei legali di parte civile, fino alle storie degli sfollati che sotto le macerie di uno dei più grandi disastri nella storia d’Italia hanno perso tutto. A sessant’anni dall’esondazione, gli allarmi rimasti inascoltati riecheggiano nel presente come un monito ineluttabile: dobbiamo cominciare ad ascoltare e rispettare la terra che ci ospita, le conseguenze altrimenti saranno catastrofiche.
Ricci di fatti e notizie, entusiasmante nella ricostruzione dei fatti e del dopo, adatto non tanto per raccontare la storia in se quanto per analizzare i retroscena di una delle tante tragedie italiane gestite all italiana
Più dettagliato e più equilibrato rispetto al notissimo monologo teatrale di Marco Paolini. Il monologo tradisce un evidente condizionamento ideologico e lascia con un senso di disagio: se veramente i loschi capitalisti erano certi che il monte sarebbe crollato, perché hanno fatto un investimento di tale portata? Per perdere tutto il capitale investito? Il libro di Ruzzante e Martini, pur non nascondendo una comprensibile scelta di parte, entra molto più nel dettaglio delle scelte, sia pure imprudenti o sconsiderate, fatte dai costruttori della diga e in un'ultima analisi dà una rappresentazione molto più completa e verosimile degli eventi.