Di chi furono le colpe della tragedia del Vajont avvenuta il 9 ottobre del 1963? Fu un disastro naturale o si sarebbe potuto evitare?
“Il 9 ottobre del 1963 alle 22:39 una frana di quasi 300 milioni di metri cubi di roccia precipitò dal monte Toc nel bacino idroelettrico del Vajont. L’impatto sollevò un’onda di cinquanta milioni di metri cubi che in parte scavalcò la diga e, correndo alla velocità di 100 km/h, portò morte e distruzione nell’intera vallata. La cittadina di Longarone fu quasi completamente distrutta. Secondo gli esperti, la frana sprigionò un’energia pari al doppio di quella prodotta dalla bomba atomica di Hiroshima. Le vittime furono circa duemila. L’impianto idroelettrico era stato costruito dalla Società adriatica di elettricità (Sade) e da poco era passato sotto il controllo del nascente Ente nazionale per l’energia elettrica (Enel), in seguito alla legge sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica del 1962.”
Lo storico Marco Armiero analizza i fatti avvenuti sessant’anni fa e lo fa con un racconto dettagliato, accurato e lucido.
La tragedia si sarebbe potuta evitare se si fossero ascoltati i montanari che ben conoscevano la loro montagna; si sarebbe dovuta evitare se gli interessi politico-economici non avessero manipolato i test scientifici. Ci furono delle voci allora che uscirono dal coro dei consensi e non si stancarono di fare chiarezza e dire la verità, come Lucia Merlin, compiendo piccoli/grandi atti di disobbedienza civile in nome della verità!
“Se è vero che quelle del Vajont non possono che essere memorie (con)divise, allora piú che un museo tradizionale servirebbe un laboratorio che riuscisse ad animare quelle citizen humanities di cui si parla spesso, ovvero quella ampia mobilitazione culturale capace di evocare i fantasmi del passato dentro i luoghi e le storie del nostro presente.”
Marco Armiero ci accompagna in questo viaggio verso il Vajont perché la memoria non si perda. Perché la verità non sia oscurata.
“Il viaggio verso il Vajont è stato lungo e non ha seguito esattamente l’itinerario piú veloce. È passato per gli Stati Uniti – Kansas, Connecticut, California –, e soprattutto per la scoperta della storia ambientale americana, come una liberazione da certi cul-de-sac in cui il dibattito italiano mi sembrava incagliato. Il Columbia River non attraversa Belluno, eppure non avrei potuto leggere la Valle del Vajont come un laboratorio idroelettrico senza essere passato per l’organic machine di Richard White”