Anita è stata una bambina solitaria, affidata alla televisione per lunghe giornate mentre i suoi giovanissimi genitori si costruivano la propria batterista con un noto gruppo musicale lui, ricercatrice universitaria lei. Come molti nati negli anni Novanta, la piccola è cresciuta con la tv commerciale targata da Non è la Rai al Grande Fratello e da Striscia la notizia a Uomini e donne, passando per Beautiful, amatissimo da sua nonna Rosalia. Anita diventa adulta nei decenni in cui l’Italia diventa teledipendente, e dagli anni degli studi alle prime esperienze di lavoro le sue disavventure, i suoi amori, le sue scelte corrono parallele alla realtà che da sempre l’assorbe, quella del piccolo schermo. Così, quando il destino – dopo varie false partenze e una breve partecipazione ad Amici – le apre le porte di un lavoro proprio a Mediaset, lei non sa se credere alla propria fortuna o pensare a una di certo, la vita e la televisione non sono mai state così vicine, intrecciate, inscindibili. Alice Valeria Oliveri rinnova alla radice la tradizione del romanzo di formazione con questo brillante esordio dagli echi di memoir e riflessione generazionale, che da Catania a Roma a Milano innesta le tappe di un’esistenza sulla vicenda ampia e corale del cambiamento culturale di un intero Paese. La storia di Anita è la storia di come le nostre ambizioni, i sogni, le relazioni umane e le speranze di riscatto sociale si siano riversate dalla strada allo schermo. Qual è, in questa realtà friabile e kitsch, lo spazio della felicità?
Ci sono coincidenze positive e coincidenze negative, come i mancati incontri. Io e Alice siamo nate a pochi mesi di distanza, nella stessa città, che abbiamo lasciato dopo il diploma, senza mai incrociarci. Mi sono imbattuta in alcuni suoi articoli verso la fine del 2019. Mi piacevano tantissimo, li condividevo ai miei amici, li ripostavo sui social. Riempivano degli spazi vuoti di conoscenza e portavano un punto di vista con cui silenziosamente confrontarmi. Appena ha annunciato l'uscita del libro, ho fatto il pre-ordine nella mia libreria di fiducia, a Catania. C'è un vaso comunicante che, per me, collega questo libro con gli scritti di uno dei miei autori preferiti: David Foster Wallace. È un vaso in cui fluiscono i contenuti della televisione e ciò che la televisione dice di noi, che la facciamo e la guardiamo. "Sabato champagne" è un viaggio nella televisione italiana degli ultimi 30 anni, e nella vita - fittizia e un po' no, della protagonista. Il viaggio non necessariamente forma, ma sicuramente ci fa scoprire qualcosa. Per quanto sia stata catturata dalle pagine sui programmi televisivi (pur essendo, a differenza della protagonista e dell'autrice, una di quelle persone che "non guardo la televisione"), le parti del romanzo che mi hanno divelto, come una porta dai cardini arrugginiti, sono state quelle che raccontano la vita della protagonista. Sono rimasta ammutolita dalla brutale onestà, dal modo impietoso, consapevole e lucido, di guardare ai propri moti interiori, alla trasparenza nel mostrare le emozioni più basilari, e per questo spesso nascoste ("ho molta paura..."). Soprattutto mi sono rispecchiata nella difficoltà ad appartenere a più luoghi nello stesso momento e a nessuno del tutto, in un binomio che contrappone Catania e Milano. Tuttavia, le pagine che ho preferito, si trovano oltre la fine del romanzo. Sono quelle dedicate al nonno materno di Alice. Ho pensato che l'unico obiettivo che ho nella vita è poter essere per le persone a cui voglio bene un punto di riferimento, come il nonno di Alice è stato per lei. Grazie, Alice, per esserti donata, con questo romanzo, a degli sconosciuti che per un pelo hanno mancato la tua amicizia!
Come la protagonista (e come l’autrice), mi sono ritrovata in una famiglia che ha fatto davvero di tutto per crescermi estranea alle tentazioni della tv generalista. Mi ricordo di una sera del 2006 in cui mi sono sforzata di guardare una puntata di “Amici” per capirne le dinamiche, così da avere qualcosa di cui parlare con le mie compagne di classe. Esperimento un pelino fallimentare.
Mi mancavano quindi alcuni importanti “pezzi” per comprendere al meglio questo romanzo, ma grazie al cielo Oliveri ha pensato anche a noi ex bimbi intellettualoidi piazzando un gradevolissimo glossario nelle ultime pagine.
3,5 stelle. Romanzo di formazione da cui traspare tutto lo stile graffiante di Oliveri, che già apprezzavo nei suoi articoli da giornalista. Ho invece trovato meno piacevoli gli excursus in cui vengono analizzati fenomeni televisivi fin troppo nei dettagli, da Fabrizio Corona al trono di Sara Affi Fella. La contaminazione della televisione nelle vicende di Anita è un esperimento interessante, ma talvolta mi sembrava si virasse più che altro verso un saggio sulla televisione degli anni '00/'10.
Questo libro è la trovata perfetta per far leggere i nati negli anni Novanta amanti del trash. Ci sono le miriadi di programmi televisivi, con i loro ideali pregni di neo-liberalismo e capitalismo che ci hanno inculcato per bene nel cervello, dall'infanzia all'adolescenza. Ci sono le ragazze, quelle magre e aspiranti fidanzate di calciatori. C'è tutto un mondo di futuri famosi, finiti presto nel dimenticatoio. C'è chi vedeva la realtà nei reality e, non a caso, è diventato poi dipendente dai social network e dagli influencer. Non stupisce e fila via liscio. Un po' distante da me, ma perfetto per chi cercava un'alternativa alla solitudine davanti alla TV.
ritratto, che prova a essere anche bilancio (soprattutto alla luce della morte di Berlusconi, la cui parabola accompagna tutta la vita della protagonista), dell'ancor troppo sottovalutata influenza della televisione su una generazione che è stata cresciuta dalla, più che con la, tv. molto argute le pagine di riflessione, di taglio tra il giornalistico e il sociologico, sui programmi e sui personaggi che hanno caratterizzato questa stagione. la trama romanzesca è divertente, a tratti nostalgica, ma non si incastra benissimo con le riflessioni, rendendo questo libro diviso a metà tra le due anime. un plus è la prosa di Oliveri, precisa e mai sciatta.
Finalmente una voce finalmente credibile e fresca del panorama della narrativa contemporanea. Mi è piaciuto tantissimo l'esordio della Olivieri perché qui si fondono tanti generi come l'autofiction, il romanzo di formazione e il saggio in una maniera sempre credibile e coesa, un dettaglio non affatto banale. Sono bambina degli anni 80/90 e conosco la solitudine adolescenziale cullata dalla teledipendenza ipnotica immersa in quegli spettacoli luccicanti e un po' trash della televisione di quegli anni, tuttavia così imperdibili e autentici nella loro goffaggine. L'idea di legare il proprio percorso di crescita alle trasmissioni televisive crea un legame immediato con chi legge perché in automatico si finisce nello stesso microcosmo di esperienza con un effetto amarcord che richiama il ricordo e quindi l'emozione. La programmazione televisiva analizzata in chiave sociologica e semiotica della comunicazione intesa anche nell'utilizzo di registri televisivi di ogni singola trasmissione ha impreziosito ulteriormente questa lettura rendendone i contenuti potenti.
Una bellissima chiave di lettura sull’influenza che la TV, o meglio, le reti Mediaset, o meglio, Berlusconi in quanto showman ha avuto sull’Italia in quanto popolo (consumatore), più o meno consapevole. Una costante nella vita di Anita, come nella mia, e alla fine anche per la mia nonna “il cinque” ha superato nella sua testa “il primo”. Menzione d’onore per il glossario, ciliegina sulla torta, al quale però secondo me manca una parola: comunque. L’ho imparata a 6 anni guardando il Grande Fratello, insieme alla parola intercalare.
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Ottimo esordio, tra il romanzo di formazione e le riflessioni (anche) pungenti sulla televisione che ci ha cresciuti. Personalmente non amo l’autofiction, ma Oliveri scrive molto bene per cui il libro resta piacevole.
Incuriosita da una review l'ho letto: mi è sembrato un interminabile articolo di giornale invece che un romanzo, impossibile empatizzare con la protagonista, unica cosa apprezzabile la nostalgia che ti suscita.
È un romanzo un po’ strano, parte in un modo poi il taglio cambia e diventa quasi un saggio sulla televisione italiana. Per me che sono stata grande fan, godibile, peró mi aspettavo una cosa diversa.
Il libro analizza i principali programmi e personaggi della televisione dagli anni '90 a oggi, concepita come luogo di isolamento e rifugio, ma anche di incontro e unione. Approfondisce inoltre il problema del ritrovarsi a doversi adeguare a fare qualcosa di non programmato, o che non rispecchia pienamente le proprie ambizioni. Leggere ciò che scrive Alice Valeria Oliveri è come guardare le immagini satellitari del mondo su Google Earth, poi ingrandirle e vedere la propria casa: ogni tema è affrontato con un approccio analitico e una precisione quasi microscopica - contro ogni tipo di ricerca spasmodica di sentimentalismo tipica di alcuni programmi tv - che porta il lettore a riflettere sulla propria vita leggendo un approfondimento su Fabrizio Corona.
La sensazione che si prova è quella di avere la sicurezza che ogni tema sia stato sezionato, sviscerato e servitoti su un piatto d'argento. Finisci il libro e sei sazio.