«Quella sera di luglio del 1943, quando questa storia accuminciò, Paolino aveva sette anni e quattro mesi, che a pensarci bene nun sù accussì picca per afferrare certe cose del mondo, come quelle che sarebbero accadute. Il cuculo cantava da iorna, e il vento di mare portava lamento di cani e ruomore d’ossa.»
È la terra natia il luogo in cui ci riporta Veronica Galletta con “Pelleossa”, terzo romanzo nonché secondo edito per Minimum Fax, che si snoda in un tempo sospeso tra passato e futuro, trasformazione e ricordo. Siamo in Sicilia a Santafarra, è il 1943 quando il racconto ha inizio tra desiderio di liberazione e riscatto.
Protagonista di queste pagine è Paolo Rasura, un bambino che è ancora nell’età della giovinezza ma che si accinge a diventare adulto in un’epoca in bilico, un momento storico che è un limbo tra ciò che è stato e ciò che sarà. È all’età di sette anni che fa il primo incontro con il Giardino di Filippu, luogo misterioso gestito da un uomo che si dedica da una vita e per tutta la vita alla scultura di teste di pietre. Quest’ultimo abita in collina, in solitudine e sarà mentore di questo bambino che da lui imparerà l’arte scultorea e le leggi dure e ferree della vita e della morte, della guerra e della pace, dall’amore e dell’amicizia, ma anche del doversela vedere con nemici inaspettati. Filippu sa essere mentore, guida spirituale e maestro. Lascia che il giovane apprenda non tanto con lezioni dirette, quanto con l’esperienza pura e semplice del vivere. Il Giardino è ancora rifugio, un centro dove concreto e fantastico, paura e speranza si uniscono e fondono. Siamo nel periodo storico dello sbarco degli alleati e pian piano assistiamo, ancora, al termine della guerra, alle prime lotte sindacali, a situazioni di ricerca di giustizia, omertà e ricerca di libertà.
“Pelleossa” di Veronica Galletta è un vero e proprio romanzo di formazione, un romanzo corale, un romanzo storico, un testo che ci riporta anche alla letteratura siciliana con autori quali Sciascia, Verga, Calvino, Pirandello. D’altra parte, “A ciascuno il suo”.
«Il tempo gli pareva allungarsi e poi satàre, come n’elastico, e l’avvenimenti addivintari prima piccoli e poi enormi, come il sole davanti a loro, che aveva diviso il mare in tre parti. Quella più alta sciolta dentro al cielo, e dopo il chiarore in menzo, una scura di pece, vicino a loro.»
Grande merito dell’autrice è sicuramente quello di ricostruire in modo magistrale luoghi, tradizioni, vite. Ella riesce a riportarci senza difficoltà nel contesto storico e di riferimento, gli abitanti sono vividi e pulsanti, nel loro bene e nel loro male. Non mancano neanche le caratterizzazioni negative individuate nelle ingiurie. Basti pensare che lo stesso titolo, “Pellerossa”, trae origine da una ingiuria data alla famiglia di Paolino; una parola che ti marchia e ti descrive per il semplice fatto di essere nato in una famiglia che annulla la singolarità dell’individuo. Quest’ultimo non esiste più come persona ma solo come membro appartenente a quel determinato nucleo familiare.
Notevole anche la caratterizzazione dei personaggi, in primo luogo di Paolino che odia andare di sali, odia la pesca. Lo terrorizza. È un bambino sensibile a cui piace immaginare e lasciarsi andare alla fantasia. È visto e sentito in modo vivido dal lettore che ne respira ogni sfumatura.
Ulteriore carattere che arricchisce la narrazione è l’uso di uno stile narrativo magnetico che mixa siciliano e italiano tanto da permettere una completa e totale immedesimazione.
“Pelleossa” di Veronica Galletta è un testo che sa fondere tradizione, magnetismo, libertà, riscatto, emozione, forza, sogni e tanto tanto altro ancora. È un libro che chiede di essere letto e gustato, un poco alla volta. È un romanzo che lascia il segno e che sorprende il lettore per la sua naturalezza e genuinità. Da leggere.