La prima graphic novel della mia vita, e che gioiellino con cui iniziare.
Non è solo una storia, né un insieme di immagini. Non cerca di stupire con trame avvincenti o con disegni impeccabili. Sono una testa di panda è piuttosto un viaggio interiore, un processo di crescita disegnato con tenerezza e ironia, una mappa delle proprie fragilità e del coraggio necessario per attraversarle.
È un racconto umano, quasi terapeutico. Parla del superamento dei propri schemi, delle ansie che ci tengono prigionieri, del modo in cui impariamo, lentamente, ostinatamente, a volerci bene.
Bevilacqua riesce a dare forma al caos emotivo, a quel groviglio di pensieri che spesso non sappiamo dire ad alta voce. E lo fa con delicatezza, come chi ti prende per mano e ti dice: “Guarda, non sei solo.”
Tutti soffriamo. Tutti, anche chi sembra avere tutto: il lavoro sognato, l’amore corrisposto, la vita “giusta”. Portiamo dentro una tempesta che non si vede, la nascondiamo sotto una maschera.
È in quella dimensione invisibile che questa graphic novel scava, con dialoghi che restano appiccicati al cuore, con metafore sottili e sorrisi amari che profumano di verità.
Leggere Sono una testa di panda è un po’ come specchiarsi: riconoscere i propri sabotaggi, le proprie paure, ma anche riscoprire la voglia di guarire. Ti invita a respirare, a dare valore ai gesti quotidiani, alle persone che amiamo, a quella fragile armonia che chiamiamo equilibrio.
È una storia personale, sì, ma diventa universale, un piccolo faro illustrato per chi si sente sospeso, come l’Appeso dei tarocchi: in bilico, ma non sconfitto.
A tutti loro, a tutti noi, questa lettura sussurra che essere una testa di panda non è un difetto, è solo un altro modo di essere vivi.