Non sapevo che i figli di Primo Levi e Lucia Morpurgo, sua moglie, avessero preso i nomi di Lorenzo Perrone.
Lorenzo Perrone era un muratore italiano che lavorava ad Auschwitz - da non deportato, da "semplice" assunto - che compare anche in questa graphic novel.
Levi, così sensibile al linguaggio, e alla buffa di lingue parlate ad Auschwitz, riconobbe nell'accento di Lorenzo un compaesano, nello specifico torinese anche lui.
Con il muratore riusciva, tra una scudisciata e l'altra, a scambiare poche parole ricevendo, sembra dalla graphic novel, risposte perlopiù secche e brevi.
Ma Lorenzo faceva anche cadere di tanto in tanto un pezzo di pane, di cioccolato; una volta ha trascinato Levi in un angolo e gli ha dato dei pantaloni da mettere sotto l'orrenda divisa, per proteggersi dal freddo che sferzava senza pietà.
È questo briciolo di umanità che, Levi racconta, l'ha salvato dal lager. Certo, il conoscere un po' di tedesco, certo, la formazione di chimico. Ma umanamente parlando a salvarlo è stato Lorenzo Perrone.
Lorenzo è poi tornato in Italia, e i ricordi del lager sono rimasti lì, a perseguitarlo. Le immagini devono averlo inseguito a lungo e improvvisamente, come nella tradizione dei disturbi post-traumatici da stress.
Si sarà sentito in colpa per non aver potuto dare agli altri quello che ha dato a Levi? La stessa colpa e vergogna che ha mangiato l'anima di Levi...
"Se avessi avuto più coraggio con Vanda", "non avrei mai dato la vita per la remota possibilità di salvare uno dei miei compagni, e questa colpa è incancellabile", pensieri così, che non hanno via d'uscita, espressi in questo fumetto ma ancora di più ne "I sommersi e i salvati", libro atroce che spiega, temo, l'ultimo estremo gesto di Levi.
Il contrasto tra l'intelligenza raffinata e lucida, forse da aspettarsi in un chimico-letterato di formazione quale Levi, e la «geometria folle», ben collaudata ma completamente disumana del lager, è la tragedia che sento più grande leggendo questo scrittore, che è nel mio Olimpo personale dei Maestri.
Vorrei poter afferrare il viso di quell'uomo e ripetere non è colpa tua, non è colpa mai di chi subisce un abuso, mai, mai, mai, ma so che non basterebbe. Chissà quante volte Lucia Morpurgo, donna che pure ha restituito a Levi un po' di luce, ha provato a spiegarlo a suo marito.
Ma non è bastato, non basta. E mi correggo, la tragedia che sento più grande è questa – solo che è talmente grande che non riesco ad afferrarla.
Grazie Primo Levi, sei un gigante, immenso, l'umanità ti deve tanto, e il debito non sarà, giocoforza, purtroppo mai ripagato.