Personalmente ho un cuor di vitello per le storie padre figlio, specialmente se coinvolge la morte del padre (mio padre sta bene, il nostro rapporto è ok, signor Freud, grazie). Questa cosa unita alla straordinaria capacità di Gurganus di far provare un'empatia senza confini per i suoi personaggi, mi ha fatto arrivare "Santo Mostro" forte e diretto addosso, senza alcuna barriera. Ora, debolezza mia a parte, Gurganus è, per me, uno scrittore che ha il suo punto di forza nel riuscire a uno) rendere reali i suoi personaggi, sempre complessi, tridimensionali, proprio come reali e complesse sono le persone nella realtà, dove noi conosciamo magari qualche aspetto, spesso quelli in relazioni a noi, ma di cui sappiamo che si agitano universi sotto la superficie - ma universi sempre e costantemente umani - e due) nel raccontare queste storie attraverso una voce specifica, un personaggio, facendoci calare completamente dentro di lui: spesso i suoi racconti e romanzi sono raccontati in prima persona e ogni volta la voce è diversa, unica, sappiamo che ci troviamo davanti a una persona, a un narratore parziale e quindi reale, verso cui è molto più facile immedesimarsi proprio perchè reale come noi. Detto questo, la storia in sè è molto semplice e fondamentalmente l'intreccio è quasi nullo. Ma a Gurganus non interessano gli eventi, ciò che gli importa è la descrizione della vita mentre accade, con i suoi eventi piccolissimi e quotidiani, perchè è proprio dentro di essi che può prendere corpo e sostanza l'amore di un padre per un figlio e vice versa. Ma anche nella stessa quotidianità si annida il dolore e la tragedia. "Santo Mostro" è un romanzo (o novella, va a capire) che racconta di genitorialità e di identità, ma anche di errori e di perdono. Ma soprattutto è un racconto di esseri umani. Ci sta il narratore, il figlio, capace di farci provare tutto il suo amore struggente per il padre e poi i suoi dubbi, la sua rabbia e la sua frustrazione (ma al contempo, guardiamo tutto questo anche un po' dall'esterno, perchè siamo come consapevoli che lui non è comunque noi). E poi ci stanno le due figure dei genitori, il padre e la madre. Di loro vediamo solo quello che vede il figlio: le loro colpe e le loro santità. Eppure Gurganus riesce a farci percepire come questa sia solo una visione parziale, filiale, come ci siano universi che noi non vediamo, come il loro rapporto rimanga un mistero insondabile per il figlio e in fondo anche per noi, e ne rimaniamo affascinati e ammaliati.