Di recente ho letto la biografia di Madame du Deffand scritta da Benedetta Craveri, e in precedenza, qualche anno addietro, avevo letto una raccolta di lettere della stessa nobildonna a Voltaire, di cui fu amica per lunghi anni, sino alla morte di lui; uno degli argomenti prediletti della marchesa è quanto siano brutti i libri contemporanei, e quale sollievo le apporti viceversa leggere una nuova opera del vecchio philosophe. Madame du Deffand, soprattutto dopo essere diventata cieca, soffriva d’una noia micidiale, oltre a patire crisi frequenti di vapori, come molte signore del suo tempo: anche la Contessa d’Almaviva, nelle Nozze di Figaro di Mozart, come spiega Susanna al Conte, ha i soliti vapori/ e vi chiede il fiaschetto degli odori (ma non appena il Conte, con interessata galanteria, le dice di tenere per sé il fiaschetto, evidentemente prezioso, dopo averne fatto annusare il contenuto alla padrona, Susanna spiega che questi non sono mali da donne triviali); ma un buon libro le dava un po’ di consolazione: qualche classico del Seicento e tutto ciò che le mandava Voltaire. Non essendo francesista, non saprei se i giudizî della marchesa sulla prosa del Settecento siano affidabili (sulla poesia mi sembra che praticamente collimino con quelli, addirittura, di Marc Fumaroli); come lettrice, però, me la sono sentita ma semblable, ma sœur: ché davvero faccio fatica ormai a trovare un libro di narrativa odierno che sia anche solo moderatamente piacevole; la letteratura di oggi mi sembra in gran parte grigia, noiosa e insipida: uomo del Novecento per nascita e per cervello, trovo piacere quasi solo nei libri del mio secolo – e di quelli precedenti. Appena cominciata a leggere La sindrome di Ræbenson di Giuseppe Quaranta, però, mi è venuto in mente, al posto di Madame di Deffand, il compianto Luigi Veronelli. Amatore anch’egli del Settecento, e segnatamente del Settecento francese, sconfortato dalla cattiva cucina di tanti ristoranti, al riguardo citava l’ingiunzione affissa, secondo quel che si favoleggia, fuori dal cimitero di San Medardo a Parigi per ordine di Luigi XV, allo scopo di vietarvi le riunioni di certi giansenisti fanatici dove sarebbero avvenute guarigioni taumaturgiche: “De par le Roy, défense à Dieu/ de faire miracles en ce lieu”; ma il tal oste, seguitava Veronelli, il miracolo invece lo faceva: ché cucinava benissimo. E difatti Giuseppe Quaranta, nel campo incolto e brullo della narrativa italiana (orrido campo, direbbe l’Amelia d’Un ballo in maschera), il miracolo lo fa anche lui: e pubblica uno splendido romanzo. Altro che défense de faire miracles! È, diciamolo subito, anzitutto un libro pieno di cose, di idee, di letture; un libro che, a giudicare dalla tessitura, forse ha richiesto una lunga gestazione; un libro, certamente, che conquista il lettore fin dalle prime pagine. Soprattutto, però, è un libro pieno di storie. Uno dei difetti peggiori dei narratori nostrani odierni è quello di non saper più narrare: spesso indulgono sino allo sfinimento su vicende fragili, esili, meschine, come se l’indugiarvi a passi tardi e lenti donasse alla prosa chi sa quale sublimità; Quaranta invece racconta: e i racconti gemmano, ricchi e avvincenti, dalla vicenda principale. Questa concerne una malattia misteriosa: talmente misteriosa che non compare nemmeno nella letteratura medica; ma se ne occupa una specie di confraternita segreta, sfuggente, che lascia rade tracce labili. Uno psichiatra ritiene di soffrirne; si toglie la vita; un amico e collega segue il filo della sua follia per indagare se vi sia in essa un metodo, se davvero una patologia come questa esista e si possa descrivere. Una patologia inquietante: chi ne soffre trascina una vita sempre più angosciosa e trasognata, cercando la morte che però sembra sfuggirgli; ne sorgono diverse domande: che cos’è la coscienza, che cos’è la persona, in che modo può sopravvivere? Sottotraccia, però, mi sembra che balugini una questione viepiù radicale: l’uomo riesca davvero a concepire, ad accettare l’idea della vita eterna? Non, si badi, della sopravvivenza d’un’anima disincarnata, d’un ombra che fluttui tra ombre, vuota, impersonale o appena individuabile: ma della vita eterna dell’uomo risorto in carne ed ossa; un concetto che moveva al riso gli areopagiti arringati da San Paolo, pacificamente a loro agio con la presenza d’un ἄγνωστος Θεός, cui avevano eretto anche un’ara, eppure scandalizzati dalla resurrezione della carne. Si sente scandalizzato anche l’uomo d’oggi da questo potente anelito d’una seconda vita; non riesce a capirlo; si può azzardare, anzi, che non sa salpare, dopo il δεύτερος πλοῦς della metafisica platonica, per una terza navigazione sul legno della croce; e allora, paradossalmente, paventa la vita e corteggia la morte. Solo che l’autore qui non introduce questi temi di peso in modo esplicito: li lascia serpeggiare, sottili e inquietanti come tracce oniriche tra le pieghe dell’indagine, tutta medica e terrena, sulla sindrome di Ræbenson, tanto rassomigliante, nel nome, al cognome di Bernard Berenson (storico esegeta, si sa, della Resurrezione di Piero della Francesca, la cui menzione qui appare, implicita ed esplicita, fra i temi ricorrenti dell’opera); ed emergono accanto, quasi fiorendo per caso, altre inquietudini tra il sogno e la vita oltremondana: apologhi von den Hinterweltlern come quello, che sembra venire dalle pagine di Chesterton o di Graham Greene, dell’adultera che si trova condannata a rivivere perpetuamente il suo adulterio, in quella stanza odiosa d’albergo, con quell’uomo che non ama più: chi ha detto che non si può, o non si può più, scrivere narrativa d’ispirazione teologica? Questa è una felice teologia in filigrana; di fatto, una delle più belle descrizioni dell’inferno che mi sia capitato di leggere, se all’inferno si può accostare l’idea di bellezza. Un altro tema sviluppato dal Nostro con grande sensibilità è quello della memoria e della conoscenza delle vite altrui: frammentaria, labile, fuggevole; la nostra natura cerca di afferrare, di trattenere questi brandelli che però scivolano via o cambiano volto, e spesso risultano anche inaffidabili, intrecciati come sono a falsi ricordi, a false rappresentazioni, a falsi resoconti. Le indagini stesse del protagonista si tingono di metafisico, ad esempio nella scena dell’inseguimento del corpulento possessore d’un libro cercato da molto tempo, con una corsa fra viuzze di Lucca che sembrano uscite da una tela di De Chirico (e l’episodio rievoca certe vecchie pellicole di spionaggio: ma rivissute con un’ombra d’autoironia); la metafisica prende al contempo colori terragni: un mondo scaleno e fluttuante. Difficile in effetti rendere in prosa ordinata le sensazione suscitate da questa lettura, dove oltretutto pullulano anche suggestioni letterarie, assimilate però a fondo, e quindi prevalentemente sottacquee. In un panorama letterario come quello attuale, così povero e bigio, un romanzo ricco e stimolante come questo è il benvenuto.