Walter Benjamin, in un saggio sull’opera di Nikolaj Leskov, sostiene che gli uomini stanno progressivamente perdendo la capacità di raccontare: la narrazione è infatti, qualcosa di innanzitutto orale, che coinvolge chi parla e chi ascolta, e che contribuisce al consolidarsi di una comunità. Solo dopo tempo, accadeva che le opere venissero messe per iscritto.
Progressivamente, nel corso della storia, questo rapporto primario con la narrazione è andato perduto, in favore del romanzo a stampa, che non nasce nell’oralità e non vi confluisce nuovamente, bensì nasce dal singolo individuo e dal suo isolamento.
Se il racconto orale aveva sempre un messaggio, una saggezza, pratica o esistenziale, da trasmettere ai membri della comunità, il romanzo non portava saggezza alcuna e la presunta verità viene affidata all’informazione, che pretende intellegibilità assoluta e consumo immediato.
La narrazione, invece, poteva conservare in maniera concentrata la sua forza, senza disperdersi: poteva essere ascoltata più volte a distanza di tempo, si trasmetteva attraverso il tempo (così noi oggi sentiamo le stesse fiabe di centinaia o migliaia di anni fa), vi si potevano trarre più messaggi.
Ecco, quello che Celati sembra fare è recuperare il racconto orale e metterlo nuovamente al centro, dandogli tutte le caratteristiche della fiaba di Esopo: semplicità, molteplici interpretazioni possibili e non univoche, un linguaggio antipsicologico. Celati si fa raccoglitore di ricordi (come Varda nel suo cinema raccoglie la vita minuta di ciò che incontra sul suo cammino, cfr. Les glaneurs et la glaneuse e Les Plages D’Agnes) disparati, dai toni diversi (comici, tragici, grotteschi, malinconici) legati dal filo conduttore della pianura, e li trasmette con semplicità nel proprio libro, in brevi racconti dalla linearità e semplicità disarmanti: ciò che viene raccontato potrebbe facilmente essere il nucleo primario di una più ampa narrazione romanzesca, ma Celati riduce ogni storia all’osso, lavorandola da bravo artigiano come una minuscola, delicatissima, pietra preziosa. Ambientate in diversi momenti del ‘900, queste storie in realtà non contengono quasi mai riferimenti temporali precisi, ma spaziali sì. Vi è forse uno stesso “spirito” che emana dal luogo narrato? Qualcosa (la pianura? Il 900?) lega insieme tutte queste brevi storie?
Da approfondire.