“Rivedevo la scrittrice che rallenta i sogni e insegna in un college per vivere, l’autrice che raggiunge il successo e tra un viaggio e l’altro guarda il mondo nel fecondo abbandono sulla sua isola nel Maine, la donna che vede a poco a poco morire la compagna e accoglie tutto, la fine dei viaggi, gli accessi di ira, le intime angosce difficili da condividere, la prima accademica di Francia che si innamora di un giovane e attraversa la passione senza rinunciare al dolore.”
Così riassume l’esordiente Eugenio Murrali la straordinaria figura di Marguerite Yourcenar mentre percorre un devoto pellegrinaggio nei luoghi dove la grande scrittrice è nata e ha vissuto, e in quelli che ha esplorato e amato.
Il racconto del suo viaggio di ricerca e di scoperta viene intervallato da capitoli che contengono la testimonianza immaginaria delle persone strettamente connesse alla vita e alla storia della Yourcenar: l’amato padre Michel René, la madre Fernande, morta subito dopo il parto, la ricca e algida nonna paterna Noémi, l’affettuosa bambinaia della prima infanzia Barbe e poi Camille che le succede quando Marguerite è ormai una spigliata ragazzina.
Altre figure ancora appaiono come in uno scenario teatrale a mostrarci la loro originale prospettiva, fino ad arrivare alle significative presenze dell’età matura: Grace, la compagna di una vita, e Jerry, l’ultimo giovane e spavaldo amore.
Viaggi, passioni, opere e personaggi (basti pensare a Adriano e Zenone) qui si intrecciano e ci appaiono sorprendentemente veri e tangibili attraverso la capacità dell’autore di portarci con grande rispetto nella suggestione di una vita speciale, dal talento indiscusso, con la passione per la conoscenza e per l’arte, prima donna accolta nell’Accademia di Francia, capace di scelte radicali e determinata a vivere affermando la propria libera individualità.
Penna felice quella di Murrali, che sa trasmettere emozioni intense pur rimanendo nella sobrietà di una scrittura elegante e curata, da cui si coglie l’applicazione allo studio meticoloso dei documenti.
Nel suo viaggio devozionale non possono mancare le letture e riletture dell’opera della scrittrice tanto venerata. In particolare questo stralcio, arrivato come compendio e coronamento del lungo percorso:
“Accettare che questo o quell’essere, che amavamo, sia morto. Accettare che questo o quell’essere non sia che un morto tra milioni di morti. Accettare che questo o quello, vivi, abbiano avuto le loro debolezze, le loro bassezze, compiuto errori che tentiamo inutilmente di coprire con pietose menzogne, un poco per pietà verso di loro, e molto per pietà verso noi stessi, e per la vanagloria di avere amato solo la perfezione, l’intelligenza, la bellezza.
Accettare la loro indipendenza di morti, senza incatenarli, povere ombre, al nostro carro dei vivi. Accettare che siano morti prima del tempo, perché non c’è tempo. Accettare di dimenticarli, perché l’oblio è nell’ordine delle cose. Accettare di ricordarli, perché segretamente la memoria si nasconde al fondo dell’oblio. E accettare anche, ma ripromettendoci di fare meglio un’altra volta, e al prossimo incontro, di averli goffamente, mediocremente amati.” (M.Y. Pellegrina e straniera)
Semplicemente folgorante.