Altro libro aperto a cazzo, una biografia di Lenin. È anche piuttosto divertente perché si vede subito che il biografo Lenin lo detesta e non perde occasione per ribadire che non ha mai lavorato in vita sua ma si è fatto sempre mantenere dalle donne di casa, oltre che dagli "espropri", aka rapine dei compagni. Racconta anche la vicenda incresciosa di un'eredità mezza sotratta per la quale bolscevichi e menscevichi vennero quasi alle mani e che ebbe lunghi strascichi giudiziari. Parlando dei vari interlocutori di Lenin, l'autore non omette mai i loro giudizi sprezzanti su quell'omiciattolo piccolo, precocemente calvo, brutale e assetato di potere, e inoltre sottolinea in ogni pagina che Lenin per quasi tutta la sua vita orchestrò le cose a prudente distanza, fomentando altri a farsi ammazzare inutilmente mentre lui scriveva articoli infuocati. Per non dire poi della sua tendenza a circondarsi di gente dappoco e in varie occasioni anche di spie zariste. Ovviamente non poteva mancare un'amante, e il ritratto è davvero velenoso: una borghese che, sazia di matrimoni e di figli, s'infatuò del comunismo e dell'amore libero, finendo per tradire il marito più per coerenza ideologica che per vizio. Infine, nei rari casi in cui Lenin rischiò qualcosa, il biografo si lecca letteralmente le labbra al pensiero della sua morte e sottolinea come tutti, più o meno, sperassero continuamente che prima o poi ci sarebbe rimasto, quel piccolo storpio freddo e cattivo. La lettura era quindi amena ma a un certo punto dobbiamo aver lasciato il libro in qualche angolo impensato e adesso non lo troviamo più.
p.s.
Che poi per una curiosa coincidenza questa biografia così malevola dell'ottimo Vladimiro Uluniovo è stata scritta dalla madre di Emmanuel Carrère, uno scrittore particolarmente furbo e, secondo noi, una persona orrrenda. A quanto pare la madre ha fatto molta più carriera (a a a!) del figlio, ma l'impasto di base è simile.
p.p.s.
Che poi Lenin forse sarà anche stato una brutta persona, ma non era stupido come i compagni di adesso. Quando la sua ex amante gli disse che voleva scrivere un articolo sul libero amore, Lenin la cazziò facendole osservare che quella era una rivendicazione puramente borghese (nota: all'epoca per libero amore non si intendeva, come adesso, la glorificazione della puttana, ma la libertà di scegliere chi amare. Ancora più significativa la posizione di Lenin).
Il marito di Inessa, invece, forse al valore progressista delle corna ci credeva, perché quando aveva scoperto che la moglie se la faceva col cognato, per di più di dieci anni più giovane, aveva accettato la situazione e persino riconosciuto come proprio il figlio del progresso. Inessa, del resto, fu precorritrice di molte forme di isteria moderne. Ad esempio, dopo aver sposato un uomo ricco si era data per alcuni anni alla mondanità, per poi accorgersi di avere un debito nei confronti dei proletari e mettersi a fare la dieta vegetariana. Scoperto e sperimentato l'amore libero con il cognato diciassettenne, si era poi lanciata in un appassionato femminismo marxista, che dopo qualche anno la portò a diventare collaboratrice e, per un breve periodo, amante di Lenin. Costui la allontanò per amore del partito, ma continuò a servirsi di lei (come si serviva spietatamente di chiunque gli si avvicinasse) per molti anni, affidandole anche incarichi importanti, che lei svolse con una forza e un coraggio non comuni. Ciò nonostante, le ultime pagine del suo diario contengono alcune frasi terribili, il cui succo è "ho consumato tutta la vita per il progresso e adesso sento che la mia capacità di amare è morta".
È curioso notare che Iulbecco, quando critica la libertà sessuale, sostiene che nella donna essa uccide innanzitutto la capacità di amare.