Nemmeno serve citarla nel titolo (compare giusto nel sottotitolo): La battaglia, non certo una battaglia, quella di Waterloo, raccontata da Alessandro Barbero in questo libro edito da Laterza. Fu l’ultimo atto dell’epopea napoleonica, tragica conclusione di un ritorno in patria glorioso e inopinato: battuto nel 1814 dalle potenze alleate ed esiliato all’Elba, nel marzo dell’anno dopo Napoleone sbarcò in Francia e si riprese il potere senza versare una goccia di sangue. Tanto sangue, invece, scorse quel 18 giugno 1815. Eppure, racconta Barbero, la battaglia sul momento sembrò a Napoleone «facile come far colazione»: i prussiani erano già stati battuti e il Duca di Wellington disponeva di forze in numero e qualità inferiori; solo il 35% dei soldati, peraltro, era inglese (i restanti erano perlopiù olandesi e tedeschi). In effetti, Napoleone fu a un passo dal vincere; sennonché, il fango e degli ordini male interpretati permisero ai prussiani, verso sera, di giungere sul campo, a battaglia ancora da decidersi. La Giovane e la Vecchia Guardia fecero il possibile: ma non bastò e, alla notizia della loro ritirata, l’esercito francese si sfaldò. Per Napoleone fu la fine: scampato alla battaglia, si consegnò poco dopo agli inglesi, che lo esiliarono a Sant’Elena. Epica e storiografia si uniscono in questa monografia, che ricorre sistematicamente alle testimonianze dei partecipanti: sono voci che inframmezzano e sostengono, con efficacia, il racconto di Barbero. Restano nel mito la carica dei corazzieri francesi, i quadrati inglesi e quelli della Guardia a coprire la ritirata, la parolaccia di 5 lettere gridata dal maresciallo Cambronne e una frase di Wellington che, insieme ad altre, prova come anche per gli inglesi fu quello uno dei giorni più tremendi delle loro vite: «Be’, grazie a Dio, non so cosa voglia dire perdere una battaglia, ma certo niente può essere più doloroso che vincerne una perdendo così tanti amici».