Già, solo tre stelle (e sono largo perché stimo Fabio). Non me lo sarei aspettato, ma sin dalle prime pagine ho sentito una sorta di avversione, un fastidio nella lettura che mi capita di rado. Parto dalla trama. Sicuramente più scura nei temi trattati di Benevolenza cosmica, la violenza, la vendetta, l'uomo buono nel mondo crudele, la debolezza, ecc., poteva anche essere interessante, e in alcuni passaggi ho apprezzato e, forse, capito quanto Bacà intendesse comunicare. I personaggi sono tutto sommato ben strutturati e delineati, ma a mio avviso non sempre coerenti, a partire da Davide, il protagonista. Ciò che però più mi ha infastidito, e mi ha fatto pensare di mollare la lettura, è stata la scrittura. Se in Benevolenza potevo accettare il barocchismo sfrenato della penna dell'autore, che estremizzava l'elemento comico, l'assurdo, rendendolo quasi parodistico ma con intelligenza e cognizione di causa, qui è un polpettone di vocaboli aulici e frasi sconclusionate, quando non completamente fuori contesto, che mi hanno fatto andare fuori di testa. Giustamente ognuno ha la propria sensibilità, e ho amici che lo hanno apprezzato anche, se non soprattutto, per la scrittura. Io, personalmente, detesto questo modo di scrivere perché costruito, artefatto, con una ricercatezza che mi sa tanto di profumo spruzzato dalla nobiltà francese per coprire il puzzo di giorni senza bagno. Peccato, perché l'aspettativa era parecchio alta.