Alessandro Baricco sa che il western è un sogno, non storia, non fantasia, ma sogno che mescola la realtà alle sostanze misteriose del selvaggio, dell'esagerato e dell'irreale. Sa anche che i suoi lettori vogliono sognare, ma non so se sappia che tra chi lo legge c'è proprio chi sogna, con precisione, il western e le sue frontiere. E per chi, come me, sogna quello che la gente dell'ovest viveva (gente che nel mentre sognava quello che noi oggi viviamo, l'ironia), Abel arriva come regalo speciale, ma atteso. Finalmente eccolo qui.
In Abel, Baricco mette in scena il western più classico, ma i suoi personaggi non vivono in quel mondo, vivono nel genere, che non è più espediente, ma sostanza. Un western classico, dicevo, ma anche metafisico perché si, in un tempo in cui diventa così importante per uomini e donne auto-determinarsi, allora la stessa importanza la devono avere i libri. Abel, il romanzo, dice chiaramente cos'è: un western metafisico, non chiamatemi con altri nomi, non affidatemi pronomi, e quindi rispettiamo questa dichiarazione, ma proviamo a capire: Abel è un western perché ci sono le frontiere e si spara, ma è anche metafisico perché la frontiera è irraggiungibile e irrazionale, mentre sparare diventa un atto di vita, di libero respiro, la consapevolezza di avere un'anima. Il libro si apre con un Cogito ergo sum. Sento una vibrazione, allora sparo. Sparo, perché esisto.
Ed è forse sullo sparare che Abel, il romanzo, smette di essere classico, senza ridefinire il genere, ma meritandosi la definizione di post-western, che al di là delle categorie per me significa solo una cosa: averlo capito bene cos'è un western, possedere la consapevolezza, piena e intelligente, di che cosa sia un genere, accantonare ogni derivazione, usarlo come pura forma di espressione contemporanea, andare oltre e superarlo. Abel, il romanzo, è una dichiarazione letteraria, ci spiega che scrivere è come sparare, un modo di vivere diverso, autentico, certe volte mistico. Avevamo imparato in City, dove anche lì c'è un colpo leggendario e un modo bellissimo di morire, che il western è quel posto immaginario dove fuggire e che chi fa il mestiere di scrivere può usarlo per ritrovarsi. Perché o guardi, o giochi. E in Abel o spari, o muori. Forse Abel per Baricco è un autoritratto, come quelli che faceva Mr Gwyn, ma senza forse è sicuramente una dichiarazione su quanto una storia possa essere Libertà, per chi la scrive e, ci si augura, per chi la legge.
Le 146 pagine di Abel le ho lette in un giorno, sono colate giù, come si dovrebbe fare con un buon whiskey. Alla fine viene da dire solo una cosa.
Che pascoli.