Il volume analizza la presenza del tema della critica al capitalismo, che emerge nelle sue più varie sfaccettature, all’interno dell’opera filmica di Steven Soderbergh, riflettendo parallelamente sul rapporto che le stesse pellicole del regista americano intrattengono con il “capitale”. Può essere considerato anticapitalista un cinema che si pensi “contro” solo nei temi che affronta o nello stile che usa, ma che non voglia affermarsi come “inconsumabile” dallo spettatore medio e quindi affrancarsi dalla grande circolazione distributiva? Una ricerca, dunque, che si snoda attraverso i migliori film del regista premio Oscar nel 2001 per Traffic e che considera tout court il suo lavoro, il cui carattere politico diviene una nuova sfida lanciata a quel virus globale chiamato capitalismo.
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Si tratta di uno dei registi più controversi degli ultimi 40 anni. Perennemente in bilico tra cinema autoriale e cinema commerciale, almeno per coloro che analizzano le sue opere con lo sguardo del critico dilettante. Poi, ci sono gli studiosi di professione che trovano un punto di osservazione sufficientemente distante e, pezzo per pezzo, smontano entrambe le teorie e riconoscono a Soderbergh un eclettismo della tecnica e della visione quasi unico nel panorama internazionale. Non si tratta solo di apprezzare l’autore che fin dal suo primo film ha sperimentato con i generi e con i mezzi di produzione (la Palma d’Oro del 1989 andò a Sex, Lies, & Videotape, spinta dall’entusiasmo di Wim Wenders). Soprattutto, l’occhio di Soderbergh è perennemente alla ricerca di stimoli e sfide per raccontare l’America di questi anni dietro l’obiettivo di un intellettuale schierato. L’elemento costante nelle sue prove più significative è, infatti, quello che gli reca le recriminazioni più aspre: la critica al capitalismo (nelle sue innumerevoli forme). La domanda, infatti, è: si può farlo dall’interno, cioè utilizzando il “sistema Hollywood” e, anzi, beneficiando di tutti i suoi mezzi? Non è facile rispondere, perché l’ambiguità che ne deriva non è mai risolta dal regista, il quale pare proprio non curarsi dei suoi detrattori, preferendo invece parlare con la complessità delle sue realizzazioni. Vuol dire che Soderbergh non è commerciale? Tutt’altro. La trilogia di Ocean è un blockbuster irredimibile (che poi sia anche molto divertente, non è irrilevante). Nelle pagine che gli dedica questo breve saggio, tuttavia, ne emerge una visione sempre precisa e lineare del processo produttivo capitalista.