Prologo, pagina 8, siamo già infilati nella storia del vecchio inquisitore Bèroul, che armato di coraggio e sputafuoco cammina attorno a un lago attorniato da cadaveri, sangue, armi dei caduti, rovine di una tremenda battaglia. Il vecchio è alle prese con una strega di cui non sappiamo nulla. La sua sputafuoco vomita lingue di fiamma, fine.
Subito dopo, capitolo 1, pagina 23, accompagniamo un cavaliere solitario, senza nome, senza passato, a uccidere un’altra strega che vive in una foresta ammantata di neve. Dal loro scontro si snoda la storia di quest’uomo inquietante, con gli occhi circondati da cicatrici e una missione che non comprende.
Le vibes di Dark Souls sono già potentissime, ma altri dettagli s’aggiungeranno e non c’è bisogno che io li spoileri.
Il cammino del protagonista è intervallato dalle tappe necessarie per acquisire potere e conoscenza; il potere, donatogli dai Priori attraverso artefatti legati al loro Dominio. La conoscenza di ciò che successe nel passato del mondo e in quello del protagonista, che si fa chiamare Tristo, come il mietitore. C’è un destino che lo lega ad altri individui, e questo Fato, dopo averlo munito dell’equipaggiamento necessario, lo porterà ad affrontare il boss finale.
La storia, scritta così in soldoni, è piuttosto semplice e lineare, ma in realtà non lo è così tanto. Devo ammettere che, nelle prime 200 pagine del mattonazzo di Roland, la narrazione girovaga un po’ come le pareva, parlandoci di fatti e di sogni, di apparizioni misteriose, introducendo e mostrando personaggi altri, tanto che mi sono chiesto, a un certo punto, dove “andasse a parare.” Molti momenti di intermezzo – incontri, affascinanti e anche interessanti, dilungandosi mi staccavano dal canovaccio della storia. Con un po’ di titubanza sono arrivato a superare quella pagina 200, sperando che la storia accelerasse, e l’ha fatto! Da lì in poi la lettura è stata decisamente più agevole e focalizzata. Non che prima fosse brutta o poco interessante, ma faticavo a metterla a fuoco.
Il libro è scritto in una onesta terza persona davvero ben gestita; personaggi e pensieri non si sovrappongono, si capisce esattamente chi fa cosa, dove e come (cosa rara con il N.O) e il narratore non è affatto invadente (a parte rare eccezioni, come i “titoli parlanti” dei capitoli che non apprezzo, perché sembra che lo scrittore mi stia facendo l’occhiolino) tanto che, a volte, mi son trovato a pensare che l’autore avesse cambiato tecnica in fieri adottando un P.O.V, ma non è così, è semplicemente narratore onnisciente miracolosamente ben gestito. La prosa, a parte qualche ingenuità, è funzionale alla storia, bella ed evocativa.
Ci sono dei frangenti, in questo libro, in cui mi pareva di stare guardando un qualche dark fantasy dei ruggenti anni 80 e 90, da Conan il Barbaro a Fantaghirò, e non lo propongo come elemento negativo, anzi, perché si tratta di un recupero anche italiano e che fa parte della nostra tradizione. Avete presente la dama del lago che si solleva dall’acqua senza bagnarsi, avvolta da una luce irreale, e il protagonista che la vede si chiede se stia sognando o sia sveglio? Nel Priore Oscuro ci sono molti, moltissimi momenti simili. Per dirla in parole povere, il buon Roland ha recuperato egregiamente la figura un po’ dimenticata della “gnoccolona esoterica” TM (da oggi è mio trademark) che appare accecandoti con la sua conoscenza e la sua bellezza ultraterrene. Ci sono diverse di queste figure nel romanzo e devo dire che mi ha colpito favorevolmente, perché l’autore non lo fa mai in modo morboso e grottesco come accade in tanti altri casi, ma riesce a trasmettere le sensazioni di indeterminatezza, mistero e occulto che intende evocare. Quell’involucro “gnoccolone” è lì a rappresentare più l’alterità della figura non – umana che non per essere il sollazzo del lettore e del protagonista.
In effetti il romanzo è ricco di personaggi femminili e l’autore riesce a dargli la giusta importanza (dal momento che, alla fine, sono più loro le protagoniste) senza scivolare quasi mai (tranne un ruzzolare sonoro sul finale) nella solita moraletta dell’ “uomo bad, donna good” di cui è piena la produzione artistica attuale. Il mio personaggio preferito del romanzo, probabilmente, è proprio Averil.
Stando sui personaggi, da un lato appaiono archetipici, funzionali al loro ruolo nella storia, dall’altro hanno un background e una interiorità approfondita, specie alcuni. Per i miei personalissimi gusti credo che Roland avrebbe potuto fare qualcosa in più sull’introspezione. Ci sono momenti davvero forti o dolorosi che in fondo vengono risolti con una arrabbiatura, un urlo e un pianto, ma senza “mostrare” sul serio cosa accade nel personaggio. Forse è una caratteristica del narratore onnisciente, forse di Roland che, anche giustamente, non voleva aggiungere una componente psicologica troppo approfondita alla storia, resta però il fatto che i personaggi sono affascinanti, per alcuni versi originali (Vesper, nota e originale allo stesso tempo) e soprattutto funzionano in ogni momento della storia.
C’è anche da dire che questi personaggi non hanno plot armor, non sono immortali fortissimi e intelligentissimi, non sono infallibili. Soffrono, sanguinano, muoiono. I combattimenti, contestualmente, ci mostrano la fragilità dei protagonisti e sono scenografici e coinvolgenti. Avrei preferito fossero un po’ più calati nel punto di vista del personaggio, trovo che siano ancora un po’ “dall’alto” e molto scenografici. Ma ripeto, parliamo ancora di gusti. Io voglio “sentire” la spada che cozza contro lo scudo, l’armatura squarciata e il sangue. Spesso non l’ho sentito.
Il Worldbuilding è stato un po’ croce e delizia, per me. Da un lato Roland c’ha buttato tutto ciò che adoro: riferimenti alla storia reale, dark souls, berserk, the witcher, dark fantasy anni 80, zweihander, mutaforma, necromanzia, i vampiri / zombie di The Strain di Del Toro, scene alla Die Hard, il protagonista tormentato e carismatico, combattimenti al cardiopalma, popolo vari e culture diverse. S’è perfino inventato i nomi dei mesi e delle stagioni! (cosa che io trovo difficilissima) e proprio per questo ho storto un po’ il naso ritrovando elementi ripresi in scala uno a uno dalla realtà: ci sono i mori, che sono proprio i mori con la mezzaluna, corsari del mare con il turbante, ci sono i norreni, che si chiamano norreni e guidano le drakkar e fanno i saccheggi, ci sono i mercenari frisoni che si chiamano frisoni e che usano le zweihander e gli archibugi etc. Inoltre, dietro tanti avvenimenti io personalmente vedevo la “lunga ombra” dell’accadimento storico reale rimaneggiato (il “vallo di numeriano”), cosa che, secondo me, se si limita a due o tre chicche e ispirazioni è molto carino, ma se diventa un aspetto così massivo della storia, gli toglie originalità. Mi sono chiesto come mai darsi la pena di inventare i nomi dei mesi, le rune di ogni priore (che comunque sono le rune norrene) con il potere collegato, e poi non creare nomi e usi nuovi per i popoli che costellano la geografia del tuo mondo secondario. Forse un po’ di pigrizia? O forse Roland voleva mettere nel libro tutto ciò che gli piace anche della realtà, fregandosene. Non so, sinceramente a volte mi ha “staccato” dalla credibilità della storia.
Sul finale ci sono state delle scene che secondo me potevano essere pensate meglio: azioni dei personaggi e battute stereotipate, tratte direttamente da “arma letale” o capolavori simili. E in generale altre scelte che non ho apprezzato troppo (“quella” arma che serve a uccidere “quegli esseri” incredibili, proprio “quella” forma? ☹), compreso l’arrivo del “salvataggio” finale un po’ a costo zero. Ma non spoilero nulla.
Detto ciò, il libro mi è piaciuto moltissimo. Non è morboso, non è ammiccante, è maturo, ricco di azione e si prende dannatamente sul serio. Lo metto insieme agli altri due dark fantasy italiani in vetta. Il signor Jack Roland è un autore da tenere ben presente, perché se vorrà continuare su questa strada si scaverà un posto d’onore nel panorama del fantasy adulto italiano. E secondo me già lo sta facendo con questo volume.
Leggete il Priore Oscuro e non ve ne pentirete.